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SURREALE
25 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Slacciava i lacci delle scarpe.
Non ne conosceva il senso finché
non si accorse di avere sciolto
il nodo alla propria inutilità.
Di professione faceva lo slacciascarpe, era un esperto del ramo. Molte persone si fermavano chez lui, sedendo sulla sua poltroncina da lavoro e allungando le gambe davanti a sé. Lui si sistemava di fronte a loro su un vecchio sgabello.
I clienti estraevano con sollievo le loro estremità dalle calzature. Lui ne assaporava l’odore, evocativo di storie. Strade, ascensori, scale, scrivanie, prati: sapeva riconoscerne immediatamente sfumature e provenienza. Sudore energico: trentenne sportivo. Sudore muscoloso: faticatore camionista. Sudore rappreso: signorina attempata. Sudore all’aroma di gelsomino: gay di classe. Sudore inodore, insapore, incolore: impiegato grigio sabbia.
Il suo campionario rappresentava tutto ciò che aveva imparato nella vita. Sulla vetrinetta della sua bottega aveva appeso un cartello che recitava: «Fuori i piedi dalle scarpe, lasciateli traspirare. Slacciascarpe di lusso e in economia. Lavoro raffinato, prezzo equilibrato».
L’uomo era piccolo di statura, tondeggiante, con un’espressione gioviale sul volto. Fin da bambino aveva avuto un debole per i piedi, considerandoli trascurati rispetto al resto del corpo. «Le donne, in genere, ne hanno più cura» pensava, «li fanno rigenerare immergendoli in pediluvi tiepidi, li idratano con creme profumate, ne laccano le unghie». Intanto i suoi piedi nudi riposavano stesi sul piano dello sgabello. «Poi però finiscono col rovinare tutto, costringendoli in strette calzature sospese su tacchi a spillo» rifletteva tra sé, «i piedi si ritrovano imprigio
nati in celle di coccodrillo, di pelle, di tessuti rigidi». Allora, con un gesto di stizza, posava i suoi piedi a terra.
Appassionato da sempre di pedicultura, inizialmente aveva deciso di arginare le sofferenze dei piedi diventando artigiano e dedicandosi a fare il calzolaio. «Visto che bisogna coprire le nostre estremità» diceva, «creerò per loro scarpe confortevoli». Il suo impegno nel settore, però, durò poco: qualcosa continuava a non quadrare nella sua testa, dove persisteva una nota stonata. Infine riuscì a individuarla: la calzatura, seppure comoda, rappresentava una costrizione.
Così abbandonò l’attività di calzolaio per buttarsi in pubblicità, facendo stampare a sue spese più di mille cartelli con uno slogan che sperava s’imprimesse nella mente dei passanti: «Scopri le tue parti nascoste. Libera le estremità. Traspira naturalmente. Lasciati andare».
La cosa suscitò clamore, tanto che fu intervistato dai giornalisti di ogni testata, dal TG1 fino al TG23. Ognuno di loro gli chiedeva lumi sulla sua filosofia. Era forse basata sul concetto che gli ultimi saranno i primi e che è meglio un piede nudo oggi che uno pieno di calli domani? Che i duroni rappresentano gli aguzzini delle estremità e le piaghette sulla pelle le nuove dittatrici dei piedi? Lui non si scomponeva davanti a questa trafila di domande, esponendo tranquillamente ai giornalisti il suo pensiero.
Dopo un po’ di tempo, ai professionisti della stampa seguirono i dottori, gli psichiatri, i neurologi e gli psicologi, che diagnosticarono il caso dello slacciascarpe come un rarissimo esempio di eropedia. Un luminare spiegò alla televisione che si trattava di una forma di alienazione mentale prodotta da uno stato alterato di preoccupazione per la salute dei piedi. L’uomo rimaneva impassibile di fronte a queste diagnosi, continuando imperterrito a perseguire i suoi obiettivi. Altri gli fecero notare che i piedi sentono freddo, sono delicati, si possono ferire e poi – diciamolo – sono anche brutti: è indispensabile coprirli.
Le convinzioni dell’uomo si dimostrarono incrollabili. A queste osservazioni rispose che, se la temperatura scendeva e i piedi rischiavano di raffreddarsi se esposti all’aria, bastava farli abituare alle condizioni climatiche. Aggiunse che, se la pelle appariva delicata e irritabile, questo non poteva che dipendere dall’inquinamento del suolo e che su questo era necessario intervenire. Inoltre lo slacciascarpe ci teneva a precisare che riteneva insensato, oltre che deleterio, livellarsi i calli. Se si erano formati, una ragione doveva pure esserci: magari erano destinati a costituire una barriera, una forma di protezione contro le aggressioni esterne. Quanto all’accusa di bruttezza dei piedi, l’uomo replicava che in natura tutto è relativo, anche il concetto di bellezza, che in ogni caso prima o poi è destinata a sfiorire.
L’uomo era un apostolo del piede nudo.
Dopo un po’, come succede spesso, i mass media si stancarono di lui, distratti dal parto eccezionale di cento piccoli da parte della scimmia dello zoo e, sebbene uno degli specialisti che si erano a suo tempo interessati al suo caso avesse proposto il suo ricovero in una clinica psichiatrica, passato il clamore, lo lasciarono in pace.
L’uomo poté così continuare a realizzare il suo ruolo nella società, dedicandosi a slacciare le scarpe ai passanti. All’inizio lo prendevano in giro. La nuova insegna fuori della sua bottega parlava chiaro: «Slaccio scarpe a chiunque sia in cerca di respiro per i propri piedi!»
Fuori della vetrina si radunavano i curiosi; infine qualcuno decise di provare, forse per gioco oppure perché – chi può dirlo? – magari funzionava davvero. A sorpresa, i clienti restarono soddisfatti. La voce si diffuse in fretta nel quartiere e anche fuori, per tutta la città. Ogni giorno qualcuno entrava nella piccola bottega. I piedi si rilassavano, odori e sudori defluivano all’esterno senza timori.
Le scarpe, a riposo per un po’, si raccontavano le storie dei suoli che avevano calpestato e della relazione di amore-odio con i piedi che le calzavano. L’uomo trascorse così la sua esistenza: a piedi nudi osservava la strada dall’altro lato della sua vetrina.
Quando morì, aveva lasciato un’impronta.
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Testata: Buonasera
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