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Nardò
26 Gennaio 2026 - 07:28
Giustizia
NARDÒ - La recente sentenza del Tribunale civile di Lecce viene accolta dal Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani come un pronunciamento destinato ad andare oltre il singolo caso giudiziario, richiamando in modo diretto la responsabilità educativa della scuola pubblica. La decisione dei giudici, che ha riconosciuto una responsabilità per omessa vigilanza a carico di un istituto scolastico di Nardò, viene letta come una riaffermazione del principio secondo cui la tutela della persona deve essere il pilastro di ogni comunità educante.
Il testo è firmato dal presidente del CNDDU, Romano Pesavento.
Al centro della vicenda c’è la storia di uno studente, indicato con il nome di fantasia di Stefano, che per lungo tempo avrebbe subito episodi reiterati di violenza, umiliazione, isolamento e discriminazione, anche in relazione alla disabilità e all’orientamento identitario percepito. Una sofferenza protratta nel tempo che, secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, si sarebbe consumata in un contesto chiamato a proteggere e che invece avrebbe finito per tollerare la sopraffazione. Il CNDDU sottolinea come il bullismo non possa essere considerato un episodio occasionale, ma un fenomeno fondato su rapporti di potere sbilanciati, alimentati dall’assenza di interventi educativi tempestivi.
Nel documento diffuso dal Coordinamento viene ribadito che la scuola non ha solo il compito di trasmettere conoscenze, ma è tenuta a garantire condizioni di sicurezza fisica e psicologica tali da rendere effettivo il diritto allo studio. Quando questa funzione viene meno, l’omissione produce effetti profondi, finendo per legittimare implicitamente la violenza e aggravare l’isolamento di chi si trova già in una situazione di fragilità. In questa prospettiva, la responsabilità riconosciuta dal Tribunale viene interpretata non soltanto come una violazione formale degli obblighi di vigilanza, ma come un richiamo alla dimensione etica della funzione docente e della governance scolastica.
Particolare rilievo viene attribuito al passaggio della sentenza che ribadisce il dovere della scuola di prevenire e intercettare le situazioni di rischio, intervenendo con rapidità a tutela degli studenti. Un principio che, secondo il CNDDU, richiama direttamente i diritti umani, poiché la prevenzione è parte integrante della tutela e non può essere demandata alla sola capacità di resistenza delle vittime o a interventi successivi al danno. Viene inoltre evidenziato come nessun risarcimento economico possa compensare anni segnati da paura, solitudine e umiliazione vissuti all’interno di un luogo che dovrebbe rappresentare crescita e riconoscimento.
Pur riconoscendo il percorso di recupero personale compiuto dal giovane, oggi in grado di costruire relazioni e proseguire il proprio cammino formativo, il Coordinamento mette in guardia dal rischio di trasformare queste vicende in racconti consolatori. La tutela dei diritti fondamentali, viene sottolineato, non può essere affidata alla forza individuale di chi subisce, ma deve poggiare su un sistema scolastico realmente inclusivo, capace di cogliere i segnali del disagio prima che la violenza diventi normalità.
Per il CNDDU, questa sentenza deve rappresentare un’occasione di riflessione collettiva sull’urgenza di riportare la dignità della persona al centro dell’azione educativa. Educare ai diritti umani significa anche contrastare ogni forma di discriminazione, linguaggio d’odio e violenza, riconoscendo che il silenzio delle istituzioni può trasformarsi in una forma di complicità.
Il documento si chiude con l’auspicio che quanto emerso in sede giudiziaria contribuisca a rafforzare una cultura della vigilanza consapevole, dell’ascolto e della corresponsabilità educativa, affinché la scuola non diventi mai un luogo di mera sopravvivenza, ma resti per ogni studente uno spazio autentico di tutela, crescita e libertà.
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