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FANTASCIENZA
22 Aprile 2026 - 07:38
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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«Si curi, lei si deve curare il cervello.»
Quella mattina, ancora ignara di lì a poche ore dell’esistenza di quella frase lapidaria, avevo telefonato all’Agenzia Interinale “Top Marks”, che mi era stata caldamente raccomandata.
«Guardi che io ho bisogno di una segretaria, non di un elettrodomestico!» ringhiai di primo acchito.
«La nostra Soledad è la segretaria dei sogni», e a quella risposta mi sporsi così tanto dalla sedia che persino le sue gambe di legno presero minacciosamente a scricchiolare.
«Se è vero quello che dice, cosa ci fa ancora nel vostro data base? A quest’ora sarebbe già stata impiegata da qualche parte, no?»
«Dottoressa mia» – mi apostrofò il responsabile, un certo tal dei tali, dalla sua patetica scrivania sprovvista persino di un computer e di una stampante – «Soledad si è unita a noi da pochi giorni. Come si suol dire, è fresca di pacca.»
Ed io, a quella risposta, sbarrai gli occhi in un perfetto stato di smarrimento.
«Mi sta forse dicendo che questa vostra Soledad è un robot per davvero?!»
«Perbacco, pensavo avesse consultato la nostra pagina web.»
«Di sfuggita» mi difesi.
La verità era che stavo passando un periodo in cui, a lavoro, ero costantemente sotto pressione, tanto che avrei accettato come segretaria persino una scimmia ammaestrata. E fu così che il responsabile, con il ridicolo papillon, mi affibbiò Soledad.
Neanche il tempo di ritornare in ufficio che me la vidi sfilare davanti alla mia scrivania con fare mansueto.
«In che cosa le posso essere utile?» mi chiese servizievole.
Io, intanto, non riuscivo a smettere di fissarla come imbambolata.
«C’è qualcosa che non va?» mi chiese Soledad, sbattendo ripetutamente i suoi occhi piccoli e brillanti.
A quella domanda riuscii solo a balbettare l’ordine di prendere soltanto le telefonate del mio direttore, l’uomo di cristallo – così noi della Società lo chiamavamo, a sua insaputa.
Soledad mi assicurò di aver ben compreso le mie esigenze, cosa che procurò in me un involontario moto di ilarità.
«E secondo te, quali sarebbero le mie esigenze?»
«Lei è ipercritica quasi fino alla paranoia. Nel suo profondo è un’insicura patologica e ha costantemente paura del giudizio altrui, in special modo del giudizio del suo capo, verso il quale nutre delle forti passioni.»
Era come trovarsi davanti a uno specchio, ed io, allarmata, chiesi se il mio capo fosse a conoscenza di ciò che io provavo per lui.
«Se vi vedessi interagire insieme da soli, sarei in grado di fornirle una risposta adeguata» – ed io non persi tempo.
L’appuntamento venne preso proprio quel martedì pomeriggio. L’uomo di cristallo, io e Soledad ci sedemmo al tavolino di un bar che era appena dietro l’angolo dai nostri uffici.
Il mio capo, alla vista della mia nuova segretaria, restò come fulminato.
«Lei è un robot e si chiama Soledad» spiegai subito, così da spegnere ogni suo ardore iniziale.
«Che bella macchina», e a quel commento Soledad rispose che io desideravo sottoporre il mio rapporto al suo giudizio.
Al che, Soledad estrasse la piccola cartella color crema e la porse all’uomo di vetro.
«Ho una segretaria eccellente» – esclamò il mio capo subito dopo aver letto il mio rapporto – «ma la tua è ineguagliabile. La posso prendere in prestito?»
Io restai con la busta color crema in mano a fissare la tazzina da cui avevo bevuto del caffè senza neanche averne sentito il sapore.
«Io non sono un giocattolo» si difese Soledad, evidentemente punta sul vivo.
«Sarà. Io una mano nel fuoco non ce la metterei, cocca.»
«Soledad! Si chiama Soledad!» La mia voce assomigliava a un sibilo.
«Va bene, non c’è bisogno di scaldarsi così tanto. Per la miseria, non si può nemmeno fare una battuta che voi donne subito vi inalberate. E dimmi» – rivolgendosi alla mia segretaria – «a voi macchine ve l’hanno dato il senso dell’umorismo?»
Soledad roteò i suoi piccoli occhi scintillanti e rispose che, persino agli occhi di un robot, era lampante che quello del mio capo non fosse senso dell’umorismo, bensì semplice maleducazione.
L’uomo di vetro, a quella risposta, fece una smorfia.
«Ci ho ripensato, non la voglio più in prestito questa macchina, se la tenga pure» – e, dopo essersi alzato, concluse con la frase: – «E il suo rapporto non mi soddisfa affatto.»
Dalla rabbia accartocciai la piccola cartella color crema insieme alla sua busta e li ficcai dentro un posacenere.
Quando mi decisi a sollevare lo sguardo, incontrai quello di Soledad: uno sguardo indefinibile, che le sue parole tuttavia resero del tutto trasparente.
«Se lei prova delle passioni per uno così, si curi: lei si deve curare il cervello.»
Detto da una macchina suonava perfino peggio.

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Testata: Buonasera
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