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Taranto

Ex Ilva, la crisi dell'acciaio primario in tempi di quasi recessione

Strategia del Governo orientata ai privati, mentre pesano perdite, vincoli economici e incertezze industriali

L'ex Ilva

L'ex Ilva

TARANTO - L’attuale strategia governativa sulla vertenza ex Ilva appare orientata in modo inequivocabile verso la cessione degli asset agli investitori privati, configurando l’intervento diretto dello Stato esclusivamente come una soluzione residuale e di ultima istanza.

Il destino del polo siderurgico di Taranto si inserisce così in una complessa trama di politica industriale, dove l’inderogabile necessità di salvaguardia dei volumi produttivi collide frontalmente con i rigidi vincoli di finanza pubblica. Tale orientamento, oggi più che mai lontano dall'essere un pregiudizio ideologico, deriva da una congiuntura macroeconomica estremamente complessa, segnata dallo spettro della eventuale recessione che impone un monitoraggio costante del debito pubblico.

Nondimeno, la gestione di Acciaierie d’Italia funge da principale catalizzatore dell’urgenza di trasferimento della proprietà. L'impianto ionico manifesta criticità strutturali che si traducono in un drenaggio costante di risorse, con perdite che superano la consistente soglia del milione di euro al giorno. Però un tale calcolo non può prescindere dal "bilancio sociale", che avrebbe costi ben più pesanti per le comunità interessate. Si tratta comunque di una uscita finanziaria che i conti pubblici faticano a tamponare, specialmente alla luce dei nuovi parametri di spesa previsti per il periodo post 2026.

Tuttavia, il reale ostacolo alla vendita non è solo contabile. I potenziali acquirenti, dai colossi indiani di Jindal al fondo americano Flacks Group, pongono condizioni stringenti. La richiesta di discontinuità dalle responsabilità delle passate gestioni, le credenziali per l'accesso al credito bancario e la concessione di una flessibilità occupazionale rappresentano i veri nodi che il Governo deve sciogliere per evitare che i negoziati naufraghino o producano esiti imprevedibili. Su questo punto la diffidenza dei lavoratori è massima. Il timore è che aprire la trattativa sugli esuberi dia la priorità esclusiva al profitto immediato.

La nazionalizzazione, pur rimanendo una opzione percorribile sotto il profilo normativo, risulta oggi di fatto superata dalla insostenibilità della gestione diretta, salvo ipotesi intermedie con la partecipazione di Invitalia. Il costo opportunità di una conduzione statale permanente è infatti ritenuto eccessivo in un contesto dove il capitale pubblico deve essere principalmente destinato ad accompagnare i processi di transizione. Ciononostante, il Sindacato continua a invocare una presenza pubblica forte, quantomeno come socio di garanzia, per evitare che il sito venga ceduto a player interessati solo a quote di mercato e non al rilancio industriale del territorio.

L'obiettivo del Governo consiste dunque nel concludere il trasferimento della proprietà entro la fine di aprile 2026, puntando a delegare l'onere del rilancio e degli investimenti tecnologici necessari a player internazionali dotati di esperienza tecnologica e di robusta capacità finanziaria. In tal senso, le offerte attualmente al vaglio rappresentano lo snodo fondamentale per evitare che il collasso finanziario dello stabilimento ricada interamente sul bilancio dello Stato. Il successo di questa operazione rimane tuttavia condizionato dall'attesa giuridica della sentenza del Tribunale di Milano, che ha fissato al 24 agosto 2026 il termine ultimo per la sospensione delle attività dell'area a caldo. Senza l'attuazione immediata delle prescrizioni sanitarie richieste, il sito rischia la chiusura, una eventualità che renderebbe vano ogni tentativo di cessione e che costringerebbe i commissari a una corsa contro il tempo senza precedenti.

Al contempo, il quadro industriale si colloca economicamente in una fase di profonda instabilità per l'Italia intera. Le previsioni di crescita per il 2026 sono state recentemente riviste al ribasso dalle principali istituzioni internazionali, con Moody’s e l’OCSE che stimano un incremento del PIL limitato allo 0,7%. Esiste inoltre uno scenario ancor più severo ipotizzato dal Centro Studi Confindustria, il quale non esclude una contrazione fino al -0,7% qualora le tensioni geopolitiche globali dovessero persistere o inasprirsi. A peggiorare il clima generale contribuisce la dinamica inflattiva, che la Banca Centrale Europea prevede intorno al 3,1%, prefigurando possibili rialzi dei tassi di interesse già dal mese di aprile per contrastare i rincari. In questa congiuntura, gli investimenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza agiscono come l'unico vero ammortizzatore capace di evitare la stagnazione totale del sistema Paese.

Il settore siderurgico nostrano vive pertanto una dicotomia profonda. Mentre la produzione complessiva ha mostrato segnali di vitalità con una crescita del 2,1% nei primi mesi dell'anno, trainata dai comparti che riforniscono la manifattura tedesca, il segmento a ciclo integrale rappresentato da Taranto rimane in affanno. La produzione dell'opificio pugliese è scesa a circa 2 milioni di tonnellate annue, un livello che costringe metà della forza lavoro al ricorso alla cassa integrazione. Il declino produttivo viene denunciato dai Sindacati sia dal punto di vista salariale, per i disagi creati a migliaia di famiglie, sia come un pericoloso svuotamento di competenze delle maestranze, con il rischio di avviare una lunga stagione di conflitti che comprometterebbe ogni fattibilità operativa di qualsiasi pianificazione.

Su tutto il settore grava infine l'incognita legata alla piena entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism. Il meccanismo CBAM, imponendo costi aggiuntivi sulle importazioni di acciaio ad alto impatto ambientale, trasforma la decarbonizzazione da scelta etica a prerequisito di sopravvivenza. Senza un abbattimento delle emissioni, i margini d'esercizio verrebbero erosi dalla tassazione ambientale, precludendo ogni competitività nel mercato globale.

In definitiva, la capacità di attrarre capitali esteri e competenze tecnologiche diventa l'ultima barriera contro un trend industriale che rischierebbe di assumere i tratti della irreversibilità negativa.

Sulla questione è intervenuto Raffaele Bagnardi, sociologo del lavoro ed ex Sindaco di Grottaglie, delineando la possibile traiettoria dell'azione pubblica. «Se è vero che lo spettro della recessione e i vincoli di bilancio rendono oggi la nazionalizzazione degli asset una strada quasi del tutto preclusa, ciò non può tradursi nel disimpegno dello Stato. Al contrario, proprio il passaggio di testimone ai privati impone alle istituzioni di esercitare controlli stringenti su tre variabili non negoziabili. In primo luogo, la salvaguardia dei livelli occupazionali, che rappresenta la tenuta sociale del territorio e dell'area vasta interregionale nel Mezzogiorno; in secondo luogo, la decarbonizzazione, unico vettore per garantire all'acciaio italiano una cittadinanza produttiva in ambito UE sotto il regime CBAM; infine, la geopolitica, perché l'acciaio primario rimane un asset di sicurezza nazionale. Lo Stato deve restare il garante ultimo, assicurando che la gestione privata coinvolga attivamente i lavoratori nelle scelte decisive e strategiche, per rendere la transizione una realtà condivisa di fabbrica e non un mero annuncio politico e assicurando che la gestione privata resti coerente con gli interessi sistemici del Paese, nel breve come nel lungo periodo».

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