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Taranto

Dirottò un aereo per dare una lettera al Papa, negata l'estradizione in Turchia

La Corte d’Appello di Torino blocca la consegna alla Turchia: accolte le tesi del legale tarantino Luigi Esposito. L'uomo ha scontato la pena nel carcere di Taranto

Il carcere di Taranto

Il carcere di Taranto

TARANTO - Una vicenda giudiziaria che intreccia cronaca internazionale e territorio jonico si chiude con una decisione destinata a fare giurisprudenza. La Corte d’Appello di Torino ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dalla Turchia nei confronti di Ekinci Ogulturk, noto anche come Hakan, finito al centro dell'attenzione in Italia per il dirottamento di un volo Turkish Airlines nel 2006, riconoscendo l’assenza delle condizioni per la consegna.

Un passaggio centrale nella decisione riguarda proprio Taranto. L’uomo, infatti, aveva già scontato integralmente in Italia una condanna per i fatti contestati, trascorrendo la detenzione nella casa circondariale del capoluogo jonico, dopo la sentenza emessa nel 2007 dal GIP del Tribunale di Brindisi.

La Corte torinese, con la sentenza n. 50018 del 10 marzo 2026, depositata il 25 marzo, ha ritenuto fondate le argomentazioni della difesa, rappresentata dall’avvocato tarantino Luigi Esposito, che ha evidenziato la natura strumentale della richiesta avanzata dalle autorità turche.

Secondo quanto ricostruito nel procedimento, la domanda di estradizione era formalmente basata su un episodio di truffa informatica del 2020, per un importo minimo, ma dietro questa contestazione si celava un obiettivo ben più rilevante: dare esecuzione a una condanna a 27 anni di reclusione pronunciata in Turchia nel 2024 per il dirottamento aereo avvenuto nel 2006, lo stesso fatto per cui Ekinci era già stato giudicato in Italia.

Un elemento che ha avuto un peso determinante nella decisione dei giudici è proprio il principio secondo cui una persona non può essere nuovamente perseguita per fatti già giudicati. In questo caso, la pena italiana, pari a 3 anni e 4 mesi, era stata già completamente eseguita, e proprio a Taranto.

La vicenda affonda le radici in un episodio che fece il giro del mondo. Nell’ottobre del 2006, Ekinci si trovava a bordo di un Boeing 737 della Turkish Airlines in volo tra Tirana e Istanbul. Il velivolo fu dirottato e costretto ad atterrare a Brindisi, dove l’uomo venne arrestato. Secondo gli atti, non era armato e il suo intento era consegnare una lettera a Papa Ratzinger, Benedetto XVI, dopo aver abbracciato la fede cattolica.

Nel corso del procedimento sull’estradizione, la difesa ha inoltre documentato il rischio concreto che il cittadino turco potesse essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti nelle carceri del proprio Paese. A supporto di questa tesi sono state richiamate fonti internazionali, tra cui rapporti di Amnesty International e atti del Consiglio d’Europa, che descrivono criticità sistemiche nel sistema penitenziario turco.

La Corte ha accolto integralmente questa impostazione, riconoscendo la presenza di cause ostative all’estradizione previste dall’articolo 705 del codice di procedura penale. Nelle motivazioni si sottolinea anche la sproporzione tra la pena già espiata in Italia e quella prevista in Turchia, ritenuta incompatibile con i principi fondamentali di tutela dei diritti umani.

Il risultato è una pronuncia che non si limita al singolo caso, ma assume un valore più ampio. La decisione segna infatti un precedente rilevante, rafforzando il principio di tutela della persona nei procedimenti di cooperazione internazionale e riconoscendo il peso determinante delle condizioni detentive e del rispetto delle garanzie fondamentali.

Un esito che vede protagonista anche Taranto, non solo per il luogo in cui Ekinci ha scontato la propria pena, ma anche per il ruolo centrale svolto dal legale jonico nella costruzione della strategia difensiva, risultata decisiva per l’esito del procedimento.

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