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Il caso

Lo stradario tarantino senza capo né coda

La città di Taranto vittima della barbarie toponomastica

Piazza Garibaldi a Taranto

Piazza Garibaldi a Taranto

L’occasione di tornare a proporre il tema della barbarie toponomastica tarantina l’ha data il recente II Convegno sul Principato di Taranto, tenuto in Università (nella ex caserma Rosaroll, che, a proposito, si scrive con una sola esse e due elle...) e nel Castello aragonese.

Per quanto non sia stato lui il primo Principe di Taranto, sul Convegno aleggiava comunque la presenza di Boemondo di Taranto, figlio di primo letto di Roberto il Guiscardo, signore di Taranto e di altri territori in Puglia, fra i protagonisti assoluti della Prima Crociata, Principe di Antiochia, marito di una figlia del Re di Francia, che fu lì lì per conquistare il trono dell’Impero romano (d’Oriente). Boemondo giganteggiò, e non solo per l’imponente figura fisica, a cavallo fra XI e XII secolo, tanto da suscitare la sgomenta ammirazione persino di Anna Comnena, figlia primogenita di Alessio I Comneno, il legittimo Imperatore d’Oriente del cui trono Boemondo aveva tentato due volte di impadronirsi. Dopo varie traversie, Boemondo, il cui nome era rimbombato nel mondo, si spense a Canosa, nei suoi territori pugliesi, e ivi fu eretto un maestoso mausoleo, ispirato alla Santa Edicola della Terra Santa, alla cui liberazione Boemondo aveva dato nella Prima Crociata un contributo fondamentale. Bene, nella “sua” Taranto Boemondo, nonostante una delibera di intitolazione del 1951 (!) del commissario prefettizio Scolaro (come riporta Mario Guadagnolo nel suo utilissimo “Toponomastica tarantina”, Scorpione Editrice), che evidentemente la giunta successiva, che voleva proseguire nella sua crociata contro i toponimi monarchici, coinvolgendo oltre ai Savoia anche i Normanni, non ha mai messo in opera, è rimasto senza una strada, un vicoletto, uno slargo... è titolare soltanto, per benemerita iniziativa dell’accademico dei Lincei Cosimo Damiano Fonseca, di... una rotatoria!

Delle vistose assenze, delle strane presenze e delle incongruità (a voler essere molto eufemistici) della toponomastica tarantina ho iniziato ad occuparmi negli anni ’90, quando ero ancora cronista parlamentare in quel di Roma; una battaglia per porre almeno rimedio alle omissioni più vistose proseguita poi nel nuovo secolo. Ricordo la supponente ed ignorante boria con la quale un impiegatuccio comunale dell’ufficio preposto alla toponomastica reagì ad uno dei miei primi interventi, asserendo che non era possibile cambiare intitolazioni ormai stratificate da secoli. Eravamo negli anni ’90, ed il grigio burocrate si riferiva a toponimi della Città Nuova che al massimo potevano avere “un” secolo di storia, visto che il primo palazzo del Borgo fu edificato (in variante al piano regolatore, ma guarda...) soltanto nel 1869. Toponimi “storici” sarebbero stati, per il Borgo, quelli delle quattro strade sulle quali, negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie, si sarebbe dovuta realizzare l’espansione extramuraria: san Ferdinando, santa Teresa, san Francesco e santa Sofia. Ma, al di là della intitolazione delle strade e della posa di quattro cippi, la fine del Regno bloccò tutto. E quando, finalmente, il governo del Regno d’Italia autorizza l’ampliamento dell’abitato al di fuori della vecchia città murata (le cui mura vengono ferocemente abbattute, con tutte le pertinenze, come la quattrocentesca Cittadella fatta erigere da Raimondo Orsini Del Balzo o il bastione Carducci), nel 1865, e nel 1869 inizia la costruzione del primo edificio, i nomi dei santi cari ai Borbone (del primo santo il Re Borbone porta va il nome) vengono obliterati.

Le prime delibere di intitolazioni di strade al Borgo sono del 1878; seconda ondata nel 1888: e molte di quelle denominazioni sono state più volte cambiate: qualcuno saprebbe per esempio dire dove fossero piazza Paisiello o via Peripato? La prima è piazza (già villa comunale) Garibaldi; la seconda è via Pitagora. Garibaldi, peraltro, è titolare anche di una strada in Città Vecchia, quella che costeggia il Mar Piccolo e che la tradizione chiama “la Marina”. Strada e piazza non sono adiacenti: si scelga quale continuare a chiamare Garibaldi. E comunque, al di là dell’opportunità di reintitolare qualche strada, c’era la questione scottante delle intitolazioni assenti. O delle epurazioni che qualche imbecille aveva compiuto negli anni ’70, quando dall’allora borgata di Statte (poi Comune autonomo) furono fatti sparire i grandi della filosofia, come Platone (che pure con Taranto aveva non poche connessioni, ed al quale Archita aveva salvato la libertà, e probabilmente anche la vita). Il quale Platone è tuttora assente dalla toponomastica di una città che è stata greca; per par condicio, manca anche Aristotele.

Però una strada è stata dedicata allo scemo del villaggio, l’ubriacone Filonide, soprannominato “la ciotola” perché sempre sbronzo: quello che urinò sulle toghe degli ambasciatori romani, creando il casus belli per la distruttiva guerra di Pirro. Oh, a proposito: comuni italiani, regioni, entità sub-regionali, laghi, pesci, molluschi, fiori tanti, tantissimi... però la madre patria di Taras, Sparta, nello stradario non c’è. Per par condicio, anche qui, non c’è nemmeno Atene. Ma gli errori, orrori, omissioni o stravaganti inclusioni dello stradario tarantino non si fermano qui. La commissione toponomastica, con la vicepresidenza della consigliera Stefania Fornaro, si è rimessa in moto. Speriamo con qualche buon risultato.

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