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Speciale Salute
21 Marzo 2026 - 06:47
È in questo contesto che si inserisce la formazione dei primi 56 infermieri di famiglia e di comunità
Taranto è da sempre una città di frontiera, sospesa tra industria e mare, tra memoria e trasformazione. Oggi, mentre il sistema sanitario italiano tenta di ridisegnare il proprio modello organizzativo, anche qui prende forma una delle scommesse più importanti della medicina contemporanea: riportare la sanità vicino alle persone, nelle case e nei quartieri.
È in questo contesto che si inserisce la formazione dei primi 56 infermieri di famiglia e di comunità, professionisti che hanno concluso il primo percorso formativo organizzato dalla ASL Taranto insieme all’Ordine delle Professioni Infermieristiche. Un tassello significativo nel più ampio processo di riforma dell’assistenza territoriale che attraversa l’intero Paese e che trova nella Puglia uno dei territori più impegnati nella sperimentazione di nuovi modelli organizzativi.
La formazione rappresenta il primo passo di un progetto più ampio. Il programma prevede infatti altre 3 edizioni del corso, con l’obiettivo di arrivare alla preparazione complessiva di 200 professionisti destinati a operare sul territorio jonico. Un investimento che risponde direttamente alle linee guida nazionali e regionali legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e al DM 77 del 2022, il decreto che ridisegna la geografia della sanità territoriale italiana.
Il percorso didattico è stato costruito seguendo le indicazioni dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e si è articolato in 100 ore di formazione teorica, altre 100 ore di tirocinio sul campo e 20 ore dedicate al project work finale. Un percorso pensato per integrare conoscenze cliniche, capacità relazionali e competenze organizzative, indispensabili per affrontare una delle sfide più complesse della sanità contemporanea: la gestione delle cronicità e della fragilità sociale.
In una provincia come quella di Taranto, dove la popolazione invecchia rapidamente e dove il sistema sanitario è stato per decenni fortemente centrato sugli ospedali, l’introduzione dell’infermiere di famiglia rappresenta un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo.
Questa figura professionale sarà infatti uno degli snodi principali del nuovo sistema sanitario territoriale. Opererà in stretta collaborazione con i medici di medicina generale e con le strutture sanitarie locali per garantire una presa in carico continuativa dei pazienti, in particolare di quelli affetti da patologie croniche o condizioni di fragilità.
Il cuore della riforma è proprio questo. Spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio, riducendo il ricorso improprio alle strutture ospedaliere e rafforzando la prevenzione, l’assistenza domiciliare e il monitoraggio delle condizioni di salute nel quotidiano.
Le nuove strutture previste dalla riforma, come Case della Comunità e Ospedali di Comunità, dovrebbero diventare nei prossimi anni i punti di riferimento di questo sistema. In questo scenario l’infermiere di famiglia svolgerà un ruolo di raccordo tra servizi sanitari, pazienti e famiglie, contribuendo a costruire una rete di assistenza più vicina ai bisogni reali della popolazione.

Per Taranto la questione assume un significato ancora più profondo. Qui il tema della salute pubblica si intreccia da decenni con quello dell’ambiente, dell’industria e delle disuguaglianze sociali. In molti quartieri della città e della provincia, la fragilità sanitaria si accompagna spesso a difficoltà economiche e a un accesso non sempre semplice ai servizi.
In questo quadro la presenza di professionisti capaci di lavorare direttamente nei territori può rappresentare uno strumento concreto di riduzione delle disuguaglianze sanitarie.
Il commissario straordinario della ASL Taranto, Vito Gregorio Colacicco, ha sottolineato come la nascita di questa figura professionale segni un passaggio decisivo nel percorso di riorganizzazione dei servizi territoriali. “Questa figura professionale si inserisce nel più ampio processo di riorganizzazione dei servizi territoriali e rappresenta un cambio di paradigma nell’assistenza”, ha dichiarato, evidenziando come il nuovo modello sanitario non metta più al centro la malattia ma la persona.
Una trasformazione che richiede anche un forte investimento nella formazione. “È fondamentale formare i professionisti in modo da poter essere pronti alle nuove sfide della sanità territoriale”, ha aggiunto Colacicco, esprimendo soddisfazione per il completamento della prima fase del progetto.
Un sentimento condiviso anche dal presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Taranto, Pierpaolo Volpe, che ha definito la conclusione del corso un passaggio importante per il rafforzamento dell’assistenza di prossimità. Secondo Volpe, la formazione degli infermieri rappresenta un investimento strategico nel futuro della sanità territoriale e nella capacità del sistema sanitario di adattarsi alle nuove esigenze della popolazione.
Dietro questo cambiamento si muove anche una trasformazione demografica evidente. In tutta la Puglia l’età media della popolazione continua a crescere e con essa aumenta la diffusione delle malattie croniche. Diabete, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie e condizioni degenerative richiedono un’assistenza continuativa e multidisciplinare, spesso più efficace se garantita direttamente nel contesto di vita delle persone.
Per questo il modello dell’infermiere di famiglia punta anche a rafforzare l’educazione sanitaria, la prevenzione e l’accompagnamento dei pazienti nelle fasi successive alle cure ospedaliere.
In una terra che per decenni ha visto la sanità come un luogo distante e talvolta difficile da raggiungere, il ritorno della cura nei quartieri può assumere un valore simbolico oltre che pratico.
Nelle strade della Taranto antica, tra i balconi affacciati sul mare e le piazze dove ancora si raccontano le storie di una città che resiste, la sanità di prossimità potrebbe diventare uno dei segni più concreti di una trasformazione possibile.
Una trasformazione lenta, complessa, ma necessaria. Perché il futuro della salute pubblica, sempre più spesso, non si gioca solo negli ospedali ma nelle comunità. E proprio da qui, dai territori, potrebbe ripartire una nuova idea di assistenza sanitaria.
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