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Il caso
03 Gennaio 2026 - 07:53
Carciofi
BRINDISI - Nei campi brindisini il carciofo vale sempre meno, mentre sugli scaffali della grande distribuzione il prezzo continua a salire. È una distorsione che penalizza pesantemente le aziende agricole quella denunciata da Coldiretti Puglia, secondo cui il cosiddetto primo fiore viene pagato ai produttori tra 12 e 20 centesimi a capolino, mentre lo stesso prodotto può arrivare fino a 90 centesimi a capolino al dettaglio.
Il quadro si è aggravato già nel mese di dicembre, quando il crollo della domanda di prodotto fresco ha spinto gran parte della produzione verso l’industria di trasformazione. In questo caso lo spezzato viene riconosciuto agli agricoltori tra 5 e 6 centesimi a capolino, una cifra che, sottolinea Coldiretti, non copre nemmeno i costi di raccolta e trasporto, trasformando una coltivazione di eccellenza in una perdita economica per le imprese.
A spiegare le ragioni di questa forbice è Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi, che richiama il contesto generale di aumento dei prezzi alimentari e di contrazione dei consumi. In questo scenario, evidenzia, i costi di trasporto possono arrivare a incidere fino a circa un terzo del prezzo finale di frutta e verdura, alimentando rincari difficili da giustificare e ampliando lo scarto tra il valore riconosciuto in campagna e quello praticato al consumo.
Secondo Coldiretti, lungo la filiera si annidano fenomeni speculativi che vanno individuati e contrastati, anche attraverso l’intervento dei Vigili dell’Annona. Da qui la richiesta di controlli stringenti sull’origine dell’ortofrutta in vendita, con particolare attenzione ai prodotti provenienti da Paesi del Nord Africa come Tunisia, Egitto e Marocco.
Il rischio, avverte l’organizzazione agricola, è che senza interventi immediati a pagare il prezzo più alto siano prima gli agricoltori e poi i consumatori, con una riduzione dell’offerta locale, un aumento delle importazioni e ulteriori rincari. Per questo Coldiretti Puglia richiama l’importanza di orientare le scelte verso i prodotti Made in Puglia, considerati una leva fondamentale per sostenere occupazione ed economia del territorio.
I numeri della produzione regionale confermano il peso strategico del comparto. In Puglia si producono complessivamente 1.245.400 quintali di carciofi, di cui 475.000 quintali arrivano dalla sola provincia di Brindisi, un’area fortemente specializzata che ha ottenuto anche il riconoscimento europeo IGP per il carciofo brindisino.
Un sistema distributivo inefficiente, sottolinea Coldiretti, sta spingendo sempre più aziende verso la vendita diretta in azienda, con meno passaggi intermedi, maggiore trasparenza e più sicurezza alimentare. Anche perché in molti Paesi extra UE vengono ancora utilizzati pesticidi vietati in Europa da anni, spesso in contesti di dumping sociale che abbassano artificialmente i costi e alterano la concorrenza.
Sul piano europeo, Coldiretti ribadisce la necessità di regole uguali per tutti, sia sugli scambi commerciali sia sull’uso dei fitosanitari. In Italia, ricorda l’associazione, in 30 anni l’impiego dei fitofarmaci si è dimezzato e le sostanze disponibili sono passate da oltre 1000 a circa 300, mentre pesano i ritardi sulle Tea, le nuove tecnologie non Ogm per il miglioramento genetico.
La battaglia è approdata anche a Bruxelles, con la richiesta di norme chiare e trasparenti per evitare che prodotti stranieri vengano presentati come Made in Italy grazie alle falle del codice doganale europeo, che consentono l’italianizzazione dopo lavorazioni minime.
Intanto, i consumatori mostrano una posizione netta. Secondo un’indagine Coldiretti-Censis, l’87% degli italiani considera l’italianità una garanzia ed è disposto a spendere di più per averla. Una scelta condivisa anche da oltre l’85% delle famiglie con redditi più bassi, che continuano a privilegiare qualità e sicurezza alimentare.
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