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Allarme violenza tra i minori, cresce il numero dei reati: “Serve un intervento strutturale”

Il Coordinamento Docenti Diritti Umani: fenomeno non più episodico. In aumento armi, rapine e aggressioni tra i giovani

Baby gang - archivio

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BARI - La crescita della violenza tra i minori in Italia non può più essere considerata un’emergenza temporanea, ma rappresenta ormai un fenomeno strutturale che coinvolge l’intero sistema sociale ed educativo. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che invita istituzioni e opinione pubblica a una riflessione profonda su una tendenza sempre più preoccupante.

I dati più recenti evidenziano un incremento significativo dei reati commessi da minorenni nell’arco di 10 anni. I casi di giovani denunciati o arrestati per porto abusivo di armi sono passati da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024, con una crescita particolarmente marcata dopo il periodo della pandemia. Parallelamente, si registra un aumento anche in altri ambiti: le rapine sono salite da 1.921 a 3.968, mentre le lesioni personali hanno raggiunto quota 4.653 rispetto alle 1.921 iniziali. In crescita anche le risse, passate da 433 a 1.021, e le minacce, che hanno toccato 1.880 casi contro i 1.217 del passato.

Particolarmente allarmante è il dato relativo agli omicidi, con procedimenti che passano da 102 a 193. In alcune aree del Paese, come Napoli, il fenomeno appare ancora più evidente: nei primi 6 mesi del 2025 risultano già 27 minorenni coinvolti, un numero vicino a quello registrato nell’intero anno precedente.

Secondo il Coordinamento, tuttavia, i numeri non bastano a descrivere la portata reale del problema. Dietro le statistiche emerge una trasformazione culturale profonda, in cui la violenza viene percepita da molti adolescenti non come un comportamento deviante, ma come uno strumento per affermarsi o difendersi. Il fatto che portare un’arma, come un coltello, venga considerato normale rappresenta un segnale di cambiamento radicale nelle dinamiche giovanili.

Il fenomeno è alimentato anche dal ruolo dei social network, dove episodi violenti vengono spesso filmati e diffusi per ottenere visibilità. In questo contesto, gruppi di giovani possono organizzarsi online per compiere aggressioni, trasformando la violenza in linguaggio condiviso e forma di appartenenza.

Nonostante questo scenario, l’Italia presenta ancora un tasso inferiore rispetto ad altri Paesi europei. Nel 2023 si registrano 363 minori coinvolti in reati ogni 100 mila abitanti, contro i 2.237 della Germania e i 1.608 della Francia. Un dato che, secondo il Coordinamento, non deve rassicurare, ma spingere a interrogarsi sulla qualità e sulla gravità dei comportamenti.

Al centro dell’analisi vi è una crisi educativa sempre più evidente. La violenza minorile nasce in un contesto in cui i riferimenti adulti appaiono fragili, la famiglia spesso in difficoltà e la scuola lasciata sola ad affrontare situazioni complesse. I giovani crescono in ambienti iperconnessi ma poveri sul piano emotivo, dove rabbia e frustrazione trovano sfogo in comportamenti aggressivi.

A conferma di questo disagio diffuso, nel 2024 sono stati 14.220 i minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni, un dato in aumento dopo anni di calo rispetto ai 23 mila del 2004 e in crescita costante dal 2021.

Per il Coordinamento, la risposta non può essere esclusivamente repressiva. L’inasprimento delle pene, da solo, non è sufficiente, se non accompagnato da un percorso educativo capace di sviluppare nei giovani consapevolezza e senso di responsabilità. La scuola viene indicata come il principale presidio per contrastare questa deriva.

Secondo il presidente Romano Pesavento, è necessario rafforzare il ruolo educativo degli istituti scolastici, sostenere i docenti e promuovere in modo concreto l’educazione alla legalità e ai diritti umani. Non come intervento sporadico, ma come pratica quotidiana.

Educare al rispetto delle regole significa insegnare a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, a gestire i conflitti e a trasformare le emozioni negative in relazioni. In assenza di questi strumenti, la violenza rischia di diventare l’unico linguaggio disponibile.

Il quadro delineato chiama in causa l’intera società. La crescita di questi fenomeni, sottolinea il Coordinamento, è il segnale di una frattura nel patto educativo. Ricostruirlo richiede un impegno costante e condiviso, capace di restituire ai giovani punti di riferimento solidi e prospettive di futuro.

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