«E’ andata proprio così, Pino venne a Milano a trovarmi: non stavo bene, gli raccontai una piccola bugia perché era la vigilia di “Ricomincio da 30”, la reunion del supergruppo di “Vai mo’” ricordando anche Massimo Troisi: so quanto avrebbe sofferto se avesse saputo che ero stato attaccato da un “brutto male”».
Tullio De Piscopo all’indomani di un articolo pubblicato da TarantoBuonasera a proposito dell’affetto che Pino Daniele aveva per questa città. Un accenno, sacrosanto, anche alla sua bontà e alla sua scaltrezza. A proposito di confidenze che il grande cantautore napoletano aveva rivelato al cronista che per circa quarant’anni lo aveva seguito. «Tullio mi voleva fa’ fesso, non la bevvi: aveva detto che doveva fare un’operazioncina – così mi fece dire, come fosse ‘na fumata di sigaretta – alla cistifellea: pensa tu, Tullio che per anni mi aveva incoraggiato a mettere insieme la formazione di quei tempi e rivolgere anche un tributo a Massimo Troisi, un altro mio fratello, marcava visita, ma per favore…».
«Vigilia del concerto in piazza Plebiscito, a Napoli – racconta ora Tullio – tutto pronto, i manifesti stavano per andare in stampa: “Procediamo? Non è che poi qualcuno dice pecché ‘o nome mio viene dopo isso?”, s’interrogava uno degli organizzatori. Chissà perché negli ambienti, e non solo, è sempre passata l’idea che fra noi ci fosse protagonismo, come se sgomitassimo; magari quando eravamo giovani – mi ci metto anche io, ma c’entro poco con questa modalità, visto che prima di allora avevo già suonato con Quncy Jones, Chet Baker, Dizzie Gillespie, Wayne Shorter… – volevamo emergere e succedeva che ci scappava l’idea, l’arrangiamento che, dipendeva dalla giornata, ognuno a suo piacimento, promuoveva o bocciava».
TULLIO, CHE FINE HAI FATTO?
Ma alla fine decideva Pino. «Lui non partiva per la tangente, tipo “Si fa così oppure jatevenne a fa’…”; lui ragionava sulle cose, gli faceva già un sacco piacere che tutti noi avessimo accettato l’idea di Willy David, produttore illuminato al quale molti devono qualcosa: era stato lui ad invitarci a costruire qualcosa che partisse da Napoli e restasse scolpito nella mente della gente anche dopo dieci, venti, trent’anni: in studio, oltre a Pino e al sottoscritto, Senese, Zurzolo, Esposito e Amoruso, gente di cui ti potevi fidare».
Torniamo in piazza Plebiscito, il manifesto che sta per passare sotto le rotative. «Pino chiede di me ai suoi collaboratori, uno di questi mi chiama: “Tullio, ma che c… di fine hai fatto? Qua stiamo per partire con la stampa, tu non hai fatto una sola prova, anzi hai fatto di più: si’ sparito!”. E io, non proprio con un filo di voce, mi stavo facendo forza per assumere un tono convincente: “Sono a Milano, in ospedale, ho fatto una visita di controllo e mi hanno consigliato un intervento alla cistifellea, ‘na cazzata! Non dite niente a Pino, quello sapete com’è, fa mille pensieri…».
E invece, maestro, tutto era tranne che una passeggiata di salute e Pino tutto era tranne che un ingenuo.
«Mi avevano diagnosticato un tumore, consultazioni giornaliere per aggredire quel male che rischiava di fregarmi: chirurgo, medici e personale ospedaliero da Oscar, anzi da Disco d’oro! Non mi facevano perdere il sorriso, mi dicevano che ce l’avrei fatta a superare quell’ostacolo che faceva paura, ma che se ci avessi messo anche il mio carattere, insieme avremmo potuto avere ragione di quella brutta cosa».
MAESTRO DE PISCOPO, UNA VISITA
Poi d’improvviso, un bel giorno. «Maestro De Piscopo, c’è una visita per lei».
«Era Pino, fermo sulla porta all’ingresso del reparto, mi fissava, ciondolava la testa come se volesse darsi ragione, i suoi sospetti erano fondati; si era messo in treno – lui che odia l’aereo – ed era venuto a trovarmi in ospedale, a Milano». La prima frase di Pino. «Una frase? Per primi furono i suoi occhi a parlarmi, lucidi dalla commozione nell’osservarmi steso in un letto di una corsia d’ospedale, abituato com’era a vedermi fare di tutto e di più quando suonavamo insieme. Dopo essersi avvicinato, mi prese una mano, la strinse e guardandomi negli occhi – i miei, stavolta, smarriti dall’emozione per il tanto affetto che mi stava dimostrando in quei momenti – esclamò: “Mo secondo te, potevo credere che alla vigilia di un concerto che tanto avevamo desiderato fare insieme, tu venissi a farti un’operazione alla cistifellea? “Maestro De Piscopo” – riprendendo e caricando di ironia il modo con cui un medico mi aveva chiamato – ma tanto fesso mi fai?”».
Avrebbe voluto abbracciarlo. «Come minimo, nonostante fossi in quelle condizioni. Mi fece una paternale che ascoltai come se fossi un figliolo attento e devoto agli insegnamenti del papà. Una cosa che mi toccò più di altre, la disse sinceramente, conoscevo Pino da una vita, capivo quando parlava sul serio: “Rimettiti presto, sennò non faccio niente, mando tutto a…carte quarantotto!”, disse, “Secondo te, so che tu stai qua e io mi metto a suonare e cantare? Ma lo show continuerà per altri, non per me…».
Pino era stato chiaro. Anche in quell’occasione. «Quando ho riletto quel passaggio nel ricordo di Pino, ho rivissuto quell’episodio con la stessa emozione, anzi di più, perché oggi lui non c’è più e a tutti noi manca tanto, come amico e come artista: detto che è una delle manifestazioni d’affetto che conserverò nel mio cuore, il fatto che proprio Pino l’avesse ricordata nel raccontarsi, non ha fatto altro che confermare quanto fosse immenso non solo come artista».
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