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Taranto

Città Vecchia, la svolta non basta: serve una nuova visione urbanistica

L’occasione per ripartire, ma il dibattito si accende contro modelli ritenuti superati e contro il ritorno alle logiche del piano del 1971. Al centro la richiesta di un progetto integrato per l’Isola nella Taranto dei due mari. M'intervento dell'urbanista Fanigliulo

Città Vecchia, la svolta non basta: serve una nuova visione urbanistica

Città Vecchia, la svolta non basta: serve una nuova visione urbanistica

TARANTO - La decisione del Governo del Territorio di avviare un nuovo procedimento per la Città Vecchia, sancita dalla Determina Dirigenziale n. 622 del 23.01.2026, viene accolta con favore come un passaggio atteso da 55 anni. Nel contributo che segue, però, si lancia un monito contro il riemergere di posizioni giudicate di retroguardia e contro la riproposizione di schemi già ritenuti fallimentari, rivendicando la necessità di un approccio fondato su metodo, studio e competenza.

Il testo richiama le criticità storiche delle politiche per l’Isola, contesta una lettura ridotta alla sola dimensione edilizia e sostiene che la rinascita debba passare da una riconversione funzionale innovativa, capace di integrare la Città Vecchia nel quadro urbano complessivo della “Città dei due Mari”, valorizzando anche il tema dei “crateri” e delle infrastrutture senza compromettere il paesaggio.

 

A seguire l’intervento dell’architetto e urbanista Antonio Fanigliulo:

"Pur accogliendo con soddisfazione, ottimismo ed entusiasmo la decisione del Governo del Territorio della Città di Taranto - formalizzata con la Determina Dirigenziale

  1. 622 del 23.01.2026 - di avviare finalmente, dopo 55 anni di discorsi fuorvianti, parole vuote, analisi inconcludenti, scelte miopi e spesso dannose - un nuovo e coraggioso procedimento per tentare “in extremis” la rinascita della Città Vecchia; si ritiene tuttavia necessario intervenire.

Infatti, nei giorni scorsi, sulla stampa e social media sono circolate alcune prese di posizione di retroguardia, di visioni urbanistiche anacronistiche e tesi “disilluminate”, tanto gratuite quanto pregiudizievoli, avanzate con sorprendente leggerezza e evidente incertezza da soggetti che appaiono più animati dal protagonismo personale che da una reale competenza urbanistica. Dichiarazioni preoccupanti che rischiano di ri-affossare nuovamente, riportare indietro il confronto e di compromettere, ancora una volta, un percorso che dovrebbe invece fondarsi su serietà, metodo e responsabilità, analisi, studio  e competenza.

Per senso etico e professionale, si avverte dunque non solo l’esigenza di dissociarsi in modo netto e inequivocabile da tali posizioni e contenuti, ritenuti del tutto incondivisibili e inaccettabili, ma anche l’obbligo e il dovere di prendere le distanze in modo fermo e esplicito dagli stesi, respingendo ogni impostazione che riproponga errori già ampiamente dimostratisi fallimentari e pregiudizievoli per la Città Vecchia di Taranto.

Le ragioni del fallimento delle politiche urbanistiche per la Salvaguardia, la Tutela e la Valorizzazione della Città Vecchia di Taranto, principalmente risiedono:

  1. ritenerla staccata, considerarla indipendente e pensarla, studiarla e progettarla avulsa dal Contesto Urbanistico Generale della Città dei due Mari;
  2. ritenere la sola dimensione “TECNICA/EDILIZIA” sufficiente e sostitutiva di quella “URBANISTICA” e ARCHITETTONICA;
  3. ritenere e imporre la funzione abitativa in tipologie edilizie obsolete, prive dei minimi e più elementari standard abitativi e urbanistici, quando ormai l’Italia e la Città di Taranto avevano imboccato la strada del “miracolo economico” (1958-1963) e fatto esplodere l’espansione urbana incontrollata e senza regole;
  4. realizzare le residenze universitarie in Palazzo Frisini, oltre il Borgo, anziché nel suo luogo naturale, ideale e deputato, la Città Vecchia;
  5. ritenere i “CRATERI” (edifici crollati) un pregiudizio, dei “vuoti” urbani e non la vera risorsa e il portento della Città Vecchia;
  6. ritenere la mancanza di aree per parcheggio un “problema” anziché l’occasione per infrastrutturale l’Isola utilizzando il suo sottosuolo periferico lungo il Mare; 7. cancellare la “patina del tempo” con i nuovi interventi o ristrutturazioni realizzate; 8. ecc.

LE CITTÀ CHE NON SI RINNOVANO MUOIONO!

Come sembra riconoscersi proprio con la predetta Delibera Dirigenziale n. 622/2026, evidentemente rilasciata prendendo atto, coscienza e consapevolezza dei numerosi errori e fallimenti, forse è giunto il momento di farsene una ragione e acquisire definitivamente cognizione che: “tutta la Pianificazione Urbanistica Generale e Particolareggiata, prodotta dalla Città di Taranto dal dopoguerra ad oggi, è servita solo a DE-QUALIFICARE, deprimere, svilire e affossare la Città stessa”.

Per la Città Vecchia, in oltre 55 anni dal “Piano (?) Urbanistico che doveva salvarla, si è visto e ascoltato di tutto:

  • sono stati prodotti Piani Urbanistici Generali e Particolareggiati;
  • è stato istituito un apposito Ufficio Risanamento per la città vecchia;
  • sono stati consumati fiumi di inchiostro per scrivere relazioni, memorie e atti amministrativi;
  • sono stati spesi ingenti fondi pubblici per lavori di riqualificazione (?);
  • è stato espletato un Concorso Nazionale di Progettazione per raccogliere proposte e idee;
  • si è arrivati perfino all’auto-profanazione e alla svalutazione del patrimonio storico-culturale consacrate con l’assurda e vergognosa “svendita/cessione degli immobili ad “1 €/cd” (basta toglierseli davanti), mostrando di fatto l’incapacità del Governo del Territorio di tenere in vita, valorizzare, celebrare e gestire un così importante agglomerato urbano e il il suo contesto storico;
  • si è avanzata l’assurda proposta di utilizzare le aree dei “crateri” (rinvenimenti dagli edifici crollati) per realizzare parcheggi, piazze o aree verdi, dimenticando che gli agglomerati urbani storici sono urbanisticamente compatti e di natura “minerale” ; - ecc.

Tutto ci  con l’unico deludente e inquietante risultato di vedere peggiorare, degenerare e degradare sempre di più, fino all’abbandono e all’oblio, la pregiata ISOLA MADRE, CUORE STORICO della Città di Taranto.

SBAGLIA - o non sa di cosa parla - chi ritiene che il Centro Storico di Taranto possa salvarsi soltanto attraverso una CONSERVAZIONE RETRIVA, limitata al semplice consolidamento e risanando gli edifici!

Per la sua Tutela, Salvaguardia e Valorizzazione, prima ancora della ristrutturazione, esso reclama soprattutto una RICONVERSIONE FUNZIONALE INNOVATIVA.

Ci  significa che il “tema” deve essere analizzato prioritariamente in termini URBANISTICI. Occorre ricercare e individuare una nuova “matrice strutturale, socio-culturale e di riuso funzionale operativo” compatibile con la struttura urbana dell’aggregato storico consolidato, con la “forma urbana” e tipologica dei corpi immobiliari.

Pertanto, molto probabilmente, la Città Vecchia, più che di un Piano Urbanistico inteso in senso tradizionale, necessita da decenni di un PROGETTO URBATETTONICO ESECUTIVO che, redatto in maniera scientifica e puntuale, sappia cogliere, interpretare e salvaguardi innanzitutto la Dimensione Culturale Generale  e Storica dell’Isola. Già vittima dell’anti-urbanistica e dell’anti-architettura, essa deve essere riscattata prima di tutto dai pregiudizi pseudo-culturali, dalle visioni retrive e dall’approssimazione.

Con il massimo rispetto per il professionista che redasse lo Studio della Città Vecchia approvato nel 1971 - definito con i criteri e standard ormai superati - non si pu  sottacere che tale strumento, impropriamente definito “urbanistico”, risultava carente di una proposta progettuale complessiva, attendibile e attuabile. In realtà, esso era (ed è) un ottimo dettagliato RILIEVO GRAFICO dello stato di fatto planimetrico dell’Isola Madre, ma privo di una visione capace di coglierne le potenzialità morfologiche e altimetriche. Mancavano analisi, valutazioni e proiezioni fondamentali, dei fattori socio-ambientali, economico-culturali e propriamente urbanistici, come se gli aspetti “TECNICO/EDILIZI” potessero, da soli, salvaguardare e valorizzare un agglomerato urbano storico.

Continuare a rimuginare sul piano del 1971, a mi parere, non è solo tempo peso, ma è persino pericoloso: appare come più un depistaggio intellettuale che ostacola la ricerca di una soluzione nuova e innovativa. Piuttosto che volontà di far rivivere realmente il Centro Storico, ammesso che vi siano ancora le condizioni per poterlo fare!

La Città Vecchia di Taranto, già in fase di spopolamento negli anni ’50, ’60 e ’70, è stata probabilmente condotta al declino proprio dalla terapia non prescritta da quel piano, pensato guardando “indietro” e non “avanti”, mentre l’Italia attraversava il “miracolo economico” (1958-1963), ed entrava nella Modernità, tra crescita, benessere e trasformazioni radicali dei costumi. Al contempo esplodeva l’espansione urbana incontrollata e senza regole.

I Centri Storici non vanno demoliti, ma non possono neppure diventare una “zavorra” per la crescita socio-culturale ed economica.

Non si pu  sottacere che ad iniziare dagli anni ’50 - ’80 del secolo scorso, la Gente, talvolta a costo di enormi sacrifici - è “fuggita” dai Centri Storici - per cercare condizioni di vita più salubri, servizi migliori, benessere fisico e sociale. Oggi tali esigenze sono ancora più avanzate.

Mentre Parigi stupiva il mondo dell’architettura progettando e realizzando il Beaubourg nel proprio centro storico e Bologna, illuminatamente, recuperava funzionalmente il suo nucleo antico valorizzando la storica Università, Taranto pensava che bastasse ristrutturare le “vecchie case” per riportare indietro i cittadini e magari farli retire nelle loro abitazioni ristrutturate.

Lo studio del 1971 sembrava ritenere sufficiente il risanamento edilizio per ottenere la riabilitazione dell’Isola Madre. Ma è un errore concettuale: non è l’utenza che deve piegarsi alla tipologia degli immobili; sono gli immobili e la Città che devono intercettare la condizione esistenziale dell’Uomo nel proprio tempo, a partire dalla funzionalità degli edifici, dai servizi, dalle infrastrutture e, sì, anche dai PARCHEGGI.

Conservare “sic et simpliciter” i caratteri storico-ambientali significa congelare gli edifici ed espellere la popolazione: le Città che non si rinnovano muoiono!

Al contrario, partendo dall’impianto distributivo, la viabilità le piazze, gli edifici significativi, si deve ricercare una “matrice” funzionale di infrastrutturazione del contesto urbano, non necessariamente compatibile con le tipologie edilizie esistenti, ma con esse congruenti.

Occorre individuare e dettare un MIX TIPOLOGICO-FUNZIONALE specifico per l’ISOLA ma integrato con quello dell’intera Città di Taranto.

Bisogna massimizzare, non deprimere la rendita immobiliare!

Non mi illudo, che i Centri Storici possano sopravvivere in eterno. E’ già molto riuscire a prolungane la vita salvaguardando le testimonianze più rilevanti. Anche l’Habitat urbano contemporaneo appare colpito da invecchiamento precoce. Non a caso, da anni, autorevoli architetti e urbanisti invocano la “rottamazione edilizia” del patrimonio immobiliare post-bellico privo di qualità funzionale e architettonica, oltre che paesaggistica!

Senza tentennamenti, con coraggio, creatività, innovazione ed ETICA professionale, occorre proporre soluzioni URB-ATETTONICHE coraggiose ma compatibili, innovative ma sensate, inclusive - anche a livello degli spazi urbani - e realmente funzionali all’Uomo

I “CRATERI” lasciati dagli edifici crollati non sono vuoti urbani da colmare con parcheggi o slarghi o riempire di aiuole”: sono, al contrario, la vera opportunità progettuale, la risorsa da cui partire.

Riabitare l’Isola Madre non significa necessariamente riproporre e a tutti costi la funzione residenziale tradizionale per nuclei familiari, laddove essa non sia più compatibile con gli standard tipologici e qualitativi più avanzati dello sviluppo socioculturale ed economico.

Non si pu  restare ancora irragionevolmente “appiattiti” e miopi sul vetusto e superato studio del 1971, senza mai porsi una domanda per accorgersi che in esso mancavano I CONTENUTI e I VALORI URBANISTICI essenziali, primari e fondamentali perché l’Isola potesse, e possa, rigenerarsi e non lasciarla morire: primo fra tutti il CAPITALE UMANO, ovvero il CARICO URBANISTICO.

E’ quindi illusorio ritenere che siano sufficienti interventi di mera ristrutturazione edilizia per far rinascere un centro Storico. Senza una visione urbanistica innovativa nessuna Città pu  salvarsi. Perché, in definitiva le Città che non si rinnovano muoiono.

*  *  *  *  *

Come già detto, il problema della Città Vecchia di Taranto non pu  essere inteso e risolto solo dal punto di vista “TECNICO/EDILIZIO”, ossia limitandosi alla semplice ristrutturazione degli edifici: consolidare e risanare le strutture, rifare impianti, intonaci, pavimenti, ecc., “e poi tutto come prima!”

La sua rinascita non passa dalla sola ristrutturazione “EDILIZIA” degli immobili: quella è una condizione sine qua non, ovvia, doverosa e persino scontata.

Ci  che manca, invece - che non sembra essere mai stato realmente individuato - è una VISIONE URBANISTICA CREATIVA E INNOVATIVA!

“Nonostante il tempo sia ormai maturo e la società stia entrando nell’era del transumanesimo, si illude - o non è del mestiere - chi ritiene che la Città Vecchia possa salvarsi avulsa dal suo Contesto Urbano Generale, compresi i bacini delle sue acque”. Urbanisticamente, LA CITTÀ VECCHIA non esiste come entità autonoma: ESISTE LA CITTÀ DI TARANTO, La Città dei DUE MARI.

Il Mare che perimetra la terra di Taranto è, dal punto di vista urbanistico e territoriale, parte integrante e imprescindibile della Città, così come lo sono le aree occupate dalla Marina Militare sul versante del mar piccolo.

Difficilmente si potrà definire consapevolmente un NUOVO P.U.G. per il Capoluogo Jonico se non si acquisisce questa consapevolezza: i seni del Mar Piccolo e soprattutto il BACINO DEL MAR GRANDE (ACQUE INTERNE) rappresentano la risorsa primaria - il vero “petrolio” - per la crescita socio-economica, culturale e demografica della Città e dell’intero arco jonico.

 Sbaglia chi pensa di poter risollevare le sorti della Città Vecchia considerandola “separata” dal resto della Città, come purtroppo accade anche per il quartiere Paolo VI e per le cosiddette “tre terre” (Lama, Talsano e San Vito).

Il Centro Storico è degradato e in avanzato stato di abbandono anche perché non è stato - né viene - considerato e studiato come parte integrante e vitale di un unico organismo urbano: la Città. Al contrario, è stato spesso trattato come un’entità minore, indipendente, quasi marginale. Non a caso, dinamiche simili stanno interessando anche il Quartiere Borgo e altri comparti urbani, mentre le “tre terre” rivendicano l’autonomia amministrativa.

E’ quindi fondamentale adottare una visione razionale, organica e unitaria del MODELLO URBANO DELLA CITTÀ: una “Tipizzazione Urbana Unitaria e Integrata”, distribuita per “Poli o AREE GRAVITAZIONALI SPECIALIZZATE e QUALIFICATE”.

Occorre passare “dalla Città Policentrica” alla Città dei Poli e/o Aree specializzate”, intercettando le condizioni culturali, socio-economiche ed esistenziali contemporanee (il cosiddetto quarto settore). Questo deve valere per l’Isola Madre, ma anche per Paolo IV.

Per la rinascita del Centro Storico - ammesso che permangano ancora le condizioni - è necessario definire prioritariamente un “Nuovo concept funzionale urbano”, che non pu  coincidere con quello pre-bellico. Occorre delineare un nuovo assetto infrastrutturale e dei servizi, individuare i “valori integrativi e aggiuntivi” e verificare, nell’ambito della PIANIFICAZIONE URBANISTICA GENERALE, il “NUOVO MODELLO URBANO COMPLESSIVO” che ne deriverà.

Si tratta di un lavoro complesso: studio dei caratteri antropico-culturali,  analisi ambientale e paesaggistica, approfondimento socio-economico, economia urbana e perequazione urbanistica, ricerca progettuale urbanistica e creatività architettonica. Un processo che non pu  essere banalizzato né dato per scontato. Non risulta sia mai stato prodotto nulla di realmente strutturato in tal senso; e, se esistesse, sarebbe comunque datato.

Tuttavia, conoscendo abbastanza le problematiche Urbanistiche Generali della Città di Taranto, la Città Vecchia, più che di un Piano Urbanistico tradizionale, necessita da decenni di un vero PROGETTO URB-ATETTONICO ESECUTIVO, capace di interpretare, esaltare e salvaguardare la sua dimensione culturale e storica.

Nonostante gli errori urbanistici del passato - a partire dal P.R.G. e da scelte decisamente sbagliare, come la collocazione delle RESIDENZE UNIVERSITARIE in Palazzo Frisini, aldilà del Borgo umbertino, anziché nella sede più naturale e coerente della Città Vecchia - il dominio, la specializzazione e la vocazione dell’ISOLA non pu  che essere unitariamente CULTURALE.

Occorre individuare un MIX FUNZIONALE URBANO SPECIALIZZATO che passi prioritariamente attraverso la LA KULTURA: la Città Universitaria con residenze per studenti, ricercatori e docenti; Conservatorio e spazi per la musica e cinema; Gallerie d’Arte e Atelier; un grande Centro Culturale multifunzionale sul modello del Beaubourg; valorizzazione della cultura del mare lungo via Garibaldi, le discese in Mar grande; commercio e negozi specializzati; ricettività e ristorazione qualificata; servizi legati al Quarto Settore.

L’ISOLA deve diventare uno strategico hub culturale, artistico e naturalistico di livello medio-alto: occorre attrarre BELLEZZA E QUALITÀ.

BISOGNA MASSIMIZZARE, NON DEPRIMERE LA RENDITA IMMOBILIARE!

Proprio perché la Città Vecchia non è strutturalmente compatibile con gli standard del D.M. 1444/68, per garantire uno standard qualitativo elevato sarà necessario escludere il social housing e limitare la funzione abitativa a quella strettamente connessa alle funzioni insediate. La residenza privata, ove compatibile, dovrebbe essere contenuta entro una quota minima (10–20% massimo).

La storia dell’urbanistica e la sociologia urbana insegnano quanto siano problematiche concentrazioni indiscriminate di edilizia sociale: basti pensare alle Vele di Scampia, al Corviale di Roma, allo ZEN di Palermo, al Librino di Catania o al Pilastro di Bologna. Riproporre modelli simili sull’Isola Madre significherebbe rischiare nuove forme di ghettizzazione.

Per evidenti ragioni professionali e per la complessità della progettazione urbatettonica necessaria, per le enormi variabili da considerare e le verifiche da conseguire, non è possibile qui dettagliare ulteriormente il Concept Funzionale Urbano di un’Area Gravitazionale Urbana ad altissima valenza storico-culturale, né la sua futura “infrastrutturazione”, che  dovrà essere congrua e compatibile con il contesto e Organica al suo Paesaggio - come insegnava Frank Lloyd Wright.

Preoccupano, infatti, non solo le visioni miopi e retrive di alcuni, ma soprattutto le proposte insensate che rischiano di compromettere il Paesaggio e lo straordinario splendido mare di Taranto.

LA DIFESA ASSOLUTA DEL PAESAGGIO NATURALE E ANTROPICO

Già vittima dell’anti-urbanistica e dell’anti-architettura, il Centro Storico di Taranto deve essere necessariamente progettato con la sensibilità del restauro scientifico e filologico, senza tuttavia disdegnare l’apporto creativo e innovativo dell’architettura e del design, come insegnava Carlo Scarpa. Certamente con la più alta professionalità possibile, con interdisciplinarità, sensibilità, studio, conoscenza, cura e attenzione. Cosa che, in oltre 55 anni, non è mai stata realmente praticata.

L’occasione propizia, come già detto, è offerta proprio dagli ampi “CRATERI” lasciati dagli edifici crollati, che devono essere ricostruiti per restituire la spazialità che hanno avuto per secoli. Ovviamente nel rispetto dell’impianto compositivo originario, delle sagome di ingombro e dei caratteri costruttivi, formali, stilistici, naturalistici e paesaggistici storici.

Ci  non significa rinunciare all’innovazione architettonica, purché condotta con sapienza, creatività e massimo rigore professionale, al fine di intercettare le esigenze funzionali contemporanee.

Desta invece grande preoccupazione la proposta — a dir poco nefasta — avanzata da alcuni per soddisfare l’elevato fabbisogno di PARCHEGGI (4.000–5.000 posti auto), che rappresentano sì una componente importante e imprescindibile per la riuscita del progetto di salvaguardia e valorizzazione dell’Isola Madre, ma non possono essere realizzati a qualsiasi costo.

In alternativa alla proposta, già nota, di realizzare silos interrati automatizzati e meccanizzati lungo il perimetro dell’Isola - soluzione coerente con il principio secondo cui i parcheggi a raso per la sosta prolungata devono essere banditi dai centri urbani, soprattutto Storici - è stata avanzata l’idea di collocare in mare, lungo lo stesso perimetro, delle “piattaforme” (presumibilmente galleggianti) destinate ad accogliere automobili.

Come pu  un architetto - e persino un Ordine Professionale - non inorridire di fronte all’ipotesi di realizzare lungo il perimetro dell’Isola delle piattaforme in mare, magari multipiano e sormontate da pannelli fotovoltaici, per ospitare auto? ESTETICAMENTE e PAESAGGISTICAMENTE, strutture del genere - simili ai depositi dei rottamatori - offrirebbero uno spettacolo sgradevole e deprimente, compromettendo la vista panoramica dello splendido mare di Taranto, delle sue aurore e dei suoi tramonti. Solo l’idea suscita inquietudine.

Quando ho parlato di “protesi urbanistiche” in mare, necessarie per l’infrastrutturazione del Borgo umbertino - come, ad esempio, un teatro in Mar Grande - pensavo a gioielli dell’architettura, OPERE di altissima QUALITÀ ESTETICA e ATTRATTIVITÀ CULTURALE, sul modello della Sydney Opera House progettata da Jørn Utzon, non certo a piattaforme per automobili (o zattere da “rottamatori di auto”). No ai parcheggi in mare!

. . . . .

Per le ragioni di salvaguardia, tutela, VALORIZZAZIONE E RIGENERAZIONE URBANA della CITTÀ VECCHIA DI TARANTO, e per quanto qui argomentato, sorge allora una domanda inevitabile: in cosa, e per quali finalità, dovrebbe ancora “FARE DA BUSSOLA” il piano/studio approvato dal Comune di Taranto nel lontano 1971?

Arch. Antonio Fanigliulo
Urbanista

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