Dieci anni dopo l’omicidio di Sarah Scazzi il delitto di Avetrana è il “giallo” più gettonato da servizi giornalistici, talk-show, docufiction, libri e fra poco diventerà anche una fiction. Nel suo libro “Nera - come la cronaca cambia i delitti” il criminologo Luca Steffenoni, oltre a interrogarsi su come fare una buona cronaca di un delitto, riportava i dati di un laboratorio di ricerche e monitoraggio sui media. Dati che evidenziavano la ribalta conquistata dal caso Scazzi che in pochi mesi aveva raggiunto i 1502 passaggi televisivi contro i 941 del delitto Kercher di Perugia, i 759 dell’omicidio di Garlasco e i 499 della strage di Erba. Fra fine 2010 e primavera 2011 sembrava una efficace arma di distrazione di massa, era il periodo del caso Ruby e delle cene “eleganti” di Berlusconi. Invece l’interesse mediatico che ha accompagnato il caso fino ad oggi dimostra che le ragioni erano altre. Il circo mediatico stazionava ad Avetrana ma soprattutto fuori e dentro gli uffici della Procura di Taranto con inviati e telecamere che filmavano indisturbati. Un giallo a puntate, alcune delle quali trasmesse in diretta, con un autore insolito, la Procura dell’epoca che sfornava una ricostruzione diversa del delitto in ogni puntata. La prima nella notte fra il 6 e 7 ottobre: Michele Misseri si autoaccusava del delitto e dell’occultamento del corpo di Sarah. La seconda il 15 ottobre: Sabrina era complice del padre e finiva in carcere. La terza il 5 novembre quando Michele chiedeva di rendere dichiarazioni per dire “è stata solo Sabrina, io non c’entro e non l’ho violentata”; versione confermata il 19 novembre, durante incidente probatorio, quindi assurta al rango di prova. Quarta puntata il 26 maggio 2011: in carcere finiva anche Cosima ritenuta complice della figlia Sabrina. Quinta e ultima puntata: Michele lasciava il carcere, scagionato dall’accusa di omicidio dalla Procura. Il tutto veniva raccontato come in un realty, con interviste in diretta, ospitate in tv che fruttavano miglia di euro ad alcuni protagonisti come si legge chiaramente nelle intercettazioni.
Uno storytelling che appassionava il pubblico con gli indagati trasformati in personaggi televisivi, lo zio Michele, la zia Cosima, la cugina Sabrina, l’amico conteso Ivano Russo. Il tutto condito dal movente passionale. Diradava le sue uscite dopo la drammatica diretta di “Chi l’ha visto?” mamma Concetta che la sera del 6 ottobre, in diretta tv, apprendeva che sua figlia Sarah era stata fatta ritrovare cadavere in un pozzo dallo zio Michele. Unico reato per il quale il contadino di Avetrana è stato condannato in via definitiva, 8 anni di reclusione, con fine pena il 2023. Il fratello Carmine, complice nell’occultamento, sta scontando 6 anni. Potrebbe essere il primo a lasciare il carcere anche a breve se gli sarà concesso di saldare il conto con la giustizia con una pena alternativa. Ergastolo nei tre gradi di giudizio, invece per Cosima e Sabrina.
Per tutti la sentenza definitiva è stata pronunciata dalla Cassazione il 21 febbraio 2017. Dal processo principale sono scaturiti altri filoni, il cosiddetto Scazzi bis o dei falsi testimoni, sul quale finora è stata scritta solo una sentenza di primo grado con 5 anni di reclusione inflitti a Ivano Russo (falsa testimonianza in aula e davanti al pm), insieme ad altri nove imputati e a Michele Misseri condannato a 4 anni per autocalunnia. Due sentenze in due diversi gradi di giudizio hanno escluso che fosse un sogno il racconto del fioraio Giovanni Buccolieri, condannato a 2 anni e 8 mesi anche in appello (il suo amico Michele Galasso a 2 anni in via definitiva perché non ha impugnato la sentenza). In attesa del verdetto della Corte Europea dei diritti dell’uomo che si esprimerà su ricorso del professor Franco Coppi, Cosima e Sabrina scontano la loro pena da detenute modello nel carcere di Taranto. Cuciono mascherine anti Covid, Cosima lavora all’uncinetto e Sabrina si occupa anche del servizio colazione della casa circondariale dopo aver seguito in passato un corso da parrucchiera. La vicenda processuale che ha portato alla condanna è indiziaria e come tale è facile argomento per inchieste e servizi giornalistici. In dieci anni sono spuntate varie ricostruzioni televisive basate su elementi e spunti presi dal mare di documentazione del processo e delle indagini. Ricostruzioni fatte anche da chi non ha mai seguito direttamente né le indagini né il processo e dalle quali è spesso assente la sentenza definitiva della Cassazione così come sono assenti le eloquenti conversazioni fra i familiari del fioraio intercettati utilizzate dal pg della Corte d’appello di Taranto Antonella Montanaro.
Di nuovo non è uscito nulla e difficilmente verrà fuori perché l’assassinio non ha testimoni. Quel pomeriggio del 26 agosto 2010, a casa Misseri erano presenti solo i tre principali protagonisti di questa storia, Michele, Cosima e Sabrina. I vicini di casa (tutti sentiti e nessuno indagato) non hanno riferito nulla di utile per le indagini. Al momento niente sembra poter modificare il destino processuale dei Misseri. Forse la sorte di Sabrina poteva cambiare nei primi mesi delle indagini, quando l’avvocato Francesca Conte propose alla sua assistita la confessione di un omicidio preterintenzionale cogliendo l’assist delle dichiarazioni di Michele nell’incidente probatorio sulla disgrazia avvenuta durante un gioco. All’avvocato Conte fu revocato il mandato e la linea difensiva non fu seguita dagli indagati. Dopo alcuni mesi è arrivato il professor Coppi ma le indagini avevano già imboccato un’altra strada. Con la testimonianza del fioraio Buccolieri aveva preso corpo la tesi accusatoria sulla complicità di madre e figlia e con l’accusa di omicidio agganciata a quella di sequestro di persona per entrambe la condanna è stata pronunciata con una sola parola: ergastolo. Un epilogo drammatico per le due imputate. Ma non sono loro a pagare il prezzo più pesante in questa vicenda. Nessuna condanna può essere più pesante del dolore di una madre, Concetta, che non ha più una figlia. E per di più ha una sorella e una nipote assassine come hanno sentenziato i giudici. Una tragedia che niente e nessuno potrà mai cancellare.
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