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Frana di Petacciato, l’allarme dei geologi: “Fenomeno storico legato alle piogge e alla pressione dell’acqua nel sottosuolo”

Dalle cause profonde ai rischi per infrastrutture e territorio, l’analisi degli esperti. Il prof. Vincenzo Simeone del Politecnico di Bari ricostruisce oltre un secolo di movimenti

Frana di Petacciato

Frana di Petacciato

BARI - La nuova riattivazione della frana lungo la costa molisana riporta l’attenzione su un fenomeno noto da oltre un secolo e strettamente legato alla struttura geologica del territorio e alla dinamica delle precipitazioni. A spiegare l’origine e l’evoluzione del movimento franoso è Vincenzo Simeone, docente di Geologia Applicata al Politecnico di Bari e studioso che segue il sito di Petacciato sin dal 1990.

“Quella del 7 aprile 2026 è solo l’ultima rimobilizzazione di una frana storica”, chiarisce il geologo, ricordando come episodi analoghi siano stati documentati già nei primi anni del 1900. Più recentemente, fenomeni simili si sono verificati nel 1991, nel 2009 e nel 2015, sempre nei primi mesi dell’anno.

Secondo l’esperto, non sono eventi meteorologici estremi a innescare i movimenti, ma condizioni più insidiose. “Si tratta di piogge non eccezionali, ma particolari, con apporti significativi distribuiti nel tempo che favoriscono l’infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo”, spiega. Questo processo, apparentemente meno violento ma più persistente, contribuisce a destabilizzare i versanti.

La frana di Petacciato si inserisce in un contesto geologico complesso che caratterizza l’intera fascia adriatica tra Termoli e Ancona. “Il fenomeno si sviluppa in depositi limoso-argillosi con interstrati sabbiosi deformati dalle spinte tettoniche dell’Appennino”, sottolinea Simeone, evidenziando come l’area coincida con uno dei cosiddetti thrust sepolti, ovvero strutture profonde generate dalle compressioni della catena appenninica.

Dal punto di vista morfologico, il movimento coinvolge uno spessore di diverse decine di metri e presenta sia superfici di scorrimento tradizionali sia rotture molto profonde. La frana si estende dalla sommità del rilievo su cui sorge il centro abitato fino alla linea di costa. Durante le fasi di riattivazione, vengono osservati fenomeni evidenti anche sulla spiaggia e in mare. “Si possono registrare fuoriuscite di argille deformate e persino sollevamenti del fondale marino”, precisa il docente.

Uno degli elementi chiave è rappresentato dalla circolazione idrica interna. L’acqua si concentra negli strati sabbiosi e, in presenza di precipitazioni prolungate, può raggiungere livelli di pressione elevati. “In profondità si generano sovrapressioni anche superiori al piano di campagna, che facilitano la rimobilizzazione della massa”, spiega Simeone. Quando queste pressioni si riducono, il movimento tende a rallentare fino a una fase di stabilizzazione, pur restando vulnerabile a nuovi episodi in caso di piogge intense e persistenti.

Le conseguenze riguardano anche le principali infrastrutture presenti lungo il versante. Nella parte bassa si concentrano arterie strategiche come l’Autostrada A14, la linea ferroviaria adriatica e la strada statale 16.

“Durante le rimobilizzazioni queste infrastrutture subiscono deformazioni che impongono controlli e interventi prima della riapertura in sicurezza”, evidenzia il geologo.

In prospettiva, gli interventi dovranno tener conto delle dinamiche profonde del fenomeno. “Le opere di stabilizzazione dovranno prevedere sistemi capaci di ridurre le sovrapressioni interstiziali, che sono tra le principali cause delle riattivazioni”, conclude.

Accanto all’analisi tecnica, emerge anche il ruolo strategico della disciplina nel governo del territorio. A sottolinearlo è Monica Papini, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Geologia Applicata e docente al Politecnico di Milano.

“La Geologia Applicata è fondamentale per comprendere il rapporto tra uomo e ambiente e per sviluppare soluzioni efficaci nella gestione dei rischi geologici, idrogeologici e sismici”, afferma Papini. Il campo di azione della disciplina comprende anche la progettazione delle opere civili e la gestione sostenibile delle risorse idriche sotterranee.

In questo ambito opera l’Associazione Italiana di Geologia Applicata e Ambientale, realtà nata nel 1999 e riconosciuta giuridicamente nel 2017, che riunisce studiosi, professionisti e imprese impegnati nella tutela del territorio. “L’associazione promuove ricerca, innovazione e formazione, favorendo il dialogo tra università, istituzioni e sistema produttivo”, spiega Papini.

Tra gli obiettivi principali vi è il rafforzamento del legame tra studio scientifico e applicazione concreta. “Vogliamo contribuire alla definizione di strategie avanzate per la prevenzione dei rischi naturali e per la qualificazione professionale dei geologi”, conclude, richiamando l’importanza di un approccio integrato per affrontare fenomeni complessi come quello di Petacciato.

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