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UMORISTICO

Sul pianeta Papalla non può succedere

di Emidia Colombo

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Sul pianeta Papalla non può succedere

di Emidia Colombo

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Le Poste del pianeta Papalla si sono ammodernate, trasformandosi in banca; sono quotate e gestiscono denaro, “motore di sviluppo del pianeta”. Ormai sono più banca che poste, hanno più sportelli per servizi bancari che sportelli per la corrispondenza e dispongono anche di bancomat ma, talvolta, la tecnologia papallica è talmente malandrina da “catturare” la carta bancomat.
Come sia possibile è presto detto. Un giorno è capitato, infatti, che la signora Giovanna si sia recata alle Poste per prelevare denaro contante, il suo, non quello degli altri; in quel pianeta lontano non è mai accaduto, infatti, che qualcuno clonasse carte o rubasse documenti. Così, inserita la carta nel terminale per prelevare, il suddetto restituiva alla signora la carta, espellendola di pochi centimetri. Erano così pochi che, con le dita, la signora non riusciva a recuperarla, nel tempo prefissato, dall’apposita fessura. Cosicché, il terminale, lesto e inesorabile, si riprendeva la carta, ammonendo: “Tempo scaduto”.
Risultato: niente contanti; niente carta e uffici postali chiusi. Queste cose, infatti, accadono sempre o di domenica o di sabato pomeriggio. Passato al verde il fine settimana, il lunedì di buon mattino, la signora si recava speranzosa allo sportello per riavere la carta e un po’ di soldi. Niente di più complesso.
“La carta è stata catturata!” sentenziava un’impiegata frettolosa. “E da chi?” obiettava l’anziana signora incredula. “Orbene, dal terminale” e, dopo aver digitato al suo elaboratore, aggiungeva minacciosa: “Anzi, mi risulta che la carta non sia nemmeno intestata a lei. Per riaverla, ci vuole il titolare in persona”, il quale, però, era in vacanza su un altro pianeta.
Notata la fila che s’ingrossava allo sportello, sopraggiungeva il direttore che cominciava un interrogatorio: “Chi è lei? Qualcuno qui la conosce? A che titolo ha la carta?” Alla stimata signora, in genere, il tono di un altezzoso burocrate non andava giù e, inforcati gli occhiali buoni per guardare negli occhi il direttore, lo squadrava dall’alto in basso. Dall’espressione di improvviso stupore era evidente che lui non conosceva il ruolo sociale e le attività benefiche della signora la quale, a questo punto, preferiva, per amor di pace, spiegare la situazione con dovizia di particolari e pazienza se, nel frattempo, la coda s’ingrossava, a tutto problema del direttore.
“Allora”, cominciava la signora, “la carta era intestata per comodità al figlio ma il denaro era suo; il terminale non l'aveva espulsa quanto bastava per afferrarla con le dita deformate dall’età e se l’era, quindi, ripresa dopo i trenta secondi concessi per recuperarla”. Convinti dal racconto e appurato incontestabilmente che la carta “catturata” si trovava ormai tra gli ingranaggi del bancomat postale, direttore e impiegata sentenziavano tuttavia che, data l’oggettiva discrepanza tra intestatario e reclamante, la suddetta “non si poteva scatturare”.
Diavolo di una carta! Bloccava il bancomat e creava la coda. Dopo ore di rimpallo da uno sportello all'altro, si muoveva quindi a pietà un impiegato-rappresentante di categoria che, grazie al suo ruolo, “faceva uno strappo al perentorio regolamento interno, alle circolari applicative nazionali e regionali ed alla prassi dell'ufficio, avallata dal responsabile e dal direttore provinciale” cosicché, il martedì, aperto il marchingegno, liberava la carta.
“Carta restituita, questione finita?” chiedeva la signora. “No, c’è da firmare il modulo, ma deve farlo il titolare in persona”, rispondevano in coro direttore, impiegata e rappresentante di categoria e, dato che costui non c’era, il nome della signora veniva appuntato nei libri della filiale ed il modulo del lunedì (un verbale) veniva lasciato a metà per mancanza del titolare il quale “deve assolutamente presentarsi a Papalla entro sabato, alle ore 12:00, ora di chiusura, per firmare il verbale di riconsegna della carta scatturata”, ammoniva il direttore, “in caso contrario, addio carta!”.
Non sia mai! Il titolare richiamato ritornava in tutta fretta dalle vacanze sulla Terra e, nel giorno convenuto, si presentava allo sportello per firmare. L'impiegato di turno, tuttavia, era un papallino di supplenza, all’oscuro dell’antefatto, spedito allo sportello che altrimenti sarebbe stato chiuso. Costui, poverino, osservava con logica lineare: “Se ce l'ha in mano la sua carta, quale verbale di riconsegna deve firmare?”
Fare un falso, giammai! Un verbale è un verbum che giace su carta, per iscritto, nero su bianco, sine die, soprattutto se quel verbale testimoniava di una carta riconsegnata al non titolare, nonostante il regolamento interno, la prassi e la direttiva provinciale, regionale e nazionale. Il papallino era in preda a crampi da panico: una carta catturata; “scatturata” non si sa quando, come e da chi; riconsegnata a una signora che la usava senza esserne intestataria; il titolare rientrato dalle vacanze con la carta in mano; un verbale di riconsegna da firmare che non si trovava, verbale postumo per giunta; e lo strappo alla regola tassativa perentoria non violabile, garanzia di serietà amministrativa.
Ma, soprattutto, che data mettere su un verbale postumo? Quella del giorno dell’inghippo tecnologico o quella del giorno della riconsegna postuma in orario di chiusura? E chi indicare come riconsegnatario? L’utilizzatore, il prestanome, il direttore oppure il liberatore-ammettitore implicito dell'avvenuto strappo alla regola? E dov'era il verbale di riconsegna, iniziato con la data del lunedì, archiviato il martedì e da firmare in quel di sabato? Sparito.
Ne andava steso un altro oppure bisognava ritrovare improrogabilmente, inesorabilmente, assolutamente quello già semicompilato? Crisi nera e risposta di circostanza: “Consulto il direttore”. Giusto! A Papalla sono molto ligi, ma il direttore, che del papocchio non voleva saperne alcunché, era introvabile come il verbale. L’impiegato annaspava tra le carte, le girava e rivoltava, qualcuna volteggiava mentre scartabellava e, intanto, il caos allo sportello aumentava: con la coda sudaticcia, nella stanza soffocante, il nervosismo era palpabile.
Alla fine, il suddetto benedetto maledetto verbale veniva tirato fuori da una montagna di pacchi pronti a partire per chissà quale galassia e, col verbale, ricompariva pure il direttore appena in tempo per dire: “Firmi per esteso, senza data, farà fede il protocollo e la prossima volta riprenda la carta nei termini di legge!”
Perché la colpa non è mai della macchina; essa è tarata per emettere la carta quanto basta per il ritiro e non di più, non si sa mai. Infatti, a Papalla, non si sono mai verificate clonazioni di carte e furti di documenti, tantomeno una carta è mai stata catturata e rilasciata. Eppure c’è un verbale per la galassia che attesta ben altro, anche se la pubblicità è perentoria: “Alle Poste si può fare tutto… con un dito e un solo clic”.

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