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PSICOLOGICO
13 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Con grandissima circospezione Marianna si avvicinò al monticello di detersivo nel corridoio. Prima di uscire aveva avuto uno spiacevole incontro con uno scarafaggio nero, piuttosto minaccioso, a suo vedere. Troppo disgustata dall’idea di schiacciarlo, bisognava però fare qualcosa per liberarsene. Ma andava di fretta e non le era venuto in mente nulla di meglio che ricoprirlo abbondantemente con un monticello di detersivo da lavatrice, rimandando al rientro a casa la soluzione dello spinoso problema.
Fosse stata sincera, avrebbe ammesso con se stessa che, come soluzione, era piuttosto “improbabile”. Tuttavia, era bastato il gesto a darle un falso senso di sicurezza, quello cioè che andava cercando.
Tornata a casa, che era notte alta, dopo aver aperto la porta si era subito recata a controllare quella che avrebbe dovuto essere una trappola per l’immonda bestia. Sperando in cuor suo che la tossicità della polvere avesse portato a termine l’operazione che non si era sentita di attuare e che tutti mettono in atto da che mondo è mondo.
Superfluo dire che della bestia non c’era alcuna traccia, né viva, né morta. Non sapeva la donna che gli scarafaggi vivevano sulla Terra da millenni e millenni allorché gli uomini fecero capolino con la loro dilagante invadenza, e che dunque, in barba ai nostri progressi tecnologici, sono ben più forti, resistenti e collaudati di noi in quanto a sopravvivenza. E per quanto ci si affanni a schiacciarli, ad avvelenarli in mille modi, a perseguirli senza tregua, resistono inossidabili contando, soprattutto, sulla loro infinita capacità di riprodursi e di abituarsi alle mutate condizioni dell’universo intero.
Che Marianna ignorasse questo fatto poco le tornava utile, visto l’autentico terrore che nutriva verso di loro. Era uno dei tanti incubi di quella casa vecchia e malandata. L’unica che si poteva permettere, visto che il suo beneamato ex marito ormai, da tempo immemorabile, aveva smesso di passargli anche quel misero assegno che il giudice aveva sentenziato dover essere da lui versato per il mantenimento di Marco.
Lei aveva sì un lavoro, ma le esigenze di un bambino in crescita (aveva quasi dieci anni) erano una sorta di pozzo senza fondo in grado di ingoiare stipendi ben più sostanziosi del suo, specie quando sei costretta a vivere in una grande città industriale come Torino.
Quella notte Marco era dai nonni e Marianna aveva dato per scontato che la serata fosse destinata a finire diversamente, allorché aveva accettato l’ennesimo invito del suo caporeparto. Lo aveva quasi sfinito coi rifiuti, ma alla fine aveva deciso che, insomma, forse non era bello come Marlon Brando, per cui andava letteralmente pazza, ma che, alla resa dei conti, ogni tanto bisognava pur sapersi contentare.
Il signore in questione, poi, oltre appunto a ribadire in maniera decisa la mancata somiglianza con l’attore americano, si era rivelato una vera e propria frana e lei aveva preferito defilarsi allorché lui s’era addormentato piuttosto brillo sul divano di casa. Dove, dopo una cena piuttosto scialba in una trattoria, alfine erano approdati ed aveva cominciato a russare. Lei si era rivestita in silenzio, con una gran voglia di piangere: un amplesso veloce e sbrigativo era tutto quanto accaduto, lasciandola delusa e quasi sbigottita, prima ancora del definitivo colpo che era stato il crollare dell’uomo come una frana alpina. Zitta zitta se n’era andata alla chetichella, come spesso viene descritto in certe vignette che ti fanno ridere solo quando non ti capita di viverle di persona.
Come non bastasse quel desolante finale, a casa aveva trovato quanto temuto. Ora avrebbe passato il resto della notte sveglia, un po’ per la rabbia e l’umiliazione, un po’ per quella stupida paura dello scarafaggio. Sapeva benissimo che gli scarafaggi c’erano anche se non li vedeva. Come sapeva altrettanto bene che gli uomini sono pressoché tutti stronzi, specie i capi.
Ma questa coscienza non ti aiuta davvero a tirarti su. Come non tira su ripetersi che gli scarafaggi non sono pericolosi e che i principi azzurri non esistono. Men che mai quelli col cavallo bianco che salvano le fanciulle disperate. Inoltre, lei ormai da pezzo non era più una fanciulla: lo fosse stata, a suo tempo, un po’ meno fanciulla, non si sarebbe sposata giovanissima col “bello” della classe. Che, appunto, era troppo bello per contentarsi di lei e se un cavallo bianco lo aveva cavalcato, gli era servito per salvare chissà quante fanciulle più o meno fesse come lei. Già, si sarebbe risparmiata un sacco di delusioni, di umiliazioni, di inutili rabbie, di figure di merda.
Ma… non avrebbe avuto Marco, e questo, solo a pensarci, le sembrava un controvalore che annullava tutto il resto. Perché Marco era davvero l’unica ragione che la spingeva a tirare avanti: un amore profondo, indescrivibile. Sapeva sin troppo bene che lui, crescendo, avrebbe preso le distanze dalla “mamma appiccicosa”, a vergognarsi d’essere vezzeggiato come un bambino piccolo, di farsi vedere cocco di mamma dagli amichetti che lo avrebbero preso in giro. Avrebbe cominciato a sentire il bisogno di sentirsi virile, magari di somigliare a quel padre che vedeva per poche ore ogni due settimane.
Non passava giorno che Marianna non si rendesse conto che sì, il ragazzino senza dubbio la amava e le era attaccato, ma il suo vero idolo restava il padre, anche se, al tempo stesso, a lui non perdonava il fatto di non vivere più con loro. E poi chissà cosa gli raccontava Sandro, il suo ex, in quelle ore che i due trascorrevano assieme. Marco tornava sempre allegro per le cose fatte e deluso per il rientro in casa, ma non voleva saperne di raccontare cosa fosse successo; si chiudeva peggio di una cozza. Glielo leggi negli occhi che avrebbe voluto che padre e madre tornassero assieme.
Così, magari, prima o poi avrebbe cominciato a pensare che quello stato fosse colpa di Marianna. Sandro non era così carogna da alimentare un’idea del genere, ma non si sapeva mai… E poi lui aveva una bella macchina (non pagava gli alimenti perché diceva di non avere soldi, ma per le macchine li trovava sempre), lo portava al cinema, al circo, alle giostre… tutta roba che lei poteva permettersi raramente, visto che promozioni all’orizzonte proprio non se ne intravedevano.
Poi, dopo quella schifezza di scopata col capo, davvero era improbabile che ne uscisse alcunché di buono! Magari se fosse restata lì, se non fosse scappata come una ladra, se avesse aspettato il risveglio di quella massa lardosa… ma il disgusto e la delusione erano stati troppo forti. Usata come un oggetto, senza riguardi né delicatezze. Già era un miracolo che quella bestia avesse pagato la cena, se vogliamo. Perché, come non bastasse il resto, pure tirchio era quella schifezza di uomo!
Per non parlare poi del doversi ritrovare con lui in ufficio! Come avrebbe preso la sua fuga mentre dormiva come un porco? Magari gli era tornata pure comoda. Come molti uomini, ottenuto quello che volevano, della “lei” non importava più nulla. Il che, in tal caso, significava che ora se ne sarebbe altamente fregato di Marianna.
Se invece si fosse sentito offeso da quella fuga, considerandola magari una sorta di giudizio sulle sue evanescenti virtù mascoline, allora la situazione poteva complicarsi in mille modi. E nessuno ispirava qualcosa di buono.
“Ma che ragionamenti idioti!”, si ritrovò a pensare mentre si toglieva il trucco davanti allo specchio. “Io non sono così miserabile e calcolatrice. O almeno non lo ero. Come ho fatto allora a diventarlo?”
Dall’immagine allo specchio non arrivò alcuna risposta, se non quella che la sua bellezza, com’era inevitabile, cominciava a essere ogni giorno più “impegnativa”. Cosa per niente facile da accettare, specie nei momenti in cui ti senti sporca, sconsolata, senza il conforto di tuo figlio e con un maledetto scarafaggio sfuggito alla trappola che avevi ideato. Si poteva sopravvivere?
Si doveva. C’era Marco, no? E questo, come motivazione, bastava e avanzava. S’infilò sotto la doccia, dopo aver messo un asciugamano a bloccare la fessura sotto la porta. Sia mai che quella bestia immonda approfittasse del suo trovarsi nuda e indifesa per ripresentarsi. Doveva però togliersi di dosso il sudiciume del “porco”, la sua stupida bava, l’odore schifoso del sesso che le era rimasto appiccicato. Almeno così le sembrava, anche se la cosa era durata talmente poco che, forse, la sua era più che altro una sorta di allucinazione mentale.
La doccia, come al solito, funzionava a singhiozzo. Aveva protestato col padrone di casa, ma quello prima aveva assunto un atteggiamento viscido e insinuante. Poi, quando lei, al primo tentativo del simpatico verme di farle una carezza, aveva risposto con una sberla niente male, aveva fatto l’offeso e si era rinchiuso dietro l’atteggiamento di chi non ha la minima intenzione di darti una mano. Pure quando ne hai diritto. Ma perché il mondo doveva essere così meschino? E gli uomini poi, possibile avessero in testa una sola cosa? Per carità, anche lei non era stata certo una santa, però roba come quella era solo meschina e volgare. Ma quell’idiota del padrone di casa pensava davvero che avrebbe accettato le sue rivoltanti avances solo per farsi riparare la doccia? Beh, ancora non era ridotta così male e lo stronzo poteva masturbarsi all’infinito! Ma che aveva nella testa? Ammesso avesse qualcosa…
Insomma: una bella serata di merda, non c’era che dire! Come di merda, a ben guardare, era tutta la sua vita, Marco a parte. Improvvisa la assalì una voglia terribile di piangere. Poi, l’ormai inatteso scroscio di acqua, ovviamente fredda, la risvegliò: proprio perché c’era Marco non poteva permettersi debolezze. In qualche modo doveva farcela. Quello stronzo del capufficio, con tutta probabilità, aveva avuto quello che voleva e l’avrebbe lasciata in pace. Sandro avrebbe continuato a fare l’unica cosa che sapeva fare, ovvero il farfallone, ma almeno a Marco voleva bene davvero.
La doccia… beh, a quella in fondo ci si poteva adattare. Ed anche lo scarafaggio, alla fine, in qualche modo… in fondo erano migliaia di anni che ci si conviveva, no?
Però… che schifo! Avesse immaginato di finire così ingloriosamente i suoi giorni, lei, quella che tutti da ragazza dicevano convinti che avrebbe sicuramente sfondato nel mondo del cinema. Oddio! L’avessero vista adesso… qualcuno, quelle che morivano d’invidia, certo avrebbero goduto come bisce. Altri sarebbero caduti dal pero, sconcertati. I tanti di cui aveva rifiutato le attenzioni forse anche loro si sarebbero cantati un “ben le sta!”, gonfio di rivalsa.
E magari avevano tutti ragione, in qualche modo. Perché all’epoca anche lei era convinta che il destino le avrebbe riservato un futuro radioso di successi sociali e materiali. Non l’aveva mai sfiorata che, invece, l’unica cosa bella della sua vita si sarebbe chiamata Marco… non si faceva illusioni. Sapeva benissimo che il suo tesoro, crescendo, si sarebbe via via allontanato da lei, avrebbe preso le sue strade, fatto i suoi bravi errori. Come era altrettanto cosciente di essere impotente in proposito. Non poteva metterlo sotto una campana di vetro e, quale che fosse stato il vincolo con cui avesse cercato di legarlo a sé, lui l’avrebbe inevitabilmente troncato e, come quella bestiaccia nera, sarebbe sfuggito da qualsivoglia cumulo di stupidaggine si fosse inventata per volerlo intrappolare.
Poco contava che lo amasse all’infinito e che anche lui amasse lei: le regole della vita erano altre. E lei si era già fatta fregare troppe volte per aggiungerne un’altra che le avrebbe fatto solo del male. Cosa che poteva anche accettare, c’era abituata. Ma poteva soprattutto fare del male a lui, a suo figlio. E questo era un pensiero intollerabile.
Con questa angoscia Marianna finì finalmente per addormentarsi. Sognò molto in quelle poche ore messe assieme per dormire. Ma al risveglio i sogni erano svaniti. Era una giornata tipica di quelle parti, brumosa e scura. Rapida, fece scorrere nella testa tutte le cose da fare quel giorno. La solita, noiosa, stanca e vuota routine. Che avrebbe ripreso vita e vigore solo quando, nel tardo pomeriggio, avrebbe recuperato Marco dal doposcuola.
La vita, la sua vita, era quella e andava avanti, malgrado scarafaggi e uomini da schifo.

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Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
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