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Laura, una donna che continua a vivere nell’idillio della poesia di Petrarca

Laura de Noves la nobildonna francese amata dal Petrarca

Laura de Noves la nobildonna francese amata dal Petrarca

“Morte bella parea nel suo bel viso”. Francesco De Sanctis il più acuto critico del Petrarca ha scritto: Beatrice e Laura vivono quando non ci sono più. Vero: la Laura del Petrarca è il divino che torna ad essere terreno mentre la Beatrice di Dante è il terreno che diventa divino. È noto, come scrisse Luigi Russo nel volume I della sua “Storia della Letteratura italiana” (Sansoni editore 1957) che il Petrarca aveva sempre ostentato scarsa stima per le sue opere in lingua “volgare”; e tuttavia non dalle opere in latino, ma proprio da quelle “volgari” doveva venirgli quella gloria che non è mai venuta meno. Al di là del “Canzoniere” i “Trionfi” sono un’opera in lingua già italiana divisa in sei capitoli con rima terza dantesca. Qui ci soffermiamo sul “Trionfo della Morte” che contiene la famosa sentenza che molti hanno fatta propria: o ciechi, che tanto affaticar, che giova?/ tutti tornate alla gran madre antica / e il vostro nome appena si ritrova… È questa terzina il contrario del pensiero che egli ebbe per Laura, che fu veramente croce e delizia della sua anima, o meglio, come è stato scritto, casta diva. Perché proprio dalla moglie il pensiero del Petrarca si ritrova nel terreno, nell’umano procedere, nelle chiare e fresche acque del Sorga, di fiori che scendono sulla bellissima donna. Non è un preludio alla morte di Laura, ma è un’amara riflessione, attraverso la donna amata, delle umane passioni ed è un agostiniano quanto malinconico addio a quella vita che attirava il poeta e che il poeta, finita Laura, torna a pensarla umanamente. Mentre le donne, le pie compagne, presso il letto di morte: “Vattene in pace, o vera mortal dea / e tal fu ben; ma non le valse / contro la morte in sua ragion si rea”. Qui Laura è già assunta a casta diva, ma la morte non accetta alcuna divinità perché Petrarca non accetta che Laura sia morta e allora la richiama in vita come se fosse l’antico sospiro umano del suo ardente cuore. E a questo punto, come scrisse il De Sanctis, ha inizio quella elegia del sospiro petrarchesco che è un malinconico ricordare, “rimembrare”, perché proprio la descrizione del morire è nel suo ricondurre a vita la donna, un rinascere. Forse in nessuna pagina anche del “Canzoniere” il Petrarca ha meglio esaltato la forza trasfiguratrice che è della poesia; quella morte di Laura a lui appare in un supremo candore e nessun verso, come quello finale, a noi può dare ancora la compiuta misura di cosa è l’arte; descrittrice anche della fine umana. Alcune sue parole o sillabe sono di un’esemplare purezza che ha del miracolo e che a qualche critico, oltre il De Sanctis, ha dato l’idea di “note” purissime come nella belliniana “Casta diva” della perenne “Norma”. La morte si fa bella nel bel volto di Laura! “Pallida no, ma più che neve bianca / che senza venti in un bel colle fiocchi / parea posar come persona stanca. / Quasi un dolce dormir nei suoi belli occhi / sendo lo spirto già da lei diviso / era quel che morir chiamano gli sciocchi / morte bella parea nel suo bel viso”. La morte bella perché Laura è bella; una bellezza intangibile, anche se distaccata. Qui ci rifacciamo ancora alle parole del De Sanctis: “quando sembra che il ritratto sia finito, sei sopraggiunto da un’immagine inattesa: è un tocco e basta, ma quelle undici sillabe finali non le puoi più dimenticare”. E lo stesso scrisse Croce: “Non è più la Laura sfiorita, santa o peccatrice creatura terrena, ma è stata trasferita nel cielo e dal cielo sulla terra”. Quell’ultimo verso è un idillio d’amore; ma di un amore non rarefatto ma presente e vivente. Dove è più la Laura accanto alle fresche e dolci acque del Sorga in quel di Provenza? Dove è più il bel fianco o l’angelico seno? È vero, la morte in quella creatura eletta è presente ma Petrarca la trasfigura e nella sua continua speranza di uomo innamorato, quella morte, fine umana, si ricompone in vita, si ridesta, assume contorni di estrema bellezza, sicchè ritorna in lui, nella memoria, una realtà quasi visiva, un avvenire ancora da comporre contro tutte le avversità dell’avventura umana. È vero che Laura è finita ma non i pensieri dolci e soavi del Petrarca, gli sguardi sono tutti verso il bel volto della donna, e qualsiasi disperazione diventa coraggio. Ricorda un verso di Seneca: “factus ex ipsa disperatione, securior” cioè dallo stesso rimpianto nasce la sicurezza che la vita torna e se il poeta è malinconico la sua speranza è totale. Nella sua poesia Laura torna viva e proprio quella morte è la nascita della sua nuova lirica; che è sì poesia, ma è tale che l’animo dell’uomo Petrarca torni a rinascere perché Laura non è morta ma continua a vivere in lui, magari solo in lui, ma nella totalità del pensiero umano e l’immortalità di una Donna che non ha concluso gli anni dell’esistenza, ma li continua a vivere nel malinconico idillio di una poesia senza tempo.  
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