Ho riletto, dopo qualche tempo, il “Discorso sulla poesia” che Montale, l’ultimo dei grandi poeti del Novecento, pronunciò nel giorno che gli assegnarono il premio Nobel per la Letteratura. Più che un discorso è un testamento che sanguina sull’odierna poesia dei tanti “poeti letterati” e che annuncia la fine dell’arte poetica per la vittoria della poesia in prosa che sarebbe l’ironia o il sarcasmo della stessa virtù poetica. E allora sulla poesia e sui poeti del suo tempo Montale ha lasciato talune osservazioni raccolte in riviste ed elzeviri del suo tempo e che sono confluiti nell’assegnazione del premio Nobel il 12 dicembre del 1976.
L’interrogativo che egli si pone è questo: “Oggi è possibile ancora la poesia o fare la poesia?” Scrisse: “Se intendiamo per poesia un determinato genere letterario in formule e schemi inderogabili, mi par certo che la situazione odierna della poesia sia in una brutta situazione. Non credo al verso fatale e prestabilito ma credo in alcuni alti poteri del sentimento e della fantasia”. E ancora Montale: “credo in alcuni aggregati della parola e del ritmo che sembrano avere un’esistenza anche autonoma, ed hanno senza dubbio una incredibile fecondità perché quando i poeti veri ci danno qualcosa di simile le turbe degli imitatori si destano e neppure il critico più avvertito sa, a volte, distinguere l’originale dalla poesia”. La quale, per dirla con Montale, non è per i cosiddetti poeti “laureati”, cioè di quei poeti che possono avere sapienza e sono celebrati come se avessero avuto l’alloro poetico, ma Montale, ama quei poeti che sono poeti nel silenzio degli altri ma vivono nel cuore di chi veramente ama ed onora la poesia. Questo pensiero, invero, Montale lo aveva espresso in una lirica del 1925 in “Ossi di seppia” dal titolo: “I limoni”.
In un andamento discorsivo narrativo che è proprio della poesia montaliana il poeta rivolgendosi ad un ascoltatore muto dice: “Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dei limoni poco usati: bossi licustri o acanto / io per me amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla/ le viuzze che seguono i ciglioni / discendono tra ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi, i limoni”. È ovvio che qui (1925) Montale è contro la lirica di sapienza neoterica e a volte barocca di tipo dannunziana: tra il poeta “laureato” D’annunzio e il Leopardi che non è stato mai per la poesia accademica o aulica. Montale non è per le piante dal nome raro e difficile ma egli è per quell’albero dai frutti dorati, così ricco di sole, così pieno di succo che produce benessere al corpo umano.È anche per una certa poesia crepuscolare semplice nel suo narrare fatti casalinghi e sentimentali della vita; non è per la cosiddetta poesia “borghese” e vuole che la sua poesia dia risposte a quel male del vivere che prende ed opprime la vita degli uomini che è fondamentalmente greve, opprimente, mentre l’apparire di un albero di limone, anche da una viuzza di fango, ti rende un raggio di sole nell’oscuro dell’essere. E come se dicesse che il nostro e il suo tempo non è più quello dei Vati o dei poeti profeti ma è tempo di denunciare il male della vita: è tempo di denunciare quella “muraglia che ha in cima i cocci aguzzi di bottiglia”.
E allora quando da tutta questa nebbiosa e amara atmosfera per cui un albero di limone si innalza e vince sulle piante verdi tra fango e foglie appassite è come se un raggio esca dal folto delle nubi nere del cielo. La poesia di Leopardi, ovviamente, come è noto, non manca dei suoi limiti e tuttavia ha un riferimento immenso che è quello di rivolgersi al grande Leopardi che negli idilli piccoli e grandi non solo superò i poeti del suo tempo ma a noi diede il senso e l’immagine che nella semplicità nobile della poesia, non nel “quantum” ma nel “quale” della poesia l’artista acquista il suo posto che nella storia della letteratura diventa storia dell’umanità.
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