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Giuseppe Ungaretti: quel triste Natale di guerra

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Caro direttore, il poeta che ha vissuto, anche liricamente, le due guerre mondiali e che, con la sua poesia nuova, sperimentale o “breve” come certa critica l’ha definita, è senza dubbio Giuseppe Ungaretti. Poeta che, proprio per la sua poesia rinnovatrice del tono e tocco e nella coscienza delle parole, avrebbe meritato il Nobel della letteratura al posto di altri meno originali di lui. Ungaretti partecipò nel 1916 alla prima guerra mondiale, arruolandosi soldato nel 19° reggimento di Fanteria e combattè soprattutto sul Carso. E tuttavia, anni dopo quel 1916, scrisse “Porto sepolto” in prima edizione. Ma Ungaretti anni dopo nel suo “Il dolore” ha scritto anche per la critica moderna, la più bella poesia sui morti della seconda guerra mondiale: “Non gridate più / cessate di uccidere i morti”. Qualche anno dopo la pubblicazione de “Il dolore”, Giovanni Papini, convertitosi al Cristianesimo dal suo ateismo, pubblicava “La storia di Cristo”. Gli uomini con le guerre uccidono la certezza e la pace evangelica fra gli stessi uomini ma essi vollero piuttosto il fuoco della guerra alla fiamma del calore divino e fraterno che da oltre duemila anni è uscito ed esce da una grotta. Papini scrive da una stalla, una vera stalla, dagli umili panni di una divina creatura, il figlio di Dio. La lirica “Non gridate più” è un momento di profondo dolore elegiaco, dedicata ai caduti dell’ultima guerra mondiale e Ungaretti nota che da quei morti che la guerra ha falcidiato, esca una voce ammonitrice: ascoltateli, così ai viventi si esprime, per non perdere l’unica speranza che i viventi hanno nel loro umano cammino, non uccidete i morti che silenziosamente ci hanno preceduto perché essi dicono ancora parole di fratellanza e di perdono. “Se sperate di non perire / hanno l’impercettibile sussurro / del crescere dell’erba dove non passa l’uomo”. Non più guerre, quelle per la libertà dei popoli sono consacrate, avrebbe detto Benedetto Croce, ma quelle per l’oppressione dei popoli e per il potere sono crimi ni. Per molti popoli i morti, quelli della prima guerra e della seconda guerra, hanno assunto ed anno, nell’intimo dell’animo, un valore che la coscienza dello stesso uomo pone come rito o come un nefando operare. Inevitabilmente le guerre sono un momento dell’odio umano contro ogni speranza del cuore e, soprattutto, nel “Porto sepolto” diventa per Ungaretti un momento di sgomento. Prima guerra mondiale, lui soldato, opera direttamente sul monte Carso. “Che reggimento siete / fratelli? Parola tremante nella notte / Foglia appena nata / fratelli”. La guerra è sempre morte, odio, distruzione, abbattimento di ogni valore umano sotto il fuoco che distrugge e uccide gli uomini al fronte o nelle loro stesse case. Ungaretti è a quota 141 ed è l’agosto del 1916. Vorrebbe, in un declivio erboso del Bosco Cappuccio, appartarsi, come se fosse in una dolce poltrona. Ma sogna, il bosco erboso è una trincea di fango e di sassi e fra poco, al comando, si salterà quel fosso per uccidere o essere uccisi. “La morte / si sconta / vivendo”. Del 5 agosto del 1916 è la lirica “Sono una creatura”. Egli è ora sul monte San Michele e come “questa pietra / è il mio pianto / che non si vede”. Un giorno dopo, il 6 agosto, partecipa ad una notte di violento fuoco. “Gli uomini sono ritratti / nella trincea / come lumache nel loro guscio”. Essi aspettano l’assalto, il fuoco, la morte! Egli trascina la sua “carcassa” uscita dal fango come una suola; egli è un uomo di pena. “Oh quel fuoco, oh quel fiume Isonzo!” “Mi sono accoccolato / vicino ai miei panni / sudici di guerra / questo è l’Isonzo / e qui mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo”. Oggi, dice Ungaretti, cosa è rimasto del San Martino del Carso? (27 agosto 1916) “Non è rimasto / che qualche brandello di muro / di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto / ma nel cuore / nessuna croce manca / è il mio cuore / il paese più straziato / si la guerra! La guerra! / Cosa sono ora io? / Salvo dalla guerra? Sono una povera creatura / in questa solitudine / di soldato / mi riposo / come se fosse la culla / di mio padre”. Parole che non si commentano tanto sono visibilmente, poeticamente, atroci senza speranza di Giuseppe Ungaretti è tra i principali poeti della letteratura italiana del XX secolo. Anche per la critica ha scritto la più bella poesia sui morti della seconda guerra mondiale: “non gridate più / cessate di uccidere i morti” una vita diversa da quella che una trincea comporta. Caro direttore, rileggendo queste liriche, tanto umane, tanto sofferte, e tanto destinate al pianto e alla morte, ho trovato in quell’Ungaretti soldato giovane ma già poeta, una forza lirica che potrebbe essere di tutti i tempi e di tutte le patrie. Le guerre, anche le più sacre e le più sante, sono sempre quanto scrisse nell’Apocalisse Giovanni “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Anche oggi una parte del mondo è in guerra e lascia nel cuore degli uomini sempre la memoria di altri uomini finiti e caduti nel sangue e nel fango della terra. Così il poeta ritorna a noi vicino e ci ammonisce che ogni guerra è sempre l’uccidere dell’uno all’altro e che in fin dei conti chi non si ama, ma per la propria libertà è costretta a combattere, è sempre un’umana e povera creatura. “Cessate di uccidere i morti” questo verso risuona ancora a monito e a preghiera.  
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