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L'intervista
21 Marzo 2026 - 09:30
La scrittrice pugliese, Bianca Tragni
TARANTO - In un’epoca che sembra aver smarrito la memoria delle proprie radici, c’è chi scava tra le polvere degli archivi per restituire dignità a figure che il tempo — o meglio, il potere — ha cercato di cancellare. Abbiamo incontrato Bianca Tragni, l’autrice del romanzo storico dedicato a Raimondo Orsini del Balzo e Maria d’Enghien, un’opera che promette di essere non solo un racconto d’amore, ma una vera e propria rivendicazione d’identità per il Sud.
Il volume, dal titolo “Raimondello e Maria - Un amore sognando un trono” (Edizioni Adda), sarà presentato a Taranto sabato, 21 marzo, alle ore 17.00, nel Salone degli Specchi di Palazzo di Città.
Raimondello e Maria d’Enghien, ma anche Federico II di Svevia, i re angioini e aragonesi, le grandi donne della nobiltà. Nel suo lavoro di recupero di alcune figure storiche pugliesi, lei sembra compiere un’operazione che va oltre la semplice biografia: perché questa urgenza di risvegliare dal “sonno degli archivi” i giganti del passato?
«Nasce dall’amore per la mia terra e da un profondo senso di giustizia. Molte di queste figure non sono state solo dimenticate, ma letteralmente cancellate. Penso a Federico II, di cui non abbiamo un’immagine autentica perché i suoi nemici cercarono di distruggerne il ricordo. Ma penso anche a Raimondello e Maria: due signori locali che divennero quasi sovrani, dando fastidio ai veri regnanti e agli invasori stranieri.
La mia è una ricerca che dura da decenni; il romanzo storico è lo strumento migliore per trasmettere la verità e i sentimenti di quell’epopea agli uomini e alle donne di oggi».
Il sottotitolo parla di “un amore sognando un trono”. Quanto c’era di sentimento autentico e quanto di strategia politica tra il Principe di Taranto e la Contessa di Lecce?
«È un caso raro. Il matrimonio fu combinato dal Re e dal Papa per meriti militari, ma tra i due nacque un sentimento spontaneo. Nel libro descrivo il momento in cui lui rimane abbagliato dalla bellezza di questa fanciulla, prima ancora di sapere che sarebbe stata sua moglie. È uno di quei momenti in cui l’interesse politico coincide felicemente con l’amore.»
Come si ricostruiscono atmosfere e luoghi che spesso non esistono più?
«I personaggi iniziano a vivere dentro di te. Mi è successo con Manfredi: sentivo la sua voglia di essere raccontato, quasi come in un’esperienza pirandelliana. Per Raimondello e Maria è stato lo stesso. Studio i luoghi, faccio sopralluoghi — anche dove la storia è stata abbattuta dal cemento — e immagino.
Una delle scene più romantiche del libro è quando lui porta Maria in cima alla torre in costruzione per mostrarle, dall’alto, i confini di un dominio che continuava ad espandersi. Quella torre, un altro simbolo che la storia e l’urbanistica del Novecento ci hanno sottratto, è lo scenario di una delle sequenze più intime del romanzo. È un’immagine che fonde romanticismo e potere. È un connubio di passione e ambizione politica».
In una Puglia che scommette tutto sul turismo, quanto pesano ancora i fantasmi di Raimondello e Maria? Possono queste figure, strappate all’oblio degli archivi, diventare il nuovo ‘brand’ culturale per il rilancio di Taranto e del Salento?”
«Certamente. Dobbiamo far conoscere una storia identitaria.
Nel 1400, i cronisti dicevano che il Principato di Taranto fosse importante quanto Milano: bisogna portare questa storia nelle scuole, parlare ai ragazzi di questo capitano di ventura che arrivò a sognare il trono di Napoli.
Maria d’Enghien, poi, con i suoi “capitula” ha dato l’identità a Lecce: se oggi la città è così civile, artistica e “gentile”, è merito dell’impronta che lei lasciò 600 anni fa con le sue ordinanze precise e moderne. Riappropriarsi della sua figura di donna di legge e di governo significa, per i pugliesi, smettere di sentirsi “periferia” e riscoprirsi, finalmente, eredi di un trono. Anche se solo sognato».
Se potesse rivolgere loro un’ultima domanda, cosa chiederebbe?
«Non chiederei nulla. Direi loro che quel trono lo hanno potuto solo sognare, ma che il loro sogno è arrivato fino a noi.
Descrivo le loro notti sotto il cielo stellato mentre immaginano di diventare regnanti; la storia poi ha preso altre strade, ma la grandezza resta».
Qual è il messaggio principale che vorrebbe che il lettore portasse con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina di questa sua opera?
«Spero che chi legge il libro provi l’orgoglio di appartenere a questa terra, superando il pregiudizio del “meridionale brutto e cattivo”. Siamo stati e possiamo ancora essere, grandi».
Il viaggio di Bianca Tragni tra le pieghe del tempo approda, come accennato, nel cuore della città che fu di Raimondello. E domani il Salone degli Specchi di Palazzo di Città a Taranto non sarà solo una cornice istituzionale, ma il palcoscenico di un confronto a più voci.
L’autrice dialogherà con personalità autorevoli del panorama culturale come Stefano Vinci, professore ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso l’Università di Bari, Linda Fania, presidente dell’associazione “Maria d’Enghien”, Fabrizio Jurlano, destination manager di Taranto Grand Tour, Josè Minervini, presidente del Comitato di Taranto della Società “Dante Alighieri”.
Un’occasione imperdibile per dimostrare che la storia di Maria e del suo Principe non è un fossile da museo, ma una materia viva capace di generare, ancora oggi, visione politica e attrazione turistica.
L’evento, coordinato da Giovanni Florido per il “Tavolo della conoscenza” del Comune di Taranto, sarà moderato da Francesca Poretti (presidente AICC Taranto), mentre Giovanni Guarino, narratore, darà voce alle suggestioni del testo
Al termine della presentazione, il racconto si farà tangibile. I partecipanti potranno, infatti, prender parte ad una visita collettiva al Museo della Storia del Principato, custodito all’interno di Palazzo Galeota, per toccare con mano l’eredità di un passato glorioso.
In un mercato editoriale che spesso premia l’effimero, l’invito che emerge da questa chiacchierata è quello di tornare alla “carta”, alla lettura che scava e non scivola via. Perché, come suggerisce l’autrice, riappropriarsi della figura di Maria d’Enghien — donna di legge e di governo — e Raimondello significa per i pugliesi smettere di sentirsi “periferia” e riscoprirsi, finalmente, eredi di un trono. Anche se solo sognato.
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