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MITOLOGICO
20 Gennaio 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
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La mitologia greca possiede una bellezza senza tempo: è al tempo stesso favola e specchio dell’animo umano, dove gli dèi e gli eroi incarnano passioni, paure e desideri universali. La sua originalità sta nell’aver intrecciato l’umano e il divino in racconti che spiegano il cosmo e la vita, ma che continuano a parlarci come metafore eterne.
E Omero, il suo cantore più grande, seppe dare voce a questo universo con parole che ancora vibrano di poesia e verità: nelle sue epopee non c’è solo mito, ma il respiro stesso dell’umanità che si affaccia alla Storia.
Ascoltiamo il giudizio del più grande poeta epico greco, a dirimere una disputa immaginaria fra due poeti antichi.
Nel dolce chiarore dei Campi Elisi, dove le anime nobili dimorano senza più affanni, due grandi poeti – Euripide, il tragico ateniese, e Ovidio, il narratore delle Metamorfosi – passeggiavano sotto gli ulivi eterni. E, come spesso accade tra spiriti brillanti, venne l’ora di una sfida. Non a duello, ma a mitologia.
«Vediamo» – disse Ovidio, con l’aria di chi sa già di avere in tasca l’asso – «chi tra noi saprà raccontare la storia d’amore più toccante, più sublime, più... immortale?»
Euripide accennò un sorriso ironico. «Accetto, latino. Ma sii pronto al dolore, ché l’amore, nei miei versi, è sempre intrecciato con il destino.»
Ovidio fu il primo a narrare e scelse l’idillio di Bàuci e Filèmone: due vecchi sposi, poveri ma ospitali, che aprono la loro umile casa in una notte di tempesta a due viandanti sconosciuti – Zeus ed Hermes in incognito.
Premiata la loro bontà, gli dèi esaudiscono il loro unico desiderio: non ori o gloria o gioventù, ma morire insieme nello stesso istante, per non conoscere mai la solitudine. E così, alla fine, i due vengono trasformati in una quercia e in un tiglio, abbracciati per l’eternità.
«Amore semplice e puro» – concluse Ovidio – «capace di sfidare il tempo e persino la morte.»
Toccò poi a Euripide, che con voce grave evocò Admeto e Alcesti: un re condannato a morire, che non trova nessuno disposto a sacrificarsi per lui. Nemmeno i suoi anziani genitori, nemmeno i moribondi in un campo di battaglia.
Ma la moglie, Alcesti, sì. Lei sì. Si offre spontaneamente al posto dell’amato, scendendo negli Inferi con la dignità silenziosa di chi ama davvero. È il Simposio di Platone stesso a dirlo: Alcesti è l’incarnazione dell’amore più autentico, dove Eros vince su Thanatos.
Calò il silenzio tra le anime. Perfino Orfeo smise di pizzicare la lira.
Fu allora che qualcuno ebbe l’ardire di chiamare a giudizio il più grande di tutti: Omero.
Il vecchio cieco avanzò tra le ombre e le stelle, appoggiato al suo bastone. Ascoltò entrambi. Poi si schiarì la voce.
«Due storie d’amore, sì. Due sacrifici. Ma la differenza sta nel peso che l’amore assume davanti alla prova della fine.
Bàuci e Filèmone amano la vita e chiedono solo di non separarsi. Il loro è un amore che si abbraccia alla fine, sereno.
Ma Alcesti? Lei guarda la morte in volto. E sceglie di scendere da sola, per salvare l’altro. Questo è l’amore che brucia, che si spezza, che trasforma l’umano in divino.
Eppure, non darò il premio a nessuno dei due. Perché il vero vincitore... è il lettore. Che ancora oggi, dopo secoli, piange, riflette, ama. E torna a credere che anche nel mito qualcosa sia più vero del vero.»
Un mormorio di approvazione si alzò tra le anime. Ovidio ed Euripide si scambiarono un cenno d’intesa.
Non servivano corone d’alloro: avevano entrambi vinto, perché avevano scritto storie che ancora parlano al cuore degli uomini.
Omero, con un sorriso enigmatico e lo sguardo rivolto oltre il tempo, soggiunse infine:
«Il mito non è mai una gara, ma una corrente che attraversa le epoche. Ogni racconto, ogni voce, è solo un’onda nel grande mare del dire. Il mito non si esaurisce, non si conclude: rinasce ogni volta che un poeta lo evoca, che un cuore umano lo ascolta. È materia viva, che si trasforma, si arricchisce, si rinnova.
Perché non è il passato a scrivere il mito, ma il mito a scrivere il nostro presente, e a camminare con noi lungo tutto il tempo dell’umanità.»

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Testata: Buonasera
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