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La Storia

“Il silenzio più alto”, il racconto di un addio che commuove Taranto

Il libro di Anna Tommasi ripercorre la vita e la scomparsa del questore Nino D’Amato tra memoria, dolore e amore

Il questore Nino D’amato

Il questore Nino D’amato

TARANTO - Un libro scritto con amore e dolore; un racconto denso di particolari bagnati di lacrime: “Il silenzio più altro: anatomia di un congedo”.

Lo ha scritto Anna Tommasi, la moglie del questore Gaetano Nino D’amato imprigionata nel buio e urla fra le macerie di un’unione che sembrava per sempre. L’autrice è una donna colta e ha uno stile di scrittura scorrevole come gli sci su una pista innevata. Snoda la sua tragedia, la morte del marito, conosciuto ai tempi del liceo; ne descrive il carattere; i giorni più belli prima delle corse all’ospedale. “Il tempo era stato scandito dalle terapie …” per contrastare il male, implacabile. Il giorno successivo alla scomparsa Anna ha cominciato a postare su Facebook video con colonne sonore struggenti, e immagini di Nino scattate in tutte le occasioni ufficiali e private.

Anna non ha riempito d’inchiostro queste pagine per mandarle in libreria e consegnarle ai giornalisti per le recensioni. Scrivendo ha tentato di placare il suo dolore per la perdita dell’uomo che ha amato e gli è stato strappato quando lui aveva soltanto 62 anni ed era arrivato al vertice della carriera di poliziotto intelligente, preparato, umano e anche invidiato. Un uomo sempre sorridente, gentile, schietto, affabile. Stimato da tutti, uomo prestigioso della nostra polizia.

Era nato a Taranto, la città dei due mari, il Piccolo e il Grande congiunti da una canale che si apre per far passare le navi. Lo vidi tantissimi anni fa in via Fatebenefratelli 11, sede della questura, da dove sono passati personaggi di grande spessore, come Mario Nardone, Mario Jovine. Vito Plantone, Frdinando Oscuri, Antonio Pagnozzi... Quando lo intercettai nel lungo corridoio reso meno oscuro da una luce flebile - quello che dal cortile porta alla Squadra Mobile - lui era vice di Achille Serra. Era Ironico, scherzoso, buono. Farei fatica a cercare un difetto da mettergli addosso. Non smanicava per mettersi in mostra, per finire nelle pagine dei giornali, nemmeno quando aveva concluso una operazione brillante, di quelle che decapitano una banda criminale e rastrellano armi, droga, ricetrasmittenti, denaro.

Alberto Berticelli, cronista del “Corriere della Sera”, in occasione della sua morte in poche parole ha disegnato icasticamente la figura di Nino con parole che non ha avuto quasi per nessuno. Altro estimatore Piero Colaprico, che trottava per “La Repubblica” e oggi direttore artistico del Teatro Gerolamo. Non era possibile non voler bene a Nino Damato, che sapeva essere paziente, tollerante, con una figura che sembrava scolpita da Prassitele, detto l’artista della grazia. Nino non si scoraggiava mai: se si trovava in un’indagine complicata riusciva sempre a individuare la soluzione, come quando fu scoperto ammazzato sul margine del marciapiedi, quasi tra le cassette di un fruttivendolo, uno che aveva le mani nell’eroina. Era agli arresti domiciliari e poteva uscire soltanto un paio di volte la settimana e per qualche ora per procurarsi da mangiare. In pochi minuti Nino identificò la vittima e intuì l’ambiente in cui era maturato il regolamento di conti. E non lasciò i cronisti all’asciutto, dicendo ciò che poteva per non compromettere il suo lavoro. Non giocava con i rappresentanti della stampa, spesso costretti a piluccare le notizie da fonti non ufficiali. Nino D’Amato era chiaro, cristallino: se poteva, informava senza farsi supplicare.

Poi fu nominato questore e girò alcune città - Crotone, La Spezia -, dove fu subito amato e stimato. I “trottatori” della carta stampata non lo avevano mai perso di vista. Michele Focarete, che conosce la Milano di notte come pochi, lo ha ricordato su “Libero”; Alberto Berticelli, sempre al corrente della vita in questura, ha avuto, anche lui, parole intrise di apprezzamento sull’impegno e sulla bravura espresse nelle investigazioni da Nino D’Amato. Io ebbi la notizia dall’ispettore capo Ugo Brignoli e dal commissario Silvano Gattari, che spesso lavorarono assieme a lui. Come l’ispettore capo Alberto Sala, per tanti anni sul campo con l’Fbi e la Dia e svolse uno dei primi capitoli di tangentopoli.

Nei video di Anna appaiono molte attività di Nino: conferenze-stampa senza enfasi, feste della polizia fra la gente per stabilire un rapporto, interviste, incontri con personalità…

Soltanto una volta abbiamo parlato delle nostre origini. Un giorno m’invitò al bar di fronte alla questura e sorbendo un caffè mi disse che era di Taranto. Non approfittai per avere qualche pillola di un lavoro che stava portando avanti. Fra noi c’era amicizia e rispetto per i ruoli. Se lo chiamavo al telefono e lui era impegnato non lo faceva pesare: diceva solo che si sarebbe fatto sentire lui. Era sincero, cristallino, come l’acqua del fiume Galeso, caro a Orazio, Virgilio e a tanti poetì contemporanei.

Era un un uomo elegante anche nei modi. Trattava bene tutti. Non si dava arie, non assumeva atteggiamenti altezzosi. Rispettava anche il poliziotto che presidiava l’anticamera del capo della Mobile, Fina, che quando andò in pensione acquistò una cinepresa per fotografare Milano. Nino lo riferiva, contento per lui. Lo stesso riguardo ebbe per chi lo sostituì. Quando se ne andò nella città in cui era stato nominato questore i cronisti lo assediarono per salutarlo. Alle feste della polizia faceva discorsi completi, ma senza spreco di parole. Raccontava in modo efficace l’impegno degli uomini in divisa per la sicurezza dei cittadini.

Ho tantissimi ricordi. Quando i poliziotti portarono a termine l’operazione detta “i fiori di San Vito”, il futuro capo della polizia Antonio Manganelli la illustrò ai cronisti, dicendo sorridendo che non si trattava di rose e margherite: erano finiti al “gabbio” i capi e i sottocapi di una “’ndrina”, compresa la “sorella di omertà”, titolare di decisioni anche estreme. Bene, fu poi Nino ad entrare nei particolari, spiegando a chi non aveva letto il libro di Luigi Malafarina tutti i gradi degli esponenti della “fibbia”. S’informava molto bene e non raccontava mai in prima persona. Parlava al plurale, perché un’indagine viene svolta anche con la collaborazione degli agenti.

Che cosa resta quando un uomo, un servitore dello Stato così virtuoso scompare? Già, che cosa resta? La memoria incancellabile e l’afflizione, il riconoscimento e la gratitudine E lo strazio dei parenti più intimi.

Anna, donna ricca di cultura, tenta di placare l’angoscia con i video e ora con queste pagine in cui narra la loro vita insieme, i giorni del mare, della spensieratezza, della gioia e poi quelli dell’ospedale, dei medici, di quel bianco che spaventa, del pianto, delle mani intrecciate. Poi il crollo e la voce di Anna che s’incrina e quella di Nino che dice al figlio medico in lacrime: “Sfogati”. Scrivendo, sicuramente Anna Tommasi lo sente rivivere, lo rivede vicino a sé, gli parla, ascolta la sua voce, coglie il suo alito, vede il suo sorriso coinvolgente. “Alle 7,30 Milano era già un groviglio di auto distratte, un nervosismo di motori che Nino, suo marito, osservava con la solita attenzione, come quasi dovesse guidare lui, al posto di suo figlio... Matteo, il medico, che intanto lo spiava tra una chiacchiera e l’altra…”. Era una delle corse verso la corsia dell’ospedale. Ma l’autrice descrive anche l’intimità di una casa saturata di memorie. In queste righe icastiche Nino rinasce, “bello, buono, bravo”, circondato dai cani da tartufo mai sazi di notizie; al microfono nelle cerimonie ufficiali o nelle cene private, in cui parlava di Michele Placido, che aveva girato scene di un film tra i corridoi della questura, di Ugo Tognazzi e Carlo Delle Piane e altri ancora. Ha lasciato tracce incisive, Nino D’Amato.

Rieccomi nell”Anatomia di un distacco”… “La sua carriera è iniziata a Milano violenta degli anni di piombo”. Abituato ad affrontare il mondo a schiena dritta. “Ma quando l’ombra della malattia si allunga sulla sua esistenza, la ‘fortezza’ inizia a vacillare, non con un boato, ma attraverso uno slittamento silenzioso e inesorabile”. In alcune frasi si respira aria di poesia. Me li immagino, i giorni di Anna. Anche dalle immagini che appaiono su Facebook si ritrova un Nino gioioso, con la moglie e figli piccoli a giocare sulla sabbia Quanti particolari! I guanti di Nino … “di ottima fattura, proprio come li aveva chiesti a Matteo per quel suo ultimo Natale. Voleva che fossero nuovi, perché la pelle di quelli che indossava abitualmente si erano ormai arresi al tempo…”. “Il silenzio più alto: anatomia di un congedo” fa palpitare il cuore. È un’opera stupenda, di notevole valore letterario su un distacco travolgente.

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