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SENTIMENTALE

L'amore di creta

di Rossella Patti

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


L'amore di creta

di Rossella Patti

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Si era affacciato nell’unico posto dove avrebbe voluto essere; ultimamente lo faceva spesso, stanco di quella routine quotidiana. Era tornato, come ogni anno, nel suo paese di origine con la sua famigliola: lui, l’infermiere trasferitosi tanti anni fa al Nord. Qui lo conoscevano tutti, non era solo un numero: era tutto ciò che aveva condiviso con i suoi affetti, i suoi amici. E poi c’era lei, che lo aveva cercato insistentemente su Facebook, ma lui non le aveva dato peso.
La calura estiva, il canto delle cicale, il paesaggio mozzafiato della sua città delle ceramiche. La città di cui parla Pirandello nella sua novella La giara e forse è così che si ricompongono i pezzi di questa sua storia: come una bellissima giara fatta di frammenti di altre ceramiche, mattonelle rotte, colorate, variopinte; come la sua vita, fatta di rime spezzate, di strade interrotte e di sogni mai realizzati.
Era tornato a Santo Stefano di Camastra, dove tutto era di ceramica, dove tutto era dipinto di quei colori che ti ridanno l’eco della Sicilia: il rosso fuoco, il giallo sole, il blu del mare, le greche del barocco, il verde smeraldo e tutto ciò che è vita. Si era ricordato di quando, bambino, aiutava il nonno al tornio a modellare la creta: non importava se si sporcava le mani, lui era felice, perché dall’argilla poteva realizzare qualsiasi cosa, e poi s’infornava. Vasi, salvadanai, posacenere e statuine del presepe.
Era entrato in un negozio di ceramiche il paese ne era pieno. Stava ammirando un tavolo da giardino dai magnifici decori, quando una voce familiare interruppe i suoi pensieri:
«Pippo!» qui era questo il suo nome; al Nord, Giuseppe.
Si voltò e la vide, ed esordì: «Si, sempri a stissa».
Lei era lì, davanti a lui, bella come il sole: occhi verdi a mandorla, pelle ambrata, capelli biondi morbidi e fluenti che le incorniciavano il viso. Non era cambiata per niente. Quanti anni erano passati dall’ultima volta che l’aveva vista? In realtà non si era mai dichiarato, ma nel suo cuore aveva custodito la sua immagine. Finché un giorno gli era arrivato un suo messaggio su Messenger e se l’era ritrovata lì, in tutto il suo splendore, il suo candore; ma, preso com’era dal lavoro e da un matrimonio grigio e offuscato da qualche tempo, non aveva dato peso a quel raggio di luce.
Ora invece lei era lì, di fronte a lui, immersa nel suo radar d’azione, e con movimenti semicircolari carezzava quel tavolo.
«Pippo, ma perché non mi saluti? Sei rimasto immobile.»
Improvvisamente a Giuseppe sembrò che la vita non lo avesse mai portato altrove e, mentre lei si avvicinava per cingerlo a sé in un abbraccio, una voce polemica, con un tono da orso, interruppe l’idillio:
«Cu è?»
«È un mio amico, Totò, nun ti ricuordi? Pippo.»
L’uomo, grasso e calvo, si avvicinò agli occhi di Giuseppe fino quasi a cavarglieli, poi scoppiò in una risata:
«Si, lu scimunitu di Pippuzzu, talìa, talìa!»
Lei, quasi scandalizzata, rispose: «Totò, come ti permetti!»
Allora l’uomo, ancora con fare arrabbiato, sbottò: «Allibertamuni, avemu a travagghiari!»
«Scusalo, Pippo, mio marito è così… ma è tanto buono.»
Giuseppe rimase impietrito, come se fosse diventato una statua di terracotta: non poteva credere che quel bifolco che da piccolo lo canzonava avesse sposato lei. Riprese fiato e disse:
«Totò è sempre stato così. Scusami, ma ora devo andare.»
Uscì dal negozio: sudava freddo. Non poteva più voltarsi indietro, anche se avesse voluto. Una canzone in siciliano si diffondeva attraverso le note di un violino, componendo una bellissima melodia, finché il suo titolo s’impresse nella sua mente forse era lei che, di proposito, voleva che lui l’ascoltasse e, durante tutto il tragitto per arrivare a casa, non fece altro che ripeterlo in mente: Cocciu d’amuri.
Sulla soglia ad aspettarlo non c’era la dea sicana di cui parlava la canzone, ma quell’arpia di sua moglie, come ormai lui la definiva nella sua testa.
«È finita la bombola, in questo paese dove ancora non arriva il metano. Sbrigati, vedi cosa devi fare.»
Neanche il tempo di ribattere, che Giuseppe si era già avviato verso il tabacchino per ordinare la bombola. Arrivato, tutto sudato sotto il sole cocente, trovò chiuso: ormai era ora di pranzo. Come sarebbe tornato a casa da sua moglie che brontolava? Forse sarebbe stato meglio passare a prendere qualche arancino per rimediare al pranzo. Sua moglie non amava stare ai fornelli; oggi c’era anche la scusa della bombola finita: quindi le avrebbe fatto un piacere.
S’incamminò verso il bar che faceva gli arancini più buoni da sempre e, quando entrò, lei era lì.
Era diventata la sua persecuzione, pensò tra sé. Ordinò al bancone degli arancini da portare via. Quando si voltò per uscire, lei era lì, come se lo aspettasse.
«Pippo, facciamo due passi, ti va?»
«Sto tornando a casa; proseguiamo.» rispose lui.
«Santina, levami una curiosità: perché lo hai sposato?»
Lei non alzò lo sguardo; si passò una mano tra i capelli e poi si fermò di scatto, gli afferrò una mano e la strinse così forte che Giuseppe fece per divincolarsi.
«Pippo, io non lo amo, non l’ho mai amato; ma da quando i miei nonni non ci sono più, non avevo più denaro per riscattare il negozio di ceramiche e l’unico modo è stato sposarlo.»
Giuseppe la guardò negli occhi.
«Capisco, ma ora devo andare da mia moglie… ti prego, lasciami la mano.»
Tutto il tempo che passò dal pranzo fino all’arrivo in spiaggia, Giuseppe non fece altro che pensare a lei. Sua moglie borbottava per i sassi troppo duri sulla battigia, mentre i figli sguazzavano in acqua. Non riusciva a togliersela dalla mente: pensava al suo corpo sinuoso, a quanto, da sempre, l’avesse desiderata; e ora la vedeva divorata da quell’orco senza forme e senza modi: lei, la sua Primavera di Botticelli.
Davanti aveva sua moglie: il volto solcato dalla sua stessa acidità, il corpo appesantito dalle ingorde abbuffate pur di non cucinare, pur di lamentarsi per ogni cosa. Mai uno sguardo dolce, mai una carezza. Ma com’era finito lì? Decise di allontanarsi e di avvicinarsi a quella grande finestra che dava sul mare, monumento dedicato a un poeta. Non sopportava più l’idea di quella vita che si era cucito addosso e, dopo aver visto Santina, avrebbe voluto rapirla e portarla via con sé, lontano magari in Australia, il luogo in cui aveva sempre sognato di andare da bambino e di cui il nonno gli aveva tanto parlato.
Tornarono a casa: gli schiamazzi dei figli che litigavano, la moglie che imprecava; e, in tutto questo, lui era lontano anni luce. Sotto la doccia lasciava che l’acqua lo abbracciasse in tutte le sue parti, anche nelle più intime, sognando che fosse Santina a insaponarlo.
Improvvisamente, una voce strozzata, acida:
«Ti sbrighi? Dobbiamo andare al cinema sotto le stelle: c’è il film preferito dei bambini.»
«Sono sotto la doccia… il tempo di asciugarmi.»
«Arrangiati, noi andiamo.» ribatté la moglie.
La porta si chiuse e la calma avvolse la casa. Un bip attirò l’attenzione di Giuseppe: infilò l’accappatoio e corse fuori dal bagno, guardando il telefono illuminato. Un messaggio di Santina lo invitava a incontrarla nel luogo dove, tanti anni fa, si erano salutati l’ultima volta senza neanche sfiorarsi.
Giuseppe non rispose: si vestì quasi automaticamente ed era lì.
Ad aspettarlo: il buio, la luce delle stelle e la solitudine, interrotta dall’abbaiare di un cane che faceva quasi paura. Improvvisamente sentì delle mani sugli occhi; fece per levarle e si trovò lei, vestita con i colori del mare, un blu intenso che accentuava ancora di più quella bellezza dall’eco normanno. Bionda, dai lineamenti delicati, il sorriso che si tracciava su labbra carnose; e gli occhi che brillavano al chiarore delle stelle, lasciando intravedere una tristezza che fugacemente scompariva quando lo guardava.
Improvvisamente i loro corpi si sfiorarono: lui la cinse tra le braccia e lei chiuse gli occhi, in attesa di quel bacio che non c’era mai stato. Furono gli istanti più belli di tutta la loro vita: i loro corpi si muovevano all’unisono, guidati da un’unica melodia; il vestito di lei diventò una fisarmonica e la camicia di lui andò lentamente sbottonandosi fino a scomparire. I loro respiri si fusero, come i loro corpi: ora non erano più soli, e soprattutto erano un’unica entità.
Il trillo del telefono di Giuseppe interruppe la magica atmosfera: doveva rivestirsi, e in fretta. Sua moglie replicava la sua presenza davanti al cinema. Cinse ancora una volta Santina tra le braccia: non sapeva se fosse stata l’ultima volta che l’avrebbe vista, non sapeva cosa gli avrebbe riservato il futuro; ma una cosa, ora, era certa: lui l’amava e sarebbe vissuto per quell’amore.

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