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FANTASTICO

L’ospite

di Rebecca Trabalza

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


L'ospite

di Rebecca Trabalza

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Nonna Anita disse alla nipote Marta che era molto stanca e che doveva riposare. Non comprendeva perché fosse sempre esausta. La gatta nera dagli occhi gialli, Stella, le saltò sul grembo e le colpì ripetutamente con le zampette la spalla. Infilò il suo nasino umido nell’ascella. Anita era abbacinata dal comportamento della bestiola, che da giorni si comportava in maniera insolita.
Perché l’animale aveva cambiato repentinamente atteggiamento? Come il cane di Odisseo, Argo – l’unico ad aver riconosciuto l’eroe tornato a casa – lei aveva capito e aveva riconosciuto un nuovo arrivato che però non era stato invitato, e di cui nessuno sentiva la mancanza. In realtà, nessuno vorrebbe mai invitarlo né ospitarlo. Lui si presenta e, come un ospite, dopo qualche giorno puzza.
Purtroppo gli esseri umani non sentono il suo odore immediatamente ma, fortunatamente, il felino aveva avvisato Anita che, sebbene non l’avesse mai invitato a casa sua, lui si era prepotentemente introdotto.
Marta non capiva, all’inizio, di chi i suoi genitori stessero parlando quando le dicevano, per rassicurarla, che sua nonna viveva con un ospite. Dov’era quest’ospite? Non riusciva a vederlo in casa. La nonna continuava a sorriderle, benché Marta si rendesse conto che qualcosa non andava.
Lui non voleva andarsene dalla casa della nonna. Perché la nonna non lo cacciava?
Grazie a sua nonna, che le aveva narrato le avventure di Odisseo ospitato da Circe, Calipso e Nausicaa, Marta aveva imparato che l’ospitalità è sì un valore sacro, ma dopo un po’ di tempo l’ospite se ne deve andare. Odisseo, trattenuto contro la propria volontà dalla ninfa Calipso nell’isola di Ogigia, dopo sette anni era stato affrancato grazie all’intervento del dio Hermes, mandato dal consiglio degli dèi, perché l’eroe aveva già sofferto abbastanza.
Perché lui non tornava da dove era venuto, abbandonando la casa della nonna come aveva fatto il re di Itaca? La bambina non comprendeva perché quest’ospite fosse così inopportuno e spudorato. A differenza della maga e della dea, nessuno lo stava obbligando a rimanere. Era chiaro, inoltre, che la nonna non lo volesse. Non era mai stato benvenuto a casa sua.
Quando Anita fu convocata da un consiglio di signori che vestivano camici bianchi, Marta ricordò il consiglio degli dèi che aveva deciso di far partire Odisseo. Pensò che anche lui, l’ospite, fosse uscito di casa grazie a quei signori, spinto a tornare nella propria dimora. Lui non aveva mai sofferto, mentre la nonna aveva subìto la sua arroganza nel procrastinare l’addio.
La nipote era gioiosa perché quello screanzato aveva preparato le valigie e se ne era andato. Non concepiva, però, come fosse riuscito a intrufolarsi nel suo alloggio, dal quale la proprietaria non era riuscita a cacciarlo per tanto tempo.
La nonna l’aveva ospitato a lungo, ma più che un ospite si era rivelato un intruso di cui finalmente si era liberata. Non era la ninfa che aveva imposto al suo ospite di restare, né la maga che aveva cercato d’ammaliarlo con l’incanto: Anita lo odiava e non aveva mai desiderato di farlo restare promettendogli agi e conforto.
Poiché lui non se ne voleva andare, era evidente che non penasse ma che volesse farle del male. Perché? Cosa gli aveva fatto di così crudele? Marta era perplessa.
Lui si era occultato, diversamente da Calipso che aveva nascosto il suo amato per trattenerlo. La situazione era opposta: l’ospite esisteva attraverso la nonna, che però si era ribellata reclamando il diritto di scegliere della propria vita. Poiché lei aveva sconfitto l’ospite violento, Marta era felice.
Aveva visto che la nonna aveva viaggiato molto in quel periodo, ma era tornata a casa da regina, mentre lui, indesiderato, era tornato nella sua dimora. Tuttavia Marta non voleva sapere nulla del suo itinerario: era fuggito, e lei sperava che non tornasse mai più.
Marta aveva un’altra nonna, Nazarena. Da qualche giorno la vecchietta cadeva senza motivo. All’inizio la bambina pensava che fosse solo stanca, ma iniziò a impaurirsi quando le cadute si fecero frequenti. Un nodo alla gola le serrò il respiro quando rivide il consiglio di quei signori che avevano decretato che l’ospite poteva andarsene.
Era tornato? Aveva vagabondato fino ad approdare da nonna Nazarena, che domandò terrorizzata:
«Ho quello che ha avuto Anita?»
Il padre di Marta, Franco, le rispose che non aveva nulla di allarmante e tanto meno ciò che aveva avuto Anita. La bambina era spaesata: che cosa avevano le sue nonne? Poiché parlavano di ospite, aveva sempre creduto che un individuo avesse importunato Anita.
Nazarena, protetta da una coperta, era seduta sulla sedia a dondolo. Era stata visitata anche lei dall’ospite. Tuttavia era avvilente per Marta vederla così immobile: non assomigliava minimamente alla regale maga Circe sul trono d’oro, pronta ad accogliere Odisseo.
«Perché le nonne continuano a dare alloggio a chi non è gradito né grato?» si domandava la bambina.
Ilaria, la sorella di Marta, si aggrappò alla sedia a dondolo e cominciò a scuoterla.
«Nonna, butta fuori l’ospite da casa tua!» urlò Marta.
Ilaria salì sul grembo della nonna e le morse il naso. Marta inorridì nel vedere che Nazarena non reagiva. Capì allora che l’ospite aveva preso il controllo di lei.
Alla fine si rese conto che l’ospite non aveva preso possesso della casa di Anita, bensì del suo corpo. Ugualmente si stava impossessando del corpo di Nazarena.
A nulla erano valse le medicine. I maghi avevano cercato di aiutarla, non di avvelenarla, contrariamente a ciò che aveva fatto la tremenda Circe con i compagni di Odisseo. Perché non avevano funzionato le loro pozioni?
Poiché Marta ricordò che la maga non era riuscita ad avvelenare Odisseo grazie all’antidoto donatogli da Hermes, pensò che l’ospite fosse anch’egli fornito di un antidoto contro cui la scienza non poteva nulla.
La bambina agognava che uno di quei maghi, come Circe, estraesse la bacchetta magica dopo aver cosparso la nonna di unguenti e recitasse una formula per farla tornare com’era. Era ciò che la maga aveva fatto ai compagni dell’eroe, riportandoli umani.
Ma c’era una differenza: la nonna non era l’ospite. Lui lo era.
«Fatelo partire! Chiamate il dio Hermes! La sua permanenza è insopportabile per la nonna e per me!» gridò Marta tra le lacrime.
L’ospite non era voluto nel corpo della nonna, che si stava spegnendo lentamente, vittima di un invasore che le stava rubando la vita.
«Io sono nato perché la nonna è morta» disse Gioele, il fratello di Marta e Ilaria, piangendo molti anni dopo.
Era venuto al mondo mentre l’involucro terreno di Nazarena si separava dall’anima. Le sorelle provavano tenerezza per il fratello, che si rammaricava di non aver potuto conoscere la nonna. Anche a costo di provare dolore per la sua dipartita, avrebbe preferito incontrarla almeno una volta.
Ma l’ospite gliel’aveva impedito, e lui non sopportava questa impossibilità, che considerava un’ingiustizia. Quel “mai più” gli aveva straziato l’anima in modo lancinante.
«Non dirlo mai più!» lo rimproverò energicamente la madre, Chiara.
Nel frattempo Stella, la gatta dal pelo color ebano e dagli occhi d’oro, saltò sulle gambe del suo fratello umano accarezzandogli la guancia. Chiara constatò che averle dato una casa si era rivelato una fortuna per tutti.
Com’era giunta nell’appartamento? Franco, un giorno, avendo notato una macchia nera molto insolita, si era avvicinato scoprendo la randagia che decise di ospitare. Poiché sapeva che la moglie aveva sempre avuto una passione per i gatti neri, volle farle una sorpresa. Chiara fu in estasi nel vedere la nuova arrivata.
Tuttavia qualcuno non era lieto: Marta non voleva condividere il suo spazio con l’animale. Col passare del tempo, però, si era affezionata a Stella, che l’aspettava fedele sul letto e scodinzolava non appena la vedeva.
La ragazza si sentì in colpa per essere stata contraria alla sua permanenza. Stella non puzzava: anzi, aveva messo in guardia Anita, salvandola da morte certa. Forse si era voluta sdebitare, avvisandola della presenza dell’ospite perverso?
Chiara si chiese se Odisseo avesse mai voluto ricambiare il favore ospitando Nausicaa, l’unica donna buona che lo aveva amato e benedetto al momento della partenza. Facendo ciò, aveva mostrato di volere il suo bene.
Non era una coincidenza che, fra le donne incontrate da Odisseo, la preferita di Marta fosse proprio Nausicaa. Alla fine, la ragazza cominciò a provare affetto per Stella perché si rese conto che la gatta era come Nausicaa.
Allora Marta s’intromise per tranquillizzare Gioele, ribadendo che lui doveva nascere per ospitare l’anima della nonna, che aveva terminato il suo viaggio terreno a causa dell’ospite contro cui aveva lottato.
«Brava, Marta, brava!» esultò la madre.
La ragazza concluse, con voce ferma: «Non era un ospite, bensì un occupante: il tumore.»

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