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CONTROVERSO

Poesia del Giorno

"Disilluso osservo" di Franco Bovone & "Cocci di essenza" Giuseppina Pedraglio

Poesia del Giorno

La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.

Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.

L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.

Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.

Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:

  1. seguire le pagine social ufficiali di Buonasera24 su Facebook e Instagram;
  2. inviare all’indirizzo controverso2019@gmail.com una poesia che non superi i 30 versi indicando nome, cognome, luogo di residenza e dichiarando nel testo la paternità dell’opera.

Le poesie di giovedì 5 sono:

    DISILLUSO OSSERVO di FRANCO BOVONE da Godiasco Salice Terme - PV

    Nel cielo terso
    dell’acquietato quartiere
    fra gioiose mani
    alto volava l’aquilone.
    Tremano ora rugose e incupite,
    vedendolo franto
    al suolo rassegnato giacere.
    Disilluso osservo
    usurate dimore
    dell’anonima periferia
    ad offuscati simulacri
    ridotte.
    Illividiti cirri
    nell’ingrigito cielo
    gravano,
    le consunte iconografie
    delle offuscate dimore
    di monossidi sature.

    RECENSIONE

    Il sentimento che attraversa questi versi è una disillusione lenta, quasi sedimentata nel paesaggio. Non c’è uno scatto improvviso, ma un progressivo spegnersi: ciò che prima volava leggero ora è a terra, e lo sguardo resta fermo su quella caduta. L’atmosfera è grigia, trattenuta, come se l’aria stessa fosse diventata più pesante.

    Il ritmo è spezzato, costruito su versi brevi e pause che isolano le parole più dure. L’andamento rallenta quando l’immagine si fa più cupa, e gli aggettivi, numerosi e ravvicinati, creano un senso di accumulo che opprime. Anche il lessico contribuisce: termini come “usurate”, “offuscati”, “consunte” danno al testo una tonalità spenta, coerente con la visione periferica che viene descritta.

    Franco Bovone intreccia la caduta dell’aquilone con lo scenario urbano scrivendo “vedendolo franto / al suolo rassegnato giacere” e poco dopo “Disilluso osservo / usurate dimore”. L’oggetto infranto diventa così simbolo di un’illusione perduta, mentre le “dimore di monossidi sature” trasformano la periferia in un luogo quasi tossico, dove anche il cielo sembra ammalarsi.

    Resta negli occhi un colore smorzato, un orizzonte ingrigito che non offre appigli. L’aquilone non si rialza, e tra i cirri illividiti e le case consumate rimane soltanto uno sguardo fermo, come se l’aria stessa avesse dimenticato come si fa a sollevarsi.

    _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 

    COCCI DI ESSENZA di GIUSEPPINA PEDRAGLIO da Milano

    Ho camminato
    nelle tenebre della follia.
    Ho strappato il suo buio mantello
    per vedere ombre di luce.
    In tempi immemori,
    nello spasimo del dolore,
    momenti di improbabile gioia.
    L'amore ha cosparso di cenere
    tutta la mia vita.
    Non ho avuto tregua
    nemmeno dentro la morte dell'anima.
    Cadere e rialzarsi
    sono una cosa sola.
    Quando tocchi
    il fondo dell'abisso
    forse troverai un appiglio.
    Se si sgretola,
    ti spaccherai le unghie e non solo...
    Ne cercherai un altro.
    Hai vissuto.

    RECENSIONE

    C’è un attraversamento duro, quasi fisico, che segna questi versi, e a raccontarlo è Giuseppina Pedraglio con una voce che non cerca attenuanti. Il buio non è metafora lontana ma esperienza concreta, toccata, strappata, sfidata. L’atmosfera è aspra, attraversata da dolore e resistenza, come se ogni parola fosse passata prima attraverso una ferita.

    Il ritmo procede per scatti, con versi brevi che sembrano colpi secchi. Le immagini sono forti, essenziali: il mantello strappato, la cenere sull’amore, l’abisso che costringe a cercare appigli. Non c’è compiacimento, solo una linea netta che unisce caduta e risalita, trasformandole quasi in un unico movimento necessario.

    Quando leggiamo “Cadere e rialzarsi / sono una cosa sola” e subito dopo “ti spaccherai le unghie e non solo...”, il dolore diventa gesto, materia, lotta. La scrittura sceglie una lingua diretta, senza ornamenti superflui, affidandosi a immagini crude per restituire autenticità. Anche la seconda persona amplia il discorso, rendendolo esperienza condivisa.

    Resta una sensazione di sopravvivenza più che di vittoria. Non c’è trionfo, ma una consapevolezza conquistata a fatica, come mani sporche di terra dopo aver cercato un appiglio nel fondo più scuro. E in quella fatica c’è la prova concreta di essere rimasti vivi.

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