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Abduction

di Nicola Eboli

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Abduction

di Nicola Eboli

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Tutto quello che avevo sempre desiderato lo avevo trovato nel mio lavoro: sono un anatomopatologo. Lavoro per il distretto di medicina legale di una grande città, la capitale delle capitali. Non ci si immagina nemmeno quante verità possa suggerirci un organismo morto. Tutto è lì, a portata di occhio. Basta saper osservare. Ed io sono molto bravo in questo. Quello che mi piace di questo mestiere è la pulizia. La mancanza di fastidiose variabili, crisi di rigetto o emorragie improvvise che diano fastidio, come le persone. Quelle vive, intendo. Almeno apparentemente.
Alla ricerca della verità! Tutto quello che mi interessava era osservare, osservare ed ancora osservare in piena tranquillità, e il lavoro non manca in una grande metropoli.
Ore 7.00: il telefono mi sveglia. È domenica e a quest’ora può essere solo una chiamata di lavoro. Pazienza, in fondo non mi dispiace: vuol dire che hanno bisogno di me. Infatti è il dipartimento. Un nuovo caso e il commissario vuole risultati al più presto. Il mio assistente, dall’altra parte della cornetta, mi informa che il commissario sta andando lì per assistere all’autopsia. Gli dico di informare il poliziotto che sarò lì appena possibile. Mi siedo sul letto e inizio con calma a riprendermi. Quando arrivo in dipartimento sono le 9.00. Il commissario è già lì. Mi informa sul caso: donna sui trenta, trovata in un vicolo nella prima mattina. Non presenta segni particolari di violenza. Lo blocco: me la vedo io. Entro nel "santuario".
Ore 9.30: inizio l’esame. Gran bella ragazza. Quello che mi piace di questo lavoro è l’assoluto vantaggio di essere solo. Per la maggior parte del tempo non c’è niente e nessuno che possa distrarmi. Ho da qualche tempo eliminato anche la musica mentre taglio e incollo. Se ho a che fare con un pezzo di fegato, siamo solo io e quel pezzo di fegato. E poi ci posso parlare, con le povere carcasse; loro me ne dicono di cose. Tutto quello che mi interessa sapere. All’apparenza non sembrano esserci segni di morte violenta. Niente fori di proiettili, niente contusioni, non ci sono segni di stupro né di strangolamento.
Ore 11.00: l’esame esterno non presenta nessun indizio significativo. Provo una strana sensazione; direi che mi sento innamorato, ma sarebbe una stronzata dato che lei è morta. Eppure c’è qualcosa in questa ragazza, non è solo per la bellezza che, tra l’altro, non è stata compromessa dal decesso. C’è qualcosa che non riesco a spiegare. Chissà se l’avessi conosciuta da viva. "Ehi, dico a te", ma tu non puoi rispondermi. Eppure sei bellissima. D’accordo, ora ti apro.
Ore 17.30: non è possibile! Non c’è niente. Non ci sono segni d’ictus né d’infarto, niente embolie, niente. Assolutamente niente. Ci sto sbattendo la testa da ore ma qui non c’è nulla. Eppure di qualcosa deve essere morta! Perché che sia morta è l’unica certezza: non respira, il cuore non batte, non ci sono riflessi. È decisamente morta, ma di cosa? Calma.
Mi vengono in mente le leggende su riti voodoo e veleni che provocano la morte apparente, ma i riti voodoo non sono contemplati dal manuale di medicina e, finora, tutti i casi in cui mi ero imbattuto erano codificati. Anche i più strani. Mi siedo sulla sedia accanto al lettino e rimango a fissare quella creatura. Mi chiedo chi sia e come si permetta di snobbare anni di ricerche scientifiche, morendo senza una causa che la scienza possa spiegare. Forse dovrei parlare con un prete. Ma la metafisica non c’entra con il mio lavoro.
"Ed io diedi all’uomo il più grande degli artifici: il numero". Non esiste altro! Sintesi. Convenzione. 1 e 0. Un cadavere ha una causa di morte, o uno più uno cause. Sino ad ora. Ed ora invece, lo zero. Quando ti scova lo zero, tutti gli uno vanno a farsi fottere. Tutto crolla e non esiste la possibilità di tornarsene al caldo, al sicuro, e far finta di niente. Non c’è religione o scienza che tenga. È come se uno pensasse di essere vivo e un bel giorno si svegliasse nella bara.
Stavo parlando ad alta voce. Forse sperando che la ragazza mi rispondesse. Ma in realtà era lei che mi aveva fatto una domanda: mi aveva chiesto chi sono. Ed io non lo sapevo più. Mi ricordo di avere un’auto da qualche parte. Spero se ne serva qualcuno per un po'. Se me ne dovesse servire un’altra, ci penserò. Devo tagliare i ponti. Far sparire tutte le tracce. Convincermi di non essere. Di non esserlo mai stato. Inizio da quel bar in fondo alla strada.

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