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"Eletto Sindaco con i voti del clan", 35 persone condannate nell'inchiesta Domino

Il Gup di Lecce evidenzia i rapporti tra la compagine criminale e l’elezione comunale, sottolineando la pericolosità del gruppo mafioso smantellato dalle indagini

Il Tribunale di Lecce

Il Tribunale di Lecce

STATTE –L’elezione a sindaco nel 2021 sarebbe maturata grazie a un sostegno elettorale garantito da un sodalizio mafioso, messo al servizio di alcuni candidati della coalizione vincente. È questo il passaggio centrale che emerge dalle motivazioni della sentenza firmata a Lecce dalla giudice per l'Udienza preliminare Giulia Proto, che ha ricostruito in modo puntuale il meccanismo del voto di scambio politico-mafioso emerso nel procedimento nato dall’attività investigativa, condotta dagli uomini della Guardia di Finanza, che ha consentito di documentare in modo dettagliato le dinamiche del patto illecito tra alcuni politici e un sodalizio criminale.

Nel provvedimento, il magistrato evidenzia come l’apporto di voti riconducibile all’entourage criminale fosse determinante per l’esito della competizione elettorale, a favore dei candidati Marianna Simeone e Ivan Orlando, inseriti nella lista Uniti per Statte collegata alla coalizione di governo cittadino che aveva come candidato Sindaco poi eletto Francesco Andrioli e come tale supporto fosse pienamente noto agli interessati. Un passaggio che rafforza l’impianto accusatorio e che ha portato alla condanna a 4 anni e 5 mesi di reclusione per l’ex primo cittadino e per i due ex assessori comunali, ritenuti responsabili di aver stretto un accordo con il gruppo criminale operante sul territorio.

La sentenza conferma inoltre la responsabilità del capo del sodalizio, Davide Sudoso, destinatario di una condanna a 20 anni di carcere, riconoscendone il ruolo di collettore di consenso attraverso modalità tipicamente mafiose. Un verdetto che ricalca integralmente le tesi sostenute dal pubblico ministero Milto De Nozza, titolare dell’azione penale nell’ambito dell’inchiesta denominata Dominio.

Nelle 699 pagine delle motivazioni, la giudice sottolinea come il condizionamento del voto abbia interessato una parte rilevante dell’elettorato di Statte, una realtà di dimensioni contenute nella quale il consenso veniva orientato sfruttando il carisma criminale del gruppo e un contesto definito apertamente mafioso. Un quadro che, secondo il tribunale, rende inverosimile l’ipotesi dell’estraneità o dell’ignoranza da parte degli amministratori coinvolti, anche alla luce dei numerosi episodi delittuosi verificatisi nel tempo.

La sentenza emessa dal Tribunale di Lecce consegna agli atti giudiziari un quadro di particolare gravità, nel quale viene messo in luce il tentativo della criminalità organizzata di incidere direttamente sulla vita democratica locale. Al centro della ricostruzione giudiziaria vi sono i rapporti tra ambienti mafiosi e la competizione politica per l’elezione comunale di Statte, descritti come un passaggio cruciale dell’intera vicenda processuale.

Secondo quanto accertato dal giudice, la compagine mafiosa oggetto dell’indagine non si limitava a esercitare un controllo criminale tradizionale sul territorio, ma mirava ad ampliare la propria influenza interferendo con i meccanismi elettorali, ritenuti funzionali al consolidamento del potere del gruppo. La sentenza ricostruisce un contesto nel quale il consenso politico veniva considerato uno strumento strategico, capace di garantire vantaggi, coperture e una maggiore capacità di condizionamento delle scelte amministrative.

Il provvedimento giudiziario sottolinea come il tentativo di infiltrazione nella competizione elettorale rappresenti uno degli indicatori più allarmanti della pericolosità del sodalizio, poiché segnala il passaggio da una dimensione criminale a una ambizione di controllo sistemico del territorio, estesa anche alle istituzioni democratiche. In questa prospettiva, l’elezione comunale di Statte viene inquadrata come uno snodo rilevante, sul quale le indagini hanno concentrato particolare attenzione.

La sentenza mette in evidenza la struttura, la solidità e la capacità operativa del gruppo mafioso, descritto come in grado di esercitare pressione, intimidazione e influenza, non solo sul tessuto sociale ed economico, ma anche sulle dinamiche politiche locali. È proprio questa capacità di muoversi su più piani, secondo il giudice, a delineare un livello elevato di pericolosità sociale, che ha reso necessario un intervento repressivo incisivo.

Nel ricostruire il quadro complessivo, il giudice chiarisce che le indagini hanno consentito di smantellare un assetto criminale radicato, capace di alimentare un clima di assoggettamento e di alterare il libero esercizio del voto. La risposta giudiziaria viene così presentata come un argine a un tentativo concreto di contaminazione della vita democratica, riaffermando il principio secondo cui la competizione politica deve restare immune da pressioni mafiose.

La sentenza, letta nel suo insieme, restituisce quindi l’immagine di una vicenda che va oltre i singoli episodi, ponendo al centro la tutela delle istituzioni locali e della libertà di scelta dei cittadini. Un passaggio giudiziario che, pur nel rispetto delle garanzie processuali, fotografa la gravità del rischio rappresentato dall’intreccio tra mafia e politica e il valore dell’azione investigativa che ha consentito di interromperlo.

Complessivamente sono 35 le persone condannate a pene variabili tra uno e venti anni di reclusione.

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