Il rinvenimento fortuito, nella prefazione di un vecchio testo biblico, di una lettera di San Girolamo a san Paolino, nella quale Girolamo vantava la superiorità di Archita rispetto a Platone (siamo nel quarto secolo, evidentemente Girolamo aveva letto testi di Archita che noi non possediamo), ci induce a riflettere sul perché di un giudizio così netto e sprezzante nei confronti del pensatore ateniese.
Nella lettera scritta in latino così si esprimeva Girolamo:
“Legimus in veteribus historiis quosdam lustrasse provincias, novos adisse populos, maria transisse, ut eos, quos ex libris noverant, coram quoque viderent.
Sic Pytagoras Menphiticos vates, sic Plato Aegiptum, et Architam Tarantinum, eamque oram Italiae, quae quondam magna Graecia dicebatur, laboriosissime peregravit, ut qui Athenis magister erat, et potens, cujusque doctrinam Academiae gymnasia personabant, fieret peregrinus, atque discipulus: malens aliena verecunde discere, quam sua impudenter ingerere”.
La traduzione suona così: “Leggiamo nelle vecchie storie che molti girarono il mondo, raggiunsero popoli sconosciuti, percorsero i mari, per vedere personalmente coloro che avevano conosciuto solo dai libri. Così Pitagora (volle vedere) i saggi di Menfi, così Platone l’Egitto, e Archita il tarantino, per questo viaggiò a lungo in quella parte di Italia che una volta si chiamava Magna Grecia, in modo che quello (Platone) che era maestro in Atene, e potente, della cui dottrina risuonava tutta l’Accademia, si fece pellegrino, e discepolo: preferendo con umiltà apprendere la sapienza altrui, al posto di insegnare con impudenza la propria”.
Quei lontani avvenimenti, cioè i rapporti tra Archita e Platone, ed il viaggio di quest’ultimo in Magna Grecia possono essere ricostruiti direttamente da quanto narrato da Platone in una sua lettera inviata agli amici e familiari di Dione, dove ricorda le sue prime esperienze giovanili nella Atene sconvolta dalla guerra civile.
In quella lettera, la settima di quelle pervenuteci, una sorta di resoconto della sua intera esperienza politica, il filosofo ormai settantenne parlava di una passione vissuta sin dagli anni giovanili: “pensavo non appena divenuto padrone del mio destino, di volgermi alla attività politica”. Non aveva vergogna a ricordare che quella passione lo aveva portato ad aderire al governo tirannico dei Trenta, instaurato ad Atene per imposizione di Sparta dopo la disfatta della spedizione contro Siracusa e la successiva perdita della Eubea.
Un errore giovanile dell’allievo di Socrate, che si era illuso che quel governo avrebbe potuto portare lo stato da una condizione di illegalità ad una di giustizia.
La disillusione per quella esperienza, vissuta accanto ad uomini brutali e crudeli, non fece venir meno in Platone la speranza di una politica nuova, così la caduta dei Trenta e la ricostituzione di un governo democratico, lo indussero di nuovo alla vita politica, ma qui doveva subire un secondo e più grave disgusto: nel 399 a.C il processo e la condanna a morte di Socrate, suo amico e maestro.
Ormai andava convincendosi che solo uno stato retto da filosofi, o da governanti sinceramente convertiti alla filosofia, avrebbe potuto reggere lo stato con equità e giustizia.
Il punto era come riuscire nell’intento, sarebbe stato difficile ritentare in una società demagogica ed anarchica come Atene, bisognava attendere momenti e situazioni opportune.
Soprattutto bisognava studiare e verificare sul posto modelli già sperimentati ed attuati con successo.
Tra il 399 al 388 a.C., data del suo primo viaggio a Siracusa, Platone si reca in Egitto, governato da una struttura politica arcaica incentrata sul potere sacerdotale, poi nel meridione d’Italia, la terra di Pitagora, e a Taranto, una metropoli temuta e rispettata, governata dal filosofo Archita.
L’Egitto, da millenni ingessato da regole che ne impedivano la mobilità sociale, incentrate in una rigida divisione delle caste e finanche dei mestieri, era sempre stato una meta dei viaggi dei sapienti della Grecia, che lì si recavano per attingere alla fonte del sapere scientifico e religioso; anche Pitagora e Solone, si diceva, erano andati ad istruirsi, vi era andato Erodoto ed Ecateo, il primo storiografo greco.
A Taranto invece il modello della perfetta repubblica filosofica sembrava attuato per opera di uno scienziato e filosofo pitagorico, Archita, sapiente reggitore dello stato, tanto in pace che in guerra, sette volte stratego e mai vinto in battaglia.
Alla luce di queste esperienze e delle lunghe meditazioni alla scuola socratica, alla fine Platone si lascia convincere da Dione, il giovane cognato di Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, a tentare l’esperimento della creazione della sua repubblica filosofica in quella città.
Ma la delusione è cocente, Siracusa, una città dove si banchettava due volte al giorno e non si dormiva mai senza concubine, è sorda alle lezioni filosofiche. Dionigi a sentire che bisognava mettere tutto in comune, averi, mogli e figli, e soprattutto che la tirannide era legittima solo se accompagnata da altrettanta virtù, pare che sia andato su tutte le furie. Diogene Laerzio, nelle Vite dei Filosofi, afferma che Dionigi abbia addirittura dato del vecchio rimbambito a Platone, e che questi abbia risposto accusandolo di essere solo un tiranno.
Platone venne incarcerato e venduto come schiavo, scampò alla prigionia per intercessione del suo amico Anniceride di Cirene che si offrì di pagare il riscatto.
Nel 367 a.C. Dionigi il giovane succede al padre sul trono di Siracusa, Dione si adopera per far tornare il filosofo in Sicilia affinché istruisca nella filosofia il giovane regnante, ma anche questo viaggio si rivela inutile.
Dione sospettato di tramare contro il re viene esiliato e Platone non senza difficoltà ritorna ad Atene.
A sei anni di distanza, ancora una volta, e sarà l’ultima, Platone si farà tentare: nel 361 a.C. Dionigi lo richiama insistentemente in Sicilia, si dichiara finanche disposto a mandare una nave a prenderlo; il filosofo, scottato dalle precedenti esperienze rifiuta, comprende bene che quella di Dionigi è solo una infatuazione giovanile per la filosofia, che per essere appresa richiede studio costante e sacrificio. Poi sollecitato da Dione che spera nella revoca dell’esilio e nella restituzione dei beni, si lascia convincere, non prima che il tiranno gli abbia assicurato per scritto la libertà di Dione e la restituzione dei beni.
Platone riferisce anche di lettere di Archita che lo invitavano a tornare a Siracusa, e lo rassicuravano del reale interesse di Dionigi per la filosofia.
Due sono le motivazioni principali che spingono Platone a ritentare una esperienza che ritiene quasi certamente destinata al fallimento; non vuole apparire ingiusto nei confronti di Dione che chiede aiuto all’amico in momenti di estrema difficoltà, non vuole che si possa pensare che lui, il filosofo, sia solo uomo di parole, e che non si adoperi per realizzare il suo ideale di repubblica, quando se ne presentava l’occasione.
Naturalmente anche questa volta è un disastro, il giovane Dionigi ascolta una sola lezione di filosofia, poi impone a Platone una sorta di domicilio coatto nell’acropoli, per impedirgli di andar fuori da Siracusa.
Questa volta è Archita, che lo aveva ospitato a Taranto, ad accorrere in suo soccorso, mandando con una ambasceria una lettera personale a Dionigi chiedendo la liberazione del filosofo.
Da quella lettera, conservataci, da Diogene Laerzio, abbiamo la prova che era stato lo stesso Dionigi a pregare Platone di andare a Siracusa, e che Platone si fosse mosso dietro sollecitazione e assicurazione di Archita sul rispetto degli accordi stipulati.
Quella lettera, pur cortese e diplomatica, con poche righe metteva in chiaro le cose e ammoniva il tiranno al rispetto dei patti: “Archita saluta Dionigi.
Noi tutti amici di Platone ti abbiamo inviato Lamisco e Fotida col loro sèguito per riprendere il filosofo secondo l’accordo da te stipulato. Rettamente agirai, sol che ricordi quella premura con cui tu pregavi noi tutti perché Platone venisse da te.
Tu cosa degna ritenesti fartelo amico ed offrirgli ogni garanzia ed in particolare la sua personale incolumità, sia che volesse restare sia che volesse partirsene. Ricordati anche di questo: in molto conto tu tenesti il suo arrivo presso di te e lo amavi da quel tempo come nessun altro di quelli che sono alla tua corte,
Se è sorto qualche screzio, devi essere umano e restituirci incolume quell’uomo: solo così, opererai il giusto e avrai gratitudine da parte nostra”.
La lettera di San Giovanni a Paolino, riportata ad inizio articolo è contenuta nella Bibbia stampata a Venezia nel 1706 da Nicola Pezzana.
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