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Taranto
15 Aprile 2026 - 09:57
Ore incandescenti per l'ex Ilva
TARANTO - L’ordinanza siglata dal sindaco di Taranto, Piero Bitetti, in data 14 aprile 2026, rappresenta un passaggio di estrema tensione nella già travagliata cronologia del polo siderurgico ionico.
Il dispositivo, il quale impone la sospensione delle attività per la centrale termoelettrica di "Acciaierie d’Italia Energia" entro il termine di trenta giorni, minaccia di innescare un effetto domino dai tratti irreversibili sull’intera filiera dell’acciaio nazionale, trasponendo la crisi produttiva su un terreno di scontro istituzionale senza precedenti. Il fulcro del contenzioso risiede nella mancata presentazione, da parte della società attualmente soggetta ad amministrazione straordinaria, di un piano organico volto alla riduzione del rischio non cancerogeno correlato alle emissioni di arsenico, cobalto e nichel. La determinazione del primo cittadino trova il proprio fondamento giuridico nel principio di precauzione ambientale; una clausola di giurisprudenza comunitaria che abilita le autorità locali a intervenire qualora emergano dubbi ragionevoli circa l’entità dei rischi per la salute dei cittadini, senza che sia tassativamente richiesta la prova scientifica definitiva del nocumento.
Sotto il profilo della cronaca amministrativa, la genesi della vicenda è da rintracciarsi nelle evidenze emerse dalla Valutazione del Danno Sanitario relativa all’annualità 2024. Tali rilevazioni, elaborate da Arpa Puglia in sinergia con le autorità sanitarie territoriali, avevano delineato un quadro emissivo totale eccedente le soglie di accettabilità previste dalla norma. Nonostante i ripetuti solleciti regionali e le diffide inoltrate nel corso del 2025, la divisione elettrica del gruppo non avrebbe fornito i riscontri tecnici attesi, inducendo il Comune di Taranto a esercitare la prerogativa dell’ordinanza contingibile e urgente. Data la natura del processo produttivo a ciclo integrale, tale eventuale fermata assumerebbe una portata sistemica. La centrale elettrica opera infatti come terminale imprescindibile per il recupero e la valorizzazione dei gas siderurgici derivanti dagli altiforni. In assenza di tale impianto, lo stabilimento si ritroverebbe nella materiale impossibilità di gestire i sottoprodotti gassosi, rendendo di fatto inevitabile la disattivazione dell'area a caldo e il conseguente blocco dell'intera catena impiantistica.
Sul versante della politica industriale, la tempistica di questa frattura appare tanto critica quanto paradossale. Soltanto poche settimane addietro, i vertici dell’ex Ilva avevano confermato il programma per il riavvio dell’altoforno 4 e delle cokerie, con l’ambizioso traguardo di riportare l’output produttivo a una quota di quattro milioni di tonnellate annue entro il mese di maggio. Questo piano di rilancio appare oggi drammaticamente compromesso.
Un possibile fermo dell’area a caldo jonica produrrebbe ripercussioni immediate sugli stabilimenti situati nel Nord Italia, in particolare nei poli di Novi Ligure e Genova Cornigliano, che dipendono strutturalmente dai semilavorati generati in Puglia. Ne deriverebbe una paralisi manifatturiera nazionale in segmenti strategici, proprio in una fase in cui il Governo è impegnato a stabilizzare l'assetto proprietario tramite l’individuazione di un partner privato di comprovata solidità. L’incertezza così generata proietta ombre sulle trattative di vendita, rischiando di indurre gli attori del gruppo indiano Jindal e del fondo statunitense Flacks Group a rivalutare il profilo di rischio di un investimento pesantemente condizionato da variabili giudiziarie e amministrative locali.
L’elemento di maggiore frizione nell’ambito della diplomazia industriale risiede nella contraddizione tra l'accoglienza formale e l'atto amministrativo imposto. Il sindaco Bitetti ha infatti ricevuto Naveen Jindal e il figlio Venkatesch in un clima descritto come costruttivo, approfondendo i temi della decarbonizzazione e delle prospettive occupazionali, salvo poi rendere pubblica l'ordinanza a poche ore dal congedo degli ospiti. Tale condotta a "doppio binario" mina la credibilità del dialogo istituzionale, specialmente se si considera che il rischio sanitario censito nel 2024 è il prodotto delle emissioni dell'intero distretto industriale, che annovera al proprio interno altre rilevanti realtà produttive. La scelta di colpire selettivamente la centrale di AdI Energia viene interpretata da numerosi osservatori come un’azione politica asimmetrica, che accresce la percezione di imprevedibilità per i capitali esteri di fronte alle determinazioni d'urgenza delle autorità territoriali.
In questo complesso scenario, la cronaca politica registra comunque tentativi di mediazione ad alto livello, come testimoniato dal colloquio tra il ministro Adolfo Urso e il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, svoltosi a margine del Vinitaly il 13 aprile scorso. Sebbene la cornice fosse quella delle eccellenze agroalimentari, il dossier dell'ex Ilva si è imposto quale argomento centrale, confermando la natura prioritaria della crisi nell'agenda dell'esecutivo. La Regione Puglia rivendica con forza il ruolo di interlocutrice per la salvaguardia del territorio, mentre l'iter di cessione sembra registrare una significativa accelerazione nella negoziazione. Le visite ispettive di Jindal ai siti di Taranto e Genova confermano l'interesse tangibile, tuttavia la complessità dell'operazione lascia presagire un accordo vincolato a robuste garanzie statali o a una revisione al ribasso del valore degli asset, mentre il Flacks Group prosegue nel proporsi quale alternativa di matrice occidentale.
Dal punto di vista sindacale, la posizione espressa da Rocco Palombella per la UILM si configura come la voce più critica rispetto all'ipotesi di una privatizzazione totale. Il dubbio è che l'apporto di un gruppo straniero possa, da solo, colmare decenni di investimenti mancati, e perciò si invoca piuttosto una regìa statale autorevole e diretta che faccia da ponte verso la necessaria transizione ecologica. L'adozione delle tecnologie dei forni elettrici e del sistema DRI viene indicata come l'unica direttrice sostenibile, pur nella lucida consapevolezza che le tempistiche per la decarbonizzazione integrale sono lunghe e difficilmente collimano con l'attuale stato di sofferenza degli impianti. Permane inoltre il timore che si giunga a uno "spezzatino" industriale, ovvero a una frammentazione operativa tra i siti di Taranto, Genova e Novi Ligure. Isolare il polo pugliese significherebbe decretarne la fine, privando contestualmente gli stabilimenti settentrionali dell'acciaio primario essenziale per competere sui mercati siderurgici globali.
L'attualità ci restituisce quindi l'immagine di un settore in una fase di proiezione estremamente delicata. Mentre le istituzioni tentano una difficile sintesi tra le richieste degli investitori e le istanze dei territori, la sfida centrale rimane la coesistenza tra la sostenibilità economica di un gigante da diecimila dipendenti diretti e l'imperativo etico di superare il modello produttivo carbon-intensive. Nelle prossime ore si attende la reazione legale di Acciaierie d’Italia, che con ogni probabilità impugnerà il provvedimento dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale. La disputa giuridica verterà sul delicato bilanciamento tra le prerogative sanitarie del Sindaco e le normative speciali che tutelano i siti di interesse strategico nazionale. Resta il fatto innegabile che il solco tra la città e la fabbrica si è ulteriormente ampliato, trasformando Taranto in un laboratorio di incertezza che minaccia di pesare in modo determinante sul destino della siderurgia nel nostro Paese.
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