BARI - L’impennata dei costi di produzione legata al contesto internazionale rischia di mettere in difficoltà l’intero sistema agricolo pugliese. A lanciare l’allarme è Coldiretti Puglia, che segnala incrementi mensili compresi tra 200 e 1.500 euro per ettaro, variabili in base alle colture e alla dimensione aziendale.
Secondo l’organizzazione, l’aumento dei prezzi di carburanti, fertilizzanti e materie prime, aggravato dalle tensioni legate al conflitto in Iran, sta determinando una crescita dei costi fino al 30%, con effetti diretti sulla sostenibilità economica delle aziende e sulla capacità di mantenere produzioni e piani colturali.
Tra le voci più colpite spiccano i fertilizzanti. L’Urea ha registrato rincari di circa il 35% rispetto al periodo precedente al conflitto, con aumenti superiori a 200 euro a tonnellata, mentre anche altri prodotti come nitrato ammonico e solfato ammonico mostrano andamenti in salita. Una dinamica che colpisce in particolare le aziende più meccanizzate, dove il peso dei costi energetici è maggiore.
La situazione richiama quanto già accaduto con la guerra in Ucraina, evidenziando, secondo Coldiretti, la vulnerabilità del sistema europeo dopo la delocalizzazione della produzione di fertilizzanti. Da qui la richiesta di interventi strutturali, tra cui la valorizzazione dei concimi naturali come il digestato e la revisione del Cbam, il meccanismo che introduce una tassazione sui fertilizzanti importati, ritenuto penalizzante per il comparto agricolo.
Il tema è stato recentemente affrontato anche in sede istituzionale, nel corso di un confronto con il vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani.
Il presidente regionale Alfonso Cavallo sottolinea la gravità della situazione. “Questa escalation dei costi è insostenibile e non può essere assorbita dalle imprese, già sotto pressione per fattori climatici e geopolitici. Senza interventi europei incisivi si rischia un danno strutturale per l’agricoltura pugliese”, afferma.
Sulla stessa linea il direttore Pietro Piccioni, che evidenzia come gli aumenti non trovino riscontro nei prezzi riconosciuti agli agricoltori. “La filiera continua a penalizzare chi produce, stretto tra costi in crescita e ricavi insufficienti, mentre i consumatori affrontano rincari sugli scaffali”, spiega.
I dati di mercato confermano questa dinamica. Dalle rilevazioni Ismea relative alla seconda settimana di marzo emergono variazioni nei prezzi all’origine, con un calo del 18% per le fragole, stabilità per mele e pere e un incremento dell’1% per i kiwi, oltre a oscillazioni per ortaggi come carciofi, bieta, finocchi e lattuga.
Le difficoltà non riguardano solo l’agricoltura. Anche il comparto della pesca risente dell’aumento dei carburanti. La disponibilità di prodotto italiano è diminuita del 20%, con molte imbarcazioni costrette a ridurre o razionalizzare le uscite in mare. Nelle principali aste ittiche si registra un calo delle quantità commercializzate nelle prime settimane di marzo rispetto a febbraio.
In questo contesto, viene valutata positivamente la misura del credito d’imposta sui carburanti annunciata dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, considerata un primo intervento per sostenere la ripresa delle attività e garantire continuità produttiva, in attesa di ulteriori azioni strutturali a livello nazionale ed europeo.