Giocare è una cosa seria, per giocare bene bisogna essere assertivi come i bambini. Giocare è vedere il mondo diversamente, giocare è creare un mondo che non c’è. Per giocare bene bisogna saper stare alle regole sentendosi liberi. Il gioco è un inizio della vita più concentrato e semplice. Il gioco è momento d’invenzione e di emancipazione. Giocare è il primo momento artistico di una persona, in cui impara a utilizzare gli scarti, a riciclare gli avanzi, ad assemblare oggetti insignificanti per realizzare efficaci surrogati. Da ragazzini, io e mio fratello, con elastici, chiodi, mollette e una tavoletta di truciolato costruivamo semplici e funzionanti flipper. Sempre con tavolette di legno e con cuscinetti a sfera costruivamo dei carretti ingenui e pratici per attraversare il nostro piccolo mondo. Conquistavamo la realtà con l’inventiva. Di necessità virtù. Niente era dovuto, dovevamo ingegnarci per divertirci.
Niente era preconfezionato, nessun percorso tracciato. Nel nostro piccolo applicavamo la cultura dello scarto. Non ci stancavamo mai. Avanti e indietro, avanti e indietro e poi si cambiava gioco, e poi si ricominciava da capo. Era uno sfinimento felice. Chi gioca con gli scarti, ogni giorno sa come avere lo spirito vivo e come ridurre il peso della realtà. Crescendo avremmo dovuto coltivare al meglio quella capacità di giocare, oggi ci sarebbe stata utile per vivere meglio, dovevamo farne tesoro. Non imitavamo la vita degli adulti attraverso il “Monopoli” o la PlayStation. Noi ci tuffavamo in un mondo magico e creativo. Costruivamo giocattoli ed eravamo pellerossa, cowboy, pirati, spadaccini. Ci credevamo. Viaggiavamo in un mondo inesistente. Già inconsciamente rifiutavamo il mondo degli adulti che ci aspettava, sapevamo che sarebbe stato meno spensierato e leggero.
Ci aspettava un mondo frenetico, tutto dedito alla produzione e al risultato. Tutto dedito al dovere e meno al nostro piacere. Un mondo che si prende ottusamente sul serio e che non sa giocare. Quel mondo che è ancora la palla che si contendono gli dèi per il dominio del sole. Sapevamo, senza saperlo, che quei rifugi di felicità, che l’infanzia sa regalare, quando li avremmo abbandonati non sarebbero più tornati. Non sarebbe più tornato neanche il tempo sfaccendato e luminoso. Chi non sa giocare non sa vivere. Saper giocare ci può servire per affrontare la vita come si affronta il gioco fatto con gli scarti, con serietà e leggerezza, creatività e disciplina. Giocare con gli scarti aiuta a immaginare una vita migliore o a migliorare la vita. Non è vivere per giocare, ma giocare per vivere.
Leo Tenneriello
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