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Il fatto

Clementine pugliesi, raccolto dimezzato e agricoltori in difficoltà

Coldiretti lancia l’allarme su una crisi strutturale del comparto agrumicolo e chiede un piano regionale urgente

Le Clementine del Golfo di Taranto Igp

Le Clementine del Golfo di Taranto Igp

BARI - La campagna delle clementine in Puglia si avvia alla conclusione lasciando dietro di sé un bilancio pesante per l’agrumicoltura regionale. A segnare l’annata è stato un crollo della produzione stimato tra il 50% e il 60%, causato dalla combinazione tra siccità prolungata e freddo tardivo. A rendere ancora più critica la situazione sono però i prezzi riconosciuti agli agricoltori, giudicati insufficienti persino a coprire i costi di produzione.

A fotografare lo stato del settore è Coldiretti Puglia, che parla apertamente di una crisi ormai strutturale e sollecita l’attivazione di un Piano agrumicolo regionale in grado di tutelare redditi, occupazione e un patrimonio produttivo considerato strategico per l’economia pugliese.

Secondo l’organizzazione agricola, la campagna 2025 si inserisce in una sequenza di anni particolarmente difficili. In provincia di Taranto, uno dei principali poli agrumicoli regionali, il comparto ha già perso circa la metà della produzione negli ultimi anni, con la necessità di intervenire anche sulla rigenerazione del patrimonio arboreo. “È un’annata complicata, l’ennesima di una lunga serie da dimenticare”, afferma il presidente di Coldiretti Puglia Alfonso Cavallo, spiegando che “la produzione è stata drasticamente ridotta dalla siccità, mentre i prezzi, pur risultando al momento accettabili, non compensano le perdite subite”.

Cavallo sottolinea come l’agrumicoltura rappresenti un settore da sostenere non solo sul piano economico e occupazionale, ma anche sotto il profilo ambientale e della salute dei consumatori, richiamando il valore multifunzionale delle produzioni agrumicole pugliesi.

I numeri confermano il peso del comparto. In provincia di Taranto operano 1.041 imprese agricole impegnate nella produzione di agrumi, pari al 9% dell’intera imprenditoria agroalimentare jonica. La produzione complessiva di clementine, arance e mandarini raggiunge 1,9 milioni di quintali, un volume che Coldiretti considera un patrimonio da valorizzare attraverso un piano straordinario agrumicolo e adeguate misure di sostegno al reddito. A questi dati si aggiunge la produzione della provincia di Foggia, dove si contano 103.000 quintali di arance e limoni coltivati in aree caratterizzate da agrumeti storici e da un elevato rischio di dissesto idrogeologico.

A pesare sul futuro del comparto, oltre ai fattori climatici e all’aumento dei costi, è anche la concorrenza dei prodotti importati. “All’incremento delle spese di produzione si sommano gli effetti della concorrenza sleale”, denuncia il direttore di Coldiretti Puglia Pietro Piccioni, sottolineando come agrumi provenienti dall’estero entrino sul mercato senza rispettare le stesse regole imposte alle imprese italiane. “Servono controlli più stringenti e l’applicazione reale del principio di reciprocità”, afferma, ribadendo che non è accettabile la presenza sugli scaffali di prodotti coltivati senza le stesse garanzie ambientali, sociali e sanitarie.

Secondo Coldiretti, quasi 1 prodotto alimentare su 5 importato in Italia non rispetterebbe pienamente le normative vigenti in materia di tutela della salute, dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, spesso grazie ad agevolazioni e accordi preferenziali siglati a livello europeo. Una situazione che, oltre a comprimere i prezzi, mette a rischio la competitività delle imprese locali.

La crisi del comparto agrumicolo, evidenzia l’organizzazione agricola, non riguarda solo il presente ma anche il futuro. In gioco c’è la tenuta delle giovani imprese agricole, soprattutto quelle guidate da imprenditori under 35, che negli ultimi anni hanno scelto l’ortofrutta come settore di investimento, contribuendo in modo significativo all’innovazione e alla sostenibilità delle produzioni. Una generazione che, secondo Coldiretti, non può essere lasciata sola in una fase così complessa.

Per uscire dall’emergenza, l’associazione indica la necessità di costruire rapporti di filiera più solidi, basati su accordi capaci di ridurre la volatilità dei prezzi, valorizzare il Made in Italy e garantire la sostenibilità economica delle aziende. L’obiettivo è arrivare a impegni pluriennali che prevedano un prezzo di acquisto equo, calcolato sui costi reali sostenuti dagli agricoltori, restituendo stabilità a un comparto che resta centrale per l’agricoltura pugliese.

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