Cerca

Cerca

INTIMISTA

La torta di ciliegie

di Alice Russo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


La torta di ciliegie

di Alice Russo

k

La brezza pomeridiana mi accarezza entrando furtiva dalla finestra e scosta un ciuffo di capelli che continua a cadermi davanti agli occhi. Faccio rotolare la matita tra le dita, mentre il mio sguardo assorto scivola sulla carta, oltre le lenti trasparenti in equilibrio sul naso. Tutto intorno mi circonda un ordine senza tempo, una serenità silenziosa. Da sempre, quando mi capita di restare sola in casa, la sento improvvisamente troppo grande: il lungo corridoio buio è costellato di stanze che diventano rifugi sicuri mentre lo si percorre.
Tutto è sempre uguale: il bicchiere sul lavandino ospita due spazzolini, le pareti hanno addosso una carta da parati verde che, alla mia vista, rimane insopportabile, l’armadio in legno sa di vaniglia e nasconde un abbraccio aggrovigliato di abiti, in cucina c’è la luce perennemente accesa, seppur inutilmente. Ci sono tante piccole cose che considero “casa”, tra le quali spicca un cestino di ciliegie sul tavolino, delle foto incorniciate sul muro smorto del salotto e due piccoli ganci, vicino all’ingresso, a uno dei quali è sempre appeso un mazzolino di chiavi: Carlo ha la testa dura, non le porta mai con sé.
Sobbalzo al suono del citofono: Carlo deve aver anticipato il rientro. Lasciata a malincuore la sedia a dondolo dai cuscini ricamati, riconosco la mia vicina. Anche la signora Lilli si concede spesso il lusso di dimenticare le sue chiavi di casa in giro, nel caos della borsa o nel disordine tipico di una vita all’insegna della carriera e del sacrificio. In realtà, non capisco se lei finga di non poter entrare o faccia sul serio, ma sapere di essere un punto di riferimento mi gratifica al punto da non darci troppo peso.
Tornando al libro incustodito, sento i gorgoglii dell’ascensore in movimento. Quelle percezioni sono rumori che il mio udito non può dimenticare e a cui non posso non associare una persona. I primi anni in cui Carlo tornava da lavoro all’ora di punta per riabbracciarmi mi strappano alla realtà: l’attesa gioiosa di sentire lo scatto della serratura, la corsa verso di lui che mi accoglieva a braccia aperte, i fiori che mi regalava e che, nell’impatto, perdevano i petali sul pavimento. Nulla in quel momento aveva più importanza. Persino il verde della carta da parati per cui Carlo aveva tanto insistito sembrava riacquistare vitalità e, se il sole non si era ancora palesato per via del cattivo tempo, dentro di me brillava più che mai.
Guardo pensierosa l’orologio a cucù: forse manca poco al suo ritorno, o probabilmente è proprio lui a chiamare l’ascensore; dopotutto è quasi il tramonto e io dovrei pensare alla cena.
Nella solitudine della cucina comincio a tirar fuori dai vecchi mobili la tovaglia a quadrettoni bianchi e blu. Quante cose avrebbe potuto raccontare quel pezzo di stoffa consumato: era stata la nostra tovaglia dei picnic al parco, lo stesso in cui avevo conosciuto Carlo, una mattina primaverile troppo piacevole da trascorrere in casa, persino per una lettrice come me. Ciò non vuol dire che rinunciassi ai libri, anzi.
Carlo si recava spesso in quel parco per giocare con i suoi fratelli e, quel giorno, il pallone con cui si dilettavano giunse all’ombra dell’albero sotto cui ero abituata a perdermi tra le pagine di un romanzo: la cosa si ripeté più di una volta per farci finalmente avvicinare.
Delicata, sposto il cesto di ciliegie accanto al piano cottura, sorridendo: mi sembra ieri che avevamo preso l’auto per andare al nostro orto, appena fuori città. Carlo mi conquistò grazie alle ciliegie: amavo divorarle, e vederlo sputare il nocciolo mi faceva ridere fino a sentire dolore alle guance.
Stendo sul tavolo la tovaglia su cui ci raccontavamo a vicenda le nostre giornate, indicando un quadrato blu o uno bianco a seconda del nostro umore o della qualità del tempo vissuto fino a sera. Ricordo di aver spesso indicato dei quadrati bianchi perché, sebbene il lavoro non mi ripagasse sempre come mi aspettavo e mi facesse sentire frustrata, a fine giornata, se ero con Carlo e ne stavamo parlando, ogni momento difficile diventava più leggero da mandar giù.
Prendo due bicchieri di vetro dalla mensola e la bottiglia di vino che tanto piace a mio marito, da quando lo conosco. M’illumina gli occhi la serata in cui, al posto di versare nel suo calice il liquido zuccherino, Carlo impigliò il suo sguardo nel mio per qualche secondo di troppo e il vino macchiò la tavola imbandita di un ristorante di Venezia, meta del nostro viaggio di nozze. Quella sera, dopo essere scappati da lì, iniziò a piovere così forte da farci arrivare sulla soglia della camera d’albergo bagnati fradici. Facemmo l’amore per la prima volta, e mi sembra ancora di sentire la voce di Carlo chiedermi il permesso, con quella delicatezza che neanche il tempo sa cancellare.
L’istinto mi spinge ad entrare in camera da letto: il materasso indossa una trapunta color crema, la finestra si affaccia sulla strada e le pareti spoglie sostengono l’armadio in legno. Non ricordo perché Carlo dormisse alla mia sinistra, forse gli piaceva poter guardare il cielo dietro la tenda velata. Come sempre, ha lasciato le ciabatte vicino al suo comodino, senza rimetterle nella scarpiera: sarà inutile ma, non appena torna, glielo ricorderò per l’ennesima volta.
Dovrei essergli grata per avermi insegnato a indossare le ciabatte: adoravo girovagare scalza per la casa anche dopo il matrimonio, un po’ per fargli dispetto e un po’ perché mi piaceva non fare rumore. Una sera, per sbaglio, nel riporre un piatto al suo posto, mi scivolò dalle mani finendo in mille pezzi sul pavimento. Carlo accorse subito in mio aiuto, mi prese in braccio paziente e mi portò fin sul divano. Non mi rimproverò di essere a piedi nudi, ma da quella volta indossai anch’io delle ciabatte e non me ne separai più.
Torno indietro e osservo i quadri sulla parete del salotto: uno raffigura una donna e un uomo eleganti. Violento riemerge nella mente un nome: Beatrice. La figlia che tanto avevo desiderato, la preghiera prima di dormire, la speranza condivisa con Carlo di dare alla luce una bimba che avesse i suoi occhi scuri e le mie labbra, la sua praticità e la mia sensibilità. Ma al nome di Beatrice, ora, non corrisponde nessun viso. Forse Carlo ricorderà meglio di me chi sono i due giovani nella foto incorniciata.
Sento improvvisamente dei passi provenire dal pianerottolo. Stavolta è lui di certo, vado ad accoglierlo con tutto l’amore che merita. Ho giusto il tempo di dare un’occhiata allo specchio vicino all’attaccapanni: ricci candidi, fascia rosa a pois, sondino nasale presente, pigiama celeste comodissimo a cui abbino al volo una vestaglia, ciabatte in regola.
Suona il campanello. Spalanco la porta con un sorriso stampato sul volto e trovo Lilli sulla soglia, con un fagotto tra le mani.
– Signora Matilde, la vedo bene! Come va? – la voce di Lilli è squillante e rimbomba in tutto il palazzo. – Si ricorda che le avevo promesso una sorpresa, oggi? –
Continua e, senza aspettare che la inviti ad entrare, sebbene fossi confusa, chiude la porta alle sue spalle, dritta verso la cucina. Si sparge subito un profumo delizioso nei dintorni e lo seguo curiosa. Lilli poggia l’involto sul tavolo apparecchiato e mi aiuta a sedermi, per poi accomodarsi accanto a me. La stoffa scivola via, rivelando una crostata dal profumo inconfondibile.
– Si ricorda che ho comprato le ciliegie dal fruttivendolo, ché le voleva tanto? Con quelle avanzate ho pensato di fare una crostata. Però, mi raccomando, non più di una fetta al dì, altrimenti fa male… Ecco, è contenta, signora Matì? –
Dice mentre me ne taglia un pezzo e lo poggia sul mio piatto. Forse legge lo sgomento nei miei occhi. Mi alzo e guardo l’orologio accigliata: bisogna aspettare che venga anche Carlo, se no è maleducazione.
– Ha da fare? Aspetta qualcuno? –
Lilli sembra aver capito qualcosa e, spontaneamente, torno in salotto, indicando con insistenza il quadro su cui mi ero soffermata prima.
– Si ricorda, signora Matì? Chi sono? –
Si avvicina al quadro e fa cenno con l’indice.
– Questa è lei, Matì, e questo chi era, se lo ricorda? –
Se mi ricordo? Le sto dicendo che dobbiamo aspettarlo prima di mangiare e mi chiede se ricordo Carlo, il calore delle sue mani, il suo profilo tagliente, i suoi capelli brizzolati, le camicie che amava indossare e che non avrebbe mai voluto comprare. Quello è mio marito, non ho più dubbi.
– Carlo, signora Matì! Suo marito, ricorda? – mi risponde Lilli con un sorriso dolce quando apro le braccia con l’intenzione di farle capire che, ovviamente, dovevamo aspettarlo. – Le manca assai, signora, vero? E lo so… No, signora Matì, non verrà a mangiare la torta con noi, è andato via, ricorda? –
Il mio Carlo, andato via. Andato dove? Gli occhi mi si inumidiscono e il sondino inizia a darmi fastidio nel naso pungente. Lilli mi prende sottobraccio e mi riaccompagna in cucina.
– No, signora Matì, ho sbagliato. Carlo non se n’è andato. Non lo vediamo, ma c’è ancora. –
La guardo confusa, invasa da un’ondata di nostalgia, una ferita aperta che ancora non avevo imparato a ricucire.
– Lui è qui. –
L’indice di Lilli, stavolta, punta al mio petto e il suo sorriso è quanto di più dolce e sincero ci sia al mondo. Prende la forchettina, spezza la punta della fetta di crostata che ho nel piatto e mi imbocca.
Carlo avrebbe dovuto assaggiarla, era ottima.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Buonasera24

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Termini e condizioni

Termini e condizioni

×
Privacy Policy

Privacy Policy

×
Logo Federazione Italiana Liberi Editori