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La storia

Taranto nel cuore, viaggio nella memoria di una città che cambia

Un racconto intimo e nostalgico che attraversa strade, volti e luoghi simbolo del capoluogo ionico, tra ricordi personali, trasformazioni urbane e un amore mai venuto meno per la città natale

TARANTO - Non potrei fare a meno di tornare nella mia città. Almeno una volta l’anno. E quando sono in Lombardia la sogno. Non si può dimenticare il luogo in cui si è nati. Chi lo fa è un ingrato. Quando sono a Taranto avverto il bisogno di andare a cercare le vie, le strade, le piazze, i monumenti della mia giovinezza; e spesso supero questi confini, e mi perdo. Quando resto deluso, il cuore batte più forte: è triste non trovare più ciò che cerchi. Qualche via è ancora lì, ma ha cambiato volto e nome.

Andando a viale Magna Grecia, per esempio, penso all’antico viale Venezia. Giusto averlo ribattezzato, ma quel mare di verde che c’era quando Francesco Smiraglia, poi valente avvocato, ogni giorno alle 14 mi faceva sedere sul telaio della sua bicicletta per andare sul vialone che in fondo a sinistra porta a San Vito, dov’è? La si poteva percorrerla tutta, quella specie di autostrada senza incontrare anima viva. Si animava soltanto quando spuntava la luna e comparivano le signore della notte. E allora flottiglie di uomini si materializzavano. Tra questi, “’nu carlasciòne” che abitava dalle mie parti ed era scapolo: nessuna ragazza che gli veniva presentata gli andava bene: quella era troppo bassa, quell’altra troppo alta, quell’altra sculettava. Aveva sempre qualcosa da dire. Ogni bellezza aveva, per lui, la sua pecca, spesso nella sua fantasia.

Franco e io eravamo appassionati di viale Venezia. “Almeno prendiamo un po’ d’aria di campagna”, diceva lui; io mi beavo alla vista del colore, che poi è quello della speranza, alla quale i tarantini hanno forse rinunciato.

Ho nel cuore tanti punti d’incontro di quei tempi: il lungomare, dove la gente passeggiava in ogni ora; via D’Aquino; la Biblioteca Acclavio, dove lessi molti testi, tra cui Giovanni Papini e il De Gubernatis; piazza della Vittoria per ammirare senza stancarmi mai il monumento di Francesco Paolo Como, orgoglio della città.

Andavo a vedere i film western al cinema Savoia, al Rex, al Fusco, al cinema e all’arena Arsenale. Andavo a fare il bagno allo stabilimento di Santa Lucia; a catturare i granchi sulla scogliera, che si raggiungeva attraverso il sentiero che partiva da viale Virgilio all’altezza dei Salesiani.

Ho una memoria ospitale, con nomi, cognomi, età di amici e conoscenti, e anche i loro soprannomi: “Spilungòne”, “Becchemmùse”, “Fanfaròne”, “Còla còle”, che non usava fazzoletti, ed era evidente; e poi “Segaròne”, che aveva spesso un sottomarino tra le labbra. Ricordo Macaco, che, facendo lavori d’imbiancatura, mise sul marciapiede alcuni oggetti, tra cui “’nu vummìle” contenente vino e un ragazzo, dando per gioco un calcio a un sasso, lo colpì, facendolo sanguinare. Un giorno si scatenò una baruffa, perché un altro ragazzo con un lancio imprudente fece finire “’u spezzìedde” sul cappello piumato di una signora. Un nugolo “de uagnùne” prendeva di mira un’altra signora e la sua nidiata, cantilenando “Brutos, brutos, brutos”, perché, secondo loro, non erano proprio esempio di piacevolezza; e lei resisteva alla voglia di minacciarli, inseguirli, sventolando una scopa.

Un rompicollo basso e mingherlino si divertiva a sfidare i coetanei a fare a pugni, perché si sentiva un Umberto Vernaglione, il pugile concittadino campione d’Italia, e ogni volta che qualcuno accettava tornava a casa con l’occhio nero. Lo incontrai un giorno, Vernaglione, in una delle mie rimpatriate. Ero fermo in via Dante e mi si avvicinò chiedendomi se fossi proprio io. “Certo che lo sono, Umberto”, e non cedetti al desiderio di abbracciarlo. Nonostante i successi ottenuti sul ring, tra migliaia di fans deliranti, era rimasto umile, riservato, schivo.

Potevo evitare di fare capolino dove sono nato? In quella via lunga e in fondo sbarrata dalla campagna? Certo che no. Ma in molti tratti l’ultima era diventata molto diversa, quasi irriconoscibile: edifici alti al posto di quelli non superiori a un piano; il marciapiede ampio come uno slargo, dove giocavamo alla livoria, rimpicciolito; un supermercato al posto del tabacchino di don Damiano; la salumeria “d’a francaveddèse” diventata una specie di circolo, poi chiuso. E nessuno di quelli che conoscevo sopravvissuto al tempo. Insomma la mia città ha mutato faccia, come la mia culla.

In centro, in via D’Aquino, non c’è più neppure la Sem, dove al piano superiore da giovane partecipai a tre o quattro eventi, tra cui una serata di carnevale. Preferivo il “Cin Cin Bar”, che il sabato pomeriggio offriva la sala per il ballo degli universitari, che una sera attirò Silvio Noto, allora presentatore, cantante, personaggio televisivo.

Sui vent’anni cominciai a frequentare il cinema Orfeo, dove intervistai Emma Gramatica, Marisa Merlini, Paolo Poli, Eduardo De Filippo, Alighiero Noschese, Milva, che aveva appena vinto un concorso di voci nuove, Ernesto Calindri, che ritrovai a Milano in piazza San Babila, dove recitava nel teatro “Uno sporco egoista”.

Tante scene mi vengono in mente andando in cerca della mia bimare. Lido Taranto? Ci andai qualche volta con la mia fidanzatina poi diventata mia moglie, e ho sentito dire che lo faranno rinascere. Uno dopo l’altro, sempre a lungomare, erano molto frequentati anche gli altri stabilimenti balneari: Nettuno, Elena, e nella città vecchia Cincinnato. Anche Praia a Mare e Lido Bruno sulla via per San Vito. Io preferivo le spiagge libere, dove c’era meno gente e potevo scavare con le mani nella sabbia con la speranza di poter tirar fuori qualche vongola.

Il mio amico Titino, 30 anni, scapolo incallito, riservatissimo, dipendente del Cantiere Tosi, si alzava alle 5 e nello stesso posto raccoglieva le “tonnine”. Poi tornava a casa e risolveva i cruciverba. L’altro mio amico, Gino, mi chiedeva i 45 giri in prestito e organizzava serate da ballo in casa con le donne più numerose degli uomini. Una delle canzoni che ruotava più spesso sul giradischi era “Buongiorno, Tristezza”, ma anche “Vola colomba”. Dopo anni lo dissi a Nilla Pizzi durante una cena al ristorante “Settimo cielo” nel capoluogo lombardo, dove allestivo il premio “Le porte di Milano”.

A quei tempi si ballava in casa; se la camera era stretta si smontava il letto. Noi giovincelli gradivamo il ballo della mattonella. Mary Qeen non aveva ancora lanciato la gonna ritagliata in pochi centimetri di stoffa e le scollature erano contenute. Ogni sabato via alle danze. In alcuni casi le mamme stavano a guardare, non per sorvegliare, ma per divertirsi. Poi arrivarono i balli americani e io rinunciai a zampettare, non perché stanco, ma perché non mi piacevano il twist, lo spirù e il charleston.

Non riesco a frenare il flusso dei ricordi. Percorro via Laclos, via Capecelatro, via Dante, via Temenide, via Diego Peluso, via Giovan Giovine, e mi pongo domande. E il monte delle vacche che fine ha fatto? È sotto il nuovo ospedale. Piazza Marconi tanto tempo fa ha sfrattato il mercato, trasferito in una traversa di via Leonida, chiamata Fadini. In piazza Ramellini c’era la Standa. C’era.

Quando le squadre sgambavano in Arsenale, se la squadra di casa stava vincendo dieci minuti prima aprivano le porte per fare entrare quelli rimasti fuori perché senza soldi per il biglietto. Una domenica un “Rocambole” fece un’azione fulminea e acrobatica, tirò una pallonata che forò la rete. Se mi sbaglio, tiratemi le orecchie, ma quel giocatore si chiamava Bagicalupo.

Taranto bella, piena di luce. L’adoro. Vorrei scriverle una dichiarazione d’amore. Eccomi sotto il Muraglione, alla fine di via Capotagliata, dove c’era una casa di tolleranza. Mario Soldati, Guido Vergani, Tullio Barbato, Giancarlo Fusco hanno scritto libri su quei luoghi. Con la legge Merlin nel 1958 le case chiuse si aprirono.

Ancora oggi vado in giro per Taranto come un pellegrino, mai sazio di contemplarne la bellezza. Ed eccomi a rendere omaggio a “’o màre peccerìdde”, dove si allevano le migliori cozze del mondo, l’oro della mia città. Mi inginocchio davanti al monumento ai Caduti, pronunciando un nome: Francesco Paolo Como. E spero che nessuno me ne voglia per questa miscela di ricordi.

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