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L'intervista
01 Marzo 2026 - 10:00
Attilio Capilli (foto Paola Cantoro)
A seguito delle numerose richieste giunte in redazione dopo la diffusione del lancio parziale, pubblichiamo oggi sul sito la versione integrale dell'intervista ad Attilio Capilli, uscita sul numero di Buonasera del 27 febbraio. Un ringraziamento ai nostri lettori per l’interesse dimostrato.
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TARANTO - Intervistare una figura come Attilio Capilli significa immergersi in un racconto che attraversa decenni di evoluzione musicale, partendo dalle radici profonde di una terra passionale come la Puglia per giungere alla piena consacrazione nazionale. Noto per la sua eleganza e per una cultura musicale mai banale, Capilli rappresenta quel modello di “professionismo” che ha trasformato la figura del DJ in un vero avamposto culturale.
Il pretesto per questa conversazione nasce da un evento editoriale di rilievo: il volume “Disco Playlist Italia 1975-1995”, scritto da Corrado Rizza e Cristiano Colaizzi per VoloLibero Edizioni. In questa monumentale ricerca storica e antropologica, Capilli è stato selezionato tra i 196 nomi che hanno segnato l’epoca d’oro delle discoteche in Italia.
La sua inclusione nel libro non è solo un traguardo, ma la conferma di un’identità sonora precisa. Attraverso le sue parole, esploreremo il passaggio cruciale dai club con musica dal vivo ai “templi della dance”, documentando quella transizione dalla discomusic alla prima house che ha “educato l’orecchio” di intere generazioni.

Attilio Capilli in una foto d'archivio di Lomartire
In questa intervista, Capilli ci guida dietro le quinte di una carriera costruita sulla tecnica e sulla ricerca, regalandoci uno sguardo privilegiato su quegli anni che hanno definito il costume e la società italiana.
Che effetto fa vedere il suo nome accanto ai mostri sacri del clubbing?
«È un sogno che si è realizzato oltre ogni aspettativa. Da piccolo, quei nomi erano personaggi quasi inarrivabili. Per me fare il DJ significava già solo uscire dal mio rione, essere un minimo noto a Taranto. Avrei potuto andarmene, lavorare in altre città, ma ho scelto di restare sempre nella mia terra. Essere inserito in un elenco nazionale che ha fatto la storia, pur avendo scelto di rimanere qui, mi dà un piacere immenso. È la conferma che non mi sbagliavo».
Quanto ha contato la crew di “alchimisti della notte” di cui si è circondato in questo percorso?
«Moltissimo. Il mio contributo è stato la creatività, portare a Taranto ospiti e mode, ma non avrei fatto nulla senza la mitica Brain Agency. Questo riconoscimento è per tutto il team: dai miei soci allo staff, i PR, i barman, la sicurezza, la selezione. Insieme abbiamo trasformato quello che era nella mia testa in qualcosa di grande e attraente a livello nazionale. E poi c’è il pubblico: loro ci hanno resi un movimento che ancora oggi viene ricordato e nel quale, cosa ancora più importante, il “popolo della notte” di allora si è riconosciuto e al quale sentiva di appartenere».
Ha iniziato giovanissimo, quasi per caso. Si ricorda la sua “prima volta” in una vera discoteca?
«Avevo 13 anni e giravo nei “clubbini” di Taranto. Ma la svolta è arrivata l’anno dopo, a 14 anni, a Desenzano sul Garda. Quella fatidica sera che ha dato il “la” a tutto, mancava il DJ e la titolare, sorella di un mio amico, mi chiese di provare. Di sostituirlo: è stata la mia “prima volta” in una discoteca vera.
Ricordo l’ebbrezza del Martini Bianco che mi aiutava a creare le selezioni... un’abitudine che mi ha accompagnato per anni. Oggi, però, ho sbloccato un nuovo livello: grazie all’esperienza e al bagaglio musicale, riesco a essere creativo e a gestire la pista anche senza “aiuti” esterni. Il ritmo, la tecnica e la selezione li ho già dentro, naturalmente. Non mi serve nient’altro. È come respirare: girare i dischi, mixarli, è il mio stato naturale»
Dalla Disco Music all’House: lei ha attraversato epoche e supporti tecnici diversi. Come ha vissuto il passaggio dal vinile al digitale?
«è vero, ho vissuto tutto: dalla Italo Disco alla New Wave, fino all’esplosione dell’House negli anni ‘90. Il passaggio tecnico è stato un viaggio: dal vinile al CD, fino all’USB di oggi. Certo, in questi anni c’è un innegabile ritorno al vinile, ma è per amatori. I club di una volta investivano cifre folli in attrezzature, mentre ora con una console da mille euro te la cavi. Mi manca il contatto fisico col disco, l’emozione di manovrarlo, ma ammetto che passare dalle valigie pesantissime a una pennetta in tasca, sia una bella comodità».
C’è un disco che non è mai mancato nella sua borsa. O nella sua... pennetta?
«Ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno che ritorna in modo quasi ossessivo è “The Boss” di Diana Ross. Dal 1975 a oggi, continua a funzionare in mille versioni diverse. È immortale».
Si parla molto di DJ “influencer” e set preparati a tavolino. Cosa ne pensa?
«La verità è che si dà troppo spazio all’immagine. Molti nuovi fenomeni arrivano con set già pronti: è uno spettacolo freddo, manca l’anima, manca il guardare la pista per capire l’umore della gente. Se hai davanti una bella ragazza o un personaggio TV ti distrai, ma si perde l’atmosfera dei locali di una volta. Il segreto è l’empatia con il pubblico, non la visibilità sui social».
Oggi la comunicazione passa quasi esclusivamente attraverso i social, ma i suoi racconti parlano di un’epoca basata sui legami diretti. Pensa che quel modello di discoteca “storico”, fatto di pubbliche relazioni umane e appartenenza a un gruppo, avrebbe ancora senso nell’era dei ‘like’ o è un mondo definitivamente tramontato?
«Funzionerebbe ancora di più! Nonostante i social, il contatto umano resta la carta vincente. Il PR di una volta era un amico, un fratello. Oggi sui social è tutto più... freddo: metti un post e ricevi dieci like senza un commento. Il problema sono anche i budget: una volta per aprire una serata investivamo 10 milioni di lire. Oggi nessuno può permetterselo, tranne i grandi eventi da 50.000 persone che capitano due volte l’anno. Manca l’appuntamento settimanale, il rito del “come mi vesto sabato sera?”.
Molti dicono che la discoteca sia morta. Qual è la sua visione per il futuro?
«Ad essere morta, in realtà, è la “versione” classica di discoteca. Il vero problema, ripeto, è che l’immagine ha divorato la sostanza. Dj si nasce... Oggi vedo troppa omologazione perché molti Disc Jockey si comportano da influencer della console: conta più come appaiono o quanti like prendono che la qualità della loro selezione. Si è persa quella “sana differenza” che faceva il cliente. Una volta sceglievi un locale perché lì si respirava un’aria che altrove era proibita: oggi i locali si somigliano tutti perché sono schiavi dello stesso algoritmo. È un’imposizione silenziosa che, a mio parere, uccide la creatività».
Cosa consiglierebbe alle nuove generazioni di DJ?
«Comprare una console è facile, ma questo ha creato un’invasione di “dopolavoristi” o hobbisti che non danno nulla alla cultura musicale, ma selezionano solo le solite dieci tracce degli anni ‘70 per accontentare il cliente. Ai giovani dico: studiate. Io non dormo la notte per segnarmi le idee. Un DJ serio deve provare almeno 6-7 ore a settimana. Non si può andare in console solo perché il sabato sera ci si toglie la cravatta per indossare il felpone. Bisogna educare l’orecchio del pubblico, proporre cose nuove insieme alle pietre miliari, non solo limitarsi ai balli di gruppo.
Quindi, Attilio, cosa vuol fare da grande?
Lui sorride, con la sicurezza di chi ha già trovato il suo posto nel mondo: «Il DJ, perché è il mio modo di stare al mondo. E finché un disco girerà, io sarò lì a dargli un’anima».
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Testata: Buonasera
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