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Speciale Salute
21 Marzo 2026 - 06:37
Dott.ssa Anna Fraccascia, medico chirurgo; specialista in ortopedia e traumatologia. Master di II livello in chirurgia del piede e della caviglia
L’alluce non è solo un dito; è il fulcro del nostro equilibrio e il motore principale della nostra deambulazione. Quando questo meccanismo si inceppa a causa dell’alluce rigido, la qualità della vita ne risente drasticamente. Come chirurgo ortopedico, vedo quotidianamente pazienti che arrivano in studio lamentando non solo dolore, ma una vera e propria perdita di libertà.
A differenza dell’alluce valgo, caratterizzato da una deviazione laterale, l’alluce rigido è una forma di artrosi primaria che colpisce l’articolazione metatarso-falangea. La cartilagine si usura, lo spazio articolare si restringe e il corpo, nel tentativo di proteggersi, produce escrescenze ossee chiamate osteofiti.
Il risultato? Un dito che “non sale più”. La flessione dorsale, necessaria per la fase di spinta del passo, diventa dolorosa o impossibile.
La diagnosi inizia con l’osservazione clinica: il paziente fatica a indossare le scarpe, nelle donne la prima evidenza è il non poter più permettersi di indossare calzature con il tacco e molti pazienti, anche giovani, lamentano il non riuscire a praticare sport che richiedano l’azione di spinta sull’alluce e lo scatto.
La conferma arriva da una semplice radiografia sotto carico, che permette di classificare la patologia in quattro stadi:
• Grado 1: Artrosi iniziale, trattabile spesso con ortesi o terapie conservative.
• Grado 2: stadio in cui è ancora possibile salvare l’articolazione con interventi mini invasivi.
• Grado 3-4: scomparsa della rima articolare e rigidità severa. Qui la chirurgia diventa la scelta d’elezione.
La chirurgia nell’alluce rigido si prende in considerazione a partire dal secondo stadio, e le tecniche chirurgiche sono diverse. Negli stadi in cui la superficie articolare è ancora riconoscibile si può procedere con interventi di asportazione dell’osso esuberante (cheilotomia) associata a una osteotomia di abbassamento/arretramento per consentire di recuperare spazio articolare e movimento.
Per anni, l’intervento “gold standard” per i casi gravi è stata l’artrodesi (la fusione dell’osso). Sebbene risolva il dolore, elimina definitivamente il movimento, alterando la biomeccanica del passo.
Lo spaziatore Silktoe Primus 2 rappresenta una “terza via” tra la prima (cheilotomia e osteotomia) e la fusione definitiva (artrodesi). Oggi, grazie all’innovazione dei materiali, puntiamo a soluzioni che preservino la funzionalità. In questo scenario si inserisce lo spaziatore, una soluzione protesica di ultima generazione progettata per ridare vita al movimento.
Lo spaziatore non è una protesi totale invasiva, ma un presidio ortopedico in silicone medico, rinforzato per resistere alle sollecitazioni meccaniche del piede.

1. Rispetto dell’Anatomia: richiede una resezione ossea minima rispetto alle protesi metalliche tradizionali.
2. Ritorno al Movimento: funziona come un cuscinetto che impedisce lo sfregamento tra i capi articolari, mantenendo però la capacità di flessione.
3. Stabilità: il design è studiato per integrarsi perfettamente con i legamenti circostanti, garantendo che il dito non solo sia mobile, ma anche stabile durante la spinta.
4. Protocollo di Recupero e Post-Operatorio: Uno dei grandi vantaggi di questo tipo di chirurgia è la rapidità del recupero. Non dovendo aspettare che le ossa si fondano (come nell’artrodesi), il paziente può iniziare a muoversi quasi subito.
Tuttavia, per garantire che l’impianto duri nel tempo e offra i risultati sperati, dobbiamo valutare tre pilastri fondamentali:
1. Grado di Artrosi (Classificazione di Coughlin)
• Il candidato ideale si colloca generalmente nel Grado 2 avanzato e 3. In questa fase, la cartilagine è quasi totalmente usurata e il dolore è presente anche a riposo.
• Perché non il Grado 4? Se l’articolazione è completamente distrutta o se esiste una grave deviazione assiale (alluce valgo-rigido severo), la stabilità dello spaziatore potrebbe essere compromessa.
• L’importanza dei tessuti molli: per far funzionare il Silktoe, l’apparato capsulo-legamentoso deve essere integro. Lo spaziatore riempie il vuoto, ma sono i legamenti del paziente a guidare il movimento.
2. Richiesta funzionale e stile di vita
Questo impianto è progettato per chi desidera mantenere una deambulazione fluida e un passo naturale.
• Paziente Ideale: soggetti di età media o avanzata, che praticano attività a basso impatto (nuoto, bicicletta, camminate), o donne che non vogliono rinunciare a calzature leggermente rialzate.
• Controindicazioni Relative: atleti professionisti di sport da impatto (corsa estrema, calcio) o pazienti con peso elevato, che potrebbero accelerare l’usura del materiale siliconico.
3. Allineamento e Qualità Ossea
Prima di procedere, si valuta la densità ossea del metatarso e della falange.
Lo spaziatore richiede una buona tenuta meccanica dei canali midollari dove vengono inseriti i fittoni dello spaziatore.
A differenza delle vecchie protesi in metallo e polietilene, che sono rigide e possono causare riassorbimento osseo (osteolisi), il silicone rinforzato ha un modulo di elasticità più vicino ai tessuti umani, garantendo la longevità dell’impianto.
Dopo la chirurgia è importante avviare il paziente a effettuare una fisioterapia mirata, che preveda:
1- Mobilizzazione Precoce: già nei primi giorni post-operatori il paziente comincia esercizi di gliding articolare. Lo spaziatore funge da perno (pivot) che impedisce alle superfici ossee di toccarsi, eliminando il dolore da sfregamento che solitamente inibisce il movimento.
2. Propriocezione: il paziente deve “reimparare” a sentire il proprio alluce. Poiché l’articolazione è di nuovo mobile, il cervello deve ricalibrare la spinta durante la fase di toe-off (distacco delle dita da terra).
3. Rimodellamento Capsulare: lo spaziatore mantiene lo spazio necessario affinché la cicatrice interna si formi in modo elastico e non rigido.ù
• Fase 1 (Settimana 1-2): Carico immediato con scarpa post-operatoria a suola piatta. L’obiettivo è la gestione del gonfiore con inizio della mobilizzazione autonoma del dito.
• Fase 2 (Settimana 3-4): Inizio della mobilizzazione passiva e attiva assistita. È qui che lo spaziatore brilla: il paziente avverte fin da subito una fluidità che prima era sbarrata dal dolore.
• Fase 3 (Mese 2): Ritorno alle calzature normali e ripresa delle attività quotidiane.
L’alluce rigido non deve essere una condanna alla rigidità permanente. La chirurgia moderna, supportata dalle nuove tecnologie, permette oggi di conciliare l’esigenza di eliminare il dolore con il desiderio di mantenere un passo naturale e dinamico. Il consiglio è di non attendere che l’artrosi “blocchi” completamente il **piede”: intervenire tempestivamente significa salvare il movimento.
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