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BIOGRAFICO
12 Marzo 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Arrivò per me la temuta notizia: il mio occhio aveva bisogno di un nuovo intervento, per essere messo in “sicurezza” e, forse, per recuperare un po’ di vista.
Pertanto, dovevo sottopormi a un intervento di cornea da donatore.
L’idea mi turbava fortemente. Giunsi persino a pensare di rifiutare l’intervento.
Innestare sul mio corpo un pezzetto di una persona defunta m’incuteva il senso della morte, risvegliava paure arcane impresse in me fin dall’infanzia, in quell’austero mio paese medievale, Orvieto, pregno di fascino inquietante nei suoi monumenti, nella sua storia, nella sua arte.
Ancora di più, alla luce della mia concezione del mondo tendenzialmente animistica, secondo la quale lo spirito e il pensiero trovano una sorta di “sopravvivenza” nelle cose con cui la persona ha interagito: luoghi, oggetti, reperti…
Pertanto, chi entra in contatto con essi può, con la propria sensibilità, giungere a percepire un afflato spirituale.
Tutto ciò mi generava un senso di inquietudine, il timore di perdere la mia individualità per cedere, a un’anima dormiente, una parziale sopravvivenza in me.
Temevo che si facesse strada nel mio inconscio una psicologia estranea, una specie di contaminazione mentale, capace di infettare i miei pensieri, la mia stessa volontà.
E poi non sapevo nulla del mio possibile donatore, della sua storia personale.
A questo punto la parte razionale di me interveniva a frenare e a contrastare le varie farneticazioni, e si faceva strada il senso di umana pietà: il mio donatore, che tipo di morte aveva conosciuto? Una lenta agonia in un letto d’ospedale o la vita stroncata da un evento inaspettato?
Sarà stato un giovane privato del suo futuro, una madre impietosamente strappata ai suoi figli, un anziano con l’esperienza di una vita vissuta?
Giungevo comunque alla conclusione che, se aveva scelto di donare i suoi organi, doveva essere sicuramente una persona buona, consapevole del valore della vita, generosa nel dono di parti di sé per offrire ad altri vita o vita migliore.
E giunse l’atteso e temuto giorno: l’ansia, il timore per la riuscita dell’intervento fugò ogni altro pensiero.
Quando tornai nella stanza d’ospedale, dopo essere stata operata, ero consapevole che il buon esito, a quel punto, dipendeva in gran parte da me: dovevo stare supina per ventiquattro ore e, a seguire, per diversi giorni, con il capo indietro il più possibile, per consentire il corretto attecchimento della cornea.
Tuttavia, fin da subito, benché costretta in una posizione scomoda e dolorante, provavo una sensazione di serenità. Non mi sentivo sola: era come se fossimo in due a lottare per uno stesso scopo.
In quella lunga notte, percorrendo le mie emozioni fra sogno e realtà, mi avviai per un percorso interiore, a un dialogo con l’infinito, capace di superare la barriera concreta del reale. In un attimo di mistico sentire, immaginai lo spazio immenso, il canto dei pianeti, percepii il sibilo del vento prodotto nel loro movimento.
Avvertii che le remore, i timori si erano dissolti e ogni interrogativo sul mio donatore — se uomo o donna, se giovane o vecchio — aveva perso senso, si era spento sulla soglia dell’eterno.
Nel mio io dilatato ero pronta ad accogliere l’essenza di quel vissuto: quel pezzetto di un altro era accettato come cosa normale, ora era parte di me, per darmi la forza e la speranza di recuperare un po’ di vista in più.
In uno dei controlli di rito dopo l’intervento, l’oculista constatò che la cornea aveva aderito bene, che era limpida e trasparente, e si mostrò un po’ meravigliato di quel soddisfacente risultato.
Mi disse, infatti, di aver provato un certo disappunto quando, al momento del trapianto, si era trovato tra le mani una cornea non proprio perfetta.
Del resto, la medicina è una scienza, si sa, ma non è matematica, e come tale prevede sempre un margine di errore e di imprevedibilità.
Anche io rimasi meravigliata, soprattutto della sua esternazione, e il fatto mi colpì per la dissonanza tra la normalità con cui i chirurghi gestiscono pezzi di persone morte, come comuni oggetti, e tutte le mie elucubrazioni.
Ora che molti mesi sono trascorsi, e un minimo recupero di vista l’ho ottenuto (quello che la condizione preesistente della salute dell’occhio poteva consentire), le ansie e i dubbi che avevano preceduto l’intervento mi appaiono nella loro vacuità.
Tuttavia, in me qualcosa è cambiato davvero: di fronte alle piccole e grandi difficoltà, e agli immancabili problemi che costellano la vita e il mio quotidiano, ho appreso un nuovo modo di pormi, di affrontarli, di superarli.
È come se un pensiero inusuale mi accompagnasse nelle varie situazioni spiacevoli:
«Ce la puoi fare, ce la devi fare. Questa è vita, nient’altro che vita!»
Sono diventata più capace di dare alla mia quotidiana terrenità una visione più ampia, di proiettare gli accadimenti in un tempo e in uno spazio rarefatto che mi deriva dal senso dell’oltre.

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Testata: Buonasera
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