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REALISTICO
30 Gennaio 2026 - 09:53
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Era salito sul treno alla stazione di Foggia, intorno alle 16, una carrozza a salone unico con corridoio centrale. Mentre si arrampicava sul posto proprio di fronte a me, aiutai la giovane madre a sistemare la valigia sul portapacchi.
Avrà avuto quattro anni, di sicuro non arrivava a cinque.
Era la domenica del 20 giugno 2004. Il 17 era morta mia madre: ero sceso da Modena per l’ultimo saluto. La telefonata era arrivata proprio la mattina della seconda prova scritta della maturità, durante il compito di Topografia, e avevo lasciato i miei studenti nel panico.
Rientravo, viaggiavo già da quattro ore: ero salito alla stazione di Lecce.
«Quanti anni hai?» gli chiesi, quando si fu sistemato.
Il bambino guardò la madre.
«Rispondi al signore!» gli disse.
Senza guardarmi, alzò il palmo della mano destra e mi mostrò le cinque dita.
«A dicembre» precisò lei.
«E come ti chiami?»
Riguardò la madre infastidito, e questa volta non rispose al suo invito.
«Hai dimenticato il tuo nome?»
Mi diede di sfuggita uno sguardo arrabbiato.
«Nicolas» intervenne la madre. «Si chiama Nicolas.»
«Perché glielo hai detto?» la rimproverò a denti stretti.
Mi spostai verso il finestrino e ripresi a leggere.
Fuori, il mare — a pochi metri dalla linea ferroviaria — luccicava come un diamante.
Vidi che Nicolas stava mangiando un tramezzino, la testa abbassata sul petto.
«È buono?» gli chiesi.
Abbassò la testa ancora di più.
«È buono?» ripetei.
«Il signore ti ha chiesto se è buono. Perché non rispondi?»
«Sì» mugugnò.
Quando ebbe finito, si alzò in piedi sul sedile e cominciò a passare in rassegna i passeggeri della carrozza, li segnava col dito indice come se li contasse.
«Sai contare?»
«Fino a venti» rispose la madre. «Adesso mettiti seduto: se viene il controllore ci fa la multa.»
Si voltò e cominciò a contare anche i viaggiatori alle sue spalle.
«Ti ho detto di sederti!» gli intimò la madre, cercando di tirarlo giù.
Niente da fare, rimase in piedi.
«Io una volta» dissi rivolgendomi a lei «fui beccato in piedi sul sedile dal controllore. Fermò il treno, mi fece scendere e mi portò in prigione.»
Si mise a sedere e mi guardò.
«E poi?» mi chiese. Era la prima volta che mi rivolgeva la parola.
«Mi chiusero in una cella e mi lasciarono solo.»
«E tu che cosa hai fatto?»
«Ho cominciato a piangere forte, invocando la mia mamma.»
«E poi?»
«E poi sono entrati cinque carcerieri, tutti armati di coltelli e di spade, e hanno cominciato a riempirmi di calci e di pugni. “Stai zitto!” mi dicevano. “Dovevi dare prima retta alla mamma. Adesso è troppo tardi!”»
«E tu poi che cosa hai fatto?» Scese dal sedile e si mise in piedi di fronte a me.
«Che cosa potevo fare? Ero tutto un dolore e li supplicavo di lasciarmi stare. “Che cosa vi ho fatto?” dicevo, cercando di parare i colpi. “Lasciatemi stare, per favore!” Ma quelli continuavano a massacrarmi senza pietà.»
Aveva gesti di stizza nei miei confronti, non accettava che io rimanessi inerme di fronte a tante prepotenze.
«E se quelli prendevano poi i coltelli e ti tagliavano tutte le braccia e le gambe, con tutto il sangue che usciva come una fontana dal tuo corpo, tu poi che cosa avresti fatto?»
«Lasciatemi, non lo faccio più!» avrei detto. «Pietà!»
Non ci stava, non sopportava che io subissi senza reagire. Era fremente.
«E se quelli poi volevano ucciderti completamente e volevano lasciarti morto tutto insanguinato sul pavimento e non farti più respirare, tu in questo caso che cosa avresti fatto?»
«Beeeh! Alloooora!» dissi io con enfasi. «A questo punto farei un macello! Ruberei la spada di uno e zac! gli taglierei la testa» — e facevo il rumore mentre questa rotolava sul pavimento. — «E quando si fosse avvicinato il secondo, zac! staccherei anche la sua.»
Indietreggiò sbalordito, come un esaltato. Era rapito, sembrava in estasi. Risalì sul sedile e rimase in piedi, a guardarmi con la bocca aperta e a godersi dall’alto le cinque teste che via via facevo rotolare sul pavimento. “Zac, zac, zac!” Si toccava tra le gambe, l’emozione era troppo forte: era lui stesso che si vendicava di tutti i soprusi che il controllore gli avrebbe inflitto se lo avesse trovato in piedi sul sedile del treno. “Sciàh!” e facevo il movimento con la mano per tagliare il collo e “patapùm” a imitare il rumore della testa staccata quando arrivava al suolo. “Sciàh… patapùm!”
Era troppo eccitato, mi guardava con grande ammirazione, come se fossi Zorro. Sentì che si stava facendo addosso per l’emozione e cercò di impedirlo con le mani, ma non ci riuscì e alla fine si lasciò andare e la mollò liberamente.
«Guarda cosa hai combinato!» lo rimproverò la madre. Ma lui non si scompose, continuava a guardarmi con la bocca aperta e le mani sulla patta. Lei lo prese in braccio e con un ricambio lo portò in bagno.
«Era proprio partito!» commentò un giovane passeggero del comparto adiacente al nostro, al di là del corridoio.
«Era come se stesse lui nella cella della prigione a tagliare le teste» disse la sua vicina.
Dopo cinque minuti riapparve correndo nel corridoio, mi si mise di fronte e mi guardò in silenzio. Arrivò la madre e lo mise a sedere: «Cerca di calmarti» gli disse «e lascia stare in pace il signore».
Mi rimisi a leggere.
«Se viene il controllore e mi trova in piedi sul sedile, che cosa mi fa?»
Feci finta di non sentire e continuai a leggere.
Lui scese e mi toccò un ginocchio: «Se viene il controllore e ti porta in prigione, tu poi che fai?» mi chiese.
«Torna a sedere!» gli ordinò la mamma. Le feci cenno di lasciarlo stare. Mezza carrozza assisteva divertita alle sue manovre, i viaggiatori più lontani si erano messi in piedi per vedere.
«Se poi un altro controllore ti fa scendere dal treno e ti chiude nella cella e comincia a darti schiaffi e pugni molto forti, tu poi che fai?»
«Che cosa posso fare? Mi metto a piangere e gli dico di smetterla.»
Lui si arrabbiò e gli spettatori risero.
«E se poi arrivano altre cinque guardie e cominciano a farti le ferite su tutto il corpo col pugnale, tu allora che fai?»
«Voglio la mia mamma!» mi metto a gridare.
Batté stizzito il pugno sulla sua gamba: «E se alla fine vedi tutto il sangue che ti esce e ti accorgi che stai per morire, che fai, continui ancora a piangere?»
«Beeeh! Alloooora!»
Si girò di scatto e si arrampicò sul sedile, la madre lo lasciò fare, divertita anche lei.
«Allooora, rubo la sciabola di una guardia e comincio a staccare teste, a una a una. “Sciàh… patapùn!”»
Respirava a fatica, sopraffatto dall’emozione, e il finale fu quello della prima volta.
Quando fu portato di nuovo per la sostituzione delle bagnate con un paio di mutandine asciutte, ne approfittai per andare in carrozza ristorante e li lasciai tutti a commentare e a ridere piacevolmente.
Eravamo alle porte di Pescara, ho sperato che scendessero in questa città.
Mi attardai mezz’ora. Quando tornai, erano ancora lì.
Seppi che scendevano anche loro a Modena, per andare poi a Maranello.
«Mio papà lavora alla Ferrari. E quando sarò grande farò anch’io il pilota di Formula Uno» mi disse.
«Se il controllore non ti chiude in prigione per il resto della tua vita!» scherzai come un cretino.
Non si lasciò sfuggire l’occasione: a Recanati cominciò a piangere e a invocare la mamma, e ad Ancona aveva finito di staccare con la spada dieci teste.
Quando fu riportato in bagno, mi recai di nuovo alla carrozza ristorante, deciso a rimanervi fino a Modena. Avevo giocato con un bambino e fatto divertire una ventina di persone, dimenticando che solo due giorni prima avevo assistito alla sepoltura di mia madre: l’avevo trovata già composta nella bara. Non avevo avuto il tempo neanche di salutarla per bene, e l’avevo lasciata al cimitero ancora senza lapide e senza fotografia. E facevo il pagliaccio in treno.
Rientrai nel vagone alle porte di Modena. Si illuminò quando mi vide, mi venne incontro e mi abbracciò le gambe.
Aiutai la madre a tirare giù la valigia, presi il mio borsone e gli feci una carezza.
«Dobbiamo scendere?» mi chiese.
Feci cenno di sì con la testa.
Mi abbracciò e mi prese per mano. Gliela tolsi.
«Ti aspetto sul marciapiede» gli dissi. E mi avviai.
Scesi per primo e imboccai subito il sottopassaggio.
Quando il treno ripartì, lo vidi che mi cercava come un disperato tra la folla dei passeggeri: sua madre faceva fatica a trattenerlo. Era sul marciapiede del terzo binario, l’orologio segnava le 21.33.
Quando vidi che andavano verso il sottopassaggio, lui davanti veloce che la trascinava per un braccio, lasciai la stazione.
Mi avrà cercato, avrà pianto. Chissà, nel tempo, che cosa avrà pensato di me!
Sono stato una canaglia: lo avevo rapito, portato in un mondo incantato, e abbandonato.
Oggi dovrebbe avere ventiquattro anni, venticinque a dicembre.

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Testata: Buonasera
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