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UMORISTICO

Maya

di Annalisa Suriano

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Maya

di Annalisa Suriano

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Miao a tutti, mi chiamo Maya. All’epoca in cui si sono svolti i fatti, non potevo immaginare che la mia vita avrebbe preso una piega così inaspettata. È la mia settima vita, degli umani non mi meraviglia più nulla, ma quello che mi è capitato supera la più fervida immaginazione.
Ma partiamo dall’inizio: sono una gatta europea rossa, con occhi verde bottiglia; la coda è storta, ma spavalda e fiera, così come spavaldo e fiero è il mio padrone, il mio amato Giovanni il Profeta, altrimenti detto il Ganassa.
Fu lui ad adottarmi, quando viveva nella Maremma grossetana con la femmina di umano con cui era in quel periodo, tale Manuela, una decerebrata che ora si fa chiamare Noà, il nome che, a quanto afferma, portava nella sua precedente presunta vita di nativa americana. Eh sì, se c’è una cosa che posso rimproverare al mio padrone è la scelta sempre poco oculata che ha fatto delle femmine della sua specie.
Sono stata felice per poco tempo insieme a lui e alla minus habens che, in realtà, ho sempre considerato poco e niente: diceva di essere mia madre, mi vezzeggiava affibbiandomi nomignoli assurdi, il più odioso era «Mayolina»; mi accarezzava mentre mangiavo, mi sussurrava formule strane all’orecchio.
Io non le badavo e, appena potevo, mi accoccolavo su quel morbido e adorato batuffolo posizionato appena sotto il bel pancione del mio padrone.
Tutto questo, però, è durato molto poco. Mi aspettava, infatti, il primo dei nostri tanti traslochi, ahimè: quello verso la Brianza coincise con la fine della storia con Noà la squaw.
Credevo di poter stare finalmente sola con lui nel nostro nuovo appartamento; già mi vedevo accoccolata su di lui, a impastargli in santa pace il batuffolo, lontana dalle grinfie di una che si spacciava per mia madre. Le cose non andarono esattamente così: lei pretese di far valere i suoi diritti di genitrice e, periodicamente, veniva a trascorrere dei weekend da noi.
Nel frattempo il mio amato armeggiava sempre più spesso con l’altro telecomando, quello che si illumina. Adesso so che è così che gli umani arrivano ad accoppiarsi: attivano qualcosa su quell’aggeggio e, dopo poche ore o al massimo il giorno dopo, ti vedi piombare un’estranea in casa. E così, dopo la mentecatta, mia madre diciamo, si sono succedute a un ritmo forsennato vari esemplari di femmina, una peggio dell’altra.
Ho rischiato grosso quando ha conosciuto una certa Giuliana, un’estetista di Legnano nonché operatrice olistica: diceva di essere in contatto con l’aldilà. Mi capitava, in effetti, di percepire strane presenze, oltre alla sua. Ma non era quello a preoccuparmi: noi gatte rosse siamo streghe reincarnate, l’occulto è il mio pane quotidiano, il mistero agita le mie vibrisse.
Il mio timore era quello di finire in un'associazione di famiglia allargata, dato che a casa ad attenderla c’erano ben cinque gatti, ai quali io mai e dico mai avrei voluto unirmi. Grazie a chissà quale santo – non so se ce n’è uno che protegge i felini – anche la storia con la medium finì.
Fu poi la volta di Linda, una siracusana tutta plastica e silicone, che gli fece intravedere il miraggio di una vacanza a Piazza Armerina, a cui avrebbe detto sì volentieri, a patto di usare le sue labbra come canotto. Lo so, sono una gatta perfida, ma viva, e come tale odio le gatte morte, delle quali non ho mai capito perché lui si ostinasse a circondarsi.
Non gli bastavo io? Evidentemente no. Comunque sia, anche Linda fu rispedita al mittente.
A un certo punto mi ero illusa che si fosse deciso ad accontentarsi dei miei artigli sul suo batuffolo, ma mi sbagliavo. Fece il suo ingresso a casa nostra colei che segnò la mia condanna a una vita grama: tale Annalaisa, insegnante dalla provenienza dubbia. Non sapeva nemmeno lei di dove fosse. La sua aria sperduta non mi ingannò: sentivo che il mio Ganassa aveva trovato ciò che cercava. Accondiscendente quanto insignificante, lo avrebbe omaggiato come un vassallo fa con il suo signore e non gli avrebbe creato problemi di sorta. Ma io sapevo che li avrebbe creati a me.
E infatti così fu. La poverina credeva di aver trovato il principe azzurro, mentre a me avrebbe fatto vedere i sorci verdi. Presto iniziarono a parlare di convivenza e a me vennero i peli dritti: iniziai a vomitare boli di pelo; nelle mie incursioni notturne in camera da letto le caracollavo in faccia e le strappavo i capelli con gli artigli e con i denti. Ma lei, stoica, tollerava per amore del suo principe.
Per colpa sua mi toccò, in occasione del secondo trasloco, rivedere la matta, che riattaccò con la recitazione delle formule magiche all’orecchio per tranquillizzarmi durante il viaggio in macchina. Stavolta eravamo diretti a Corsico, dove i due piccioncini avevano trovato un appartamento.
Per me fu dura riabituarmi a un altro ambiente, ma soprattutto accettare l’idea di vivere con quell’insulsa.
Nel frattempo lei mostrava nei miei confronti segni di insofferenza sempre più evidenti. Il mio istinto di gatta mi dice che la sua antipatia verso la mia persona (non serve sottolineare che fosse reciproca) andasse di pari passo con la trasformazione repentina del mio amato da principe azzurro in Barbablù.
Ci siamo fatte una guerra spietata: io la spaventavo di notte e lei terrorizzava me di giorno, quando il mio padrone non era presente e non poteva assistere alle angherie a cui mi sottoponeva.
Il mio miagolio era incessante; spesso le facevo trovare, al rientro, la sabbia della lettiera rovesciata mista a vomito, escrementi e urina. Lei era costretta a pulire, anche se lo faceva non prima di aver inviato foto a tutti i contatti della rubrica, onde dolersi della sua condizione. Se avessi potuto parlare io, sono sicura che Giò l’avrebbe scaraventata giù dal balcone dove io mi sdraiavo a prendere il sole. A pensarci bene, conoscendolo, non lo avrebbe fatto per il semplice motivo che lei pagava metà dell’affitto. Il mio amato era uno che sapeva il fatto suo.
Il giorno in cui fu lei a decidere di andarsene, io fui una gatta felice.
Finalmente mi riappropriai della camera da letto, che di notte da un certo momento in poi mi fu preclusa per volontà di quella scappata di casa; ritornai ad accoccolarmi sul batuffolo, che tornò a essere di mia esclusiva proprietà. Ero ritornata la padrona, ma in realtà lo ero sempre stata.
Mi dissi che finalmente si era reso conto che le donne non fanno le fusa e che quindi non servono a niente. Ma qui mi sbagliavo, purtroppo. L’annosa questione dell’affitto si ripresentava: dopo poco tempo, non era passato neanche un mese, lui le chiese di essere ospitato finché non avesse trovato un'altra sistemazione che costasse meno. E io? Gatta in balìa dell’instabilità umana e del caro affitti: che fine avrei fatto? Mi avrebbero riportato nel gattile della Maremma grossetana?
A sapere quale fu la sorte che mi attendeva, forse lo avrei preferito.
Annalaisa si rivelò decisa: era fuori discussione che mi riprendesse insieme a lui. Il monolocale era minuscolo, senza porte e al decimo piano. Al sentirlo, ebbi un sussulto: già mi immaginavo presa per la coda storta e lanciata nel vuoto con un ultimo miagolio d’addio. Niente, non ci fu verso: tranne i miei, di gatta afflitta.
Un pomeriggio, me lo ricordo benissimo, venne a prendermi lei e fece tantissima fatica a scovarmi, perché mi ero nascosta sotto al letto e, quando provava ad acciuffarmi, io mi rifugiavo terrorizzata e inafferrabile. Sarebbe stato più facile catturare una biscia.
Alla fine ci riuscì, purtroppo. Chi? La deficiente che diceva di essere mia madre. Per tranquillizzarmi durante il tragitto in macchina mi recitò formule magiche fino all’arrivo a Sesto San Giovanni.
Ma io non avevo neanche salutato il batuffolo morbido del mio Profeta.

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