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Taranto

Ex Ilva, dalla Ue una nuova incognita sui costi dell’acciaio

Con il 2026 entra a regime la carbon tax europea sulle importazioni: obblighi finanziari per prodotti ad alta intensità di CO2 e impatto diretto sulle produzioni strategiche

Ex Ilva al bivio

Ex Ilva - archivio

TARANTO – Sul futuro dell’ex Ilva si affaccia una nuova variabile europea, destinata a incidere in modo significativo sui costi della produzione siderurgica. Con l’inizio del nuovo anno è infatti entrato pienamente in vigore il Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo dell’Unione europea che introduce una tassazione sulle importazioni di beni ad alta intensità di carbonio provenienti da Paesi con normative ambientali meno stringenti.

Dopo una fase transitoria durata oltre 2 anni, durante la quale era prevista la sola rendicontazione delle emissioni, il sistema passa ora a obblighi economici veri e propri per gli importatori. Il Cbam riguarda settori chiave come cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti minerali e chimici, energia elettrica e idrogeno, introducendo per la prima volta un prezzo del carbonio anche alle frontiere europee.

Il meccanismo nasce con l’obiettivo di affrontare uno dei nodi centrali della transizione ecologica, evitando che le imprese europee, sottoposte a vincoli ambientali più rigorosi, subiscano la concorrenza di operatori extra Ue che producono in contesti normativi più permissivi. Senza correttivi, il rischio sarebbe quello di delocalizzazioni produttive e di un aumento complessivo delle emissioni globali. Un argomento che per anni è stato utilizzato anche dai grandi inquinatori europei per chiedere il prolungamento delle quote gratuite di emissione previste dall’Emissions Trading System, il mercato europeo del carbonio.

Con il nuovo assetto, chi importa merci ad alta intensità di CO2 nell’Unione deve acquistare certificati Cbam, il cui valore riflette il prezzo del carbonio applicato all’interno dell’Ue attraverso l’Ets. Attualmente una quota costa 87 euro per tonnellata di CO2, in aumento rispetto ai 75 euro di gennaio 2025, dopo aver superato i 100 euro nel 2023. L’obiettivo dichiarato è quello di allineare progressivamente il costo ambientale delle produzioni europee e di quelle importate.

Si tratta della prima applicazione su larga scala di un prezzo del carbonio alle frontiere, un passaggio che rende la politica climatica un elemento strutturale delle relazioni commerciali internazionali. Nella fase iniziale, le entrate generate dal Cbam saranno destinate agli Stati membri. A partire dal 2028, con il nuovo quadro finanziario pluriennale, le proposte della Commissione prevedono una ripartizione del 25% agli Stati e del 75% alle risorse proprie dell’Unione, per un gettito stimato in circa 1,5 miliardi di euro l’anno, secondo valutazioni tecniche come quelle dell’istituto Bruegel.

Per Bruxelles il Cbam è destinato a diventare uno dei pilastri della strategia climatica europea. La sua introduzione coincide con l’avvio del graduale superamento delle quote gratuite di emissione per le imprese dei settori interessati, un processo che, anche a seguito delle pressioni delle lobby industriali, si estenderà fino al 2034.

La Commissione europea riconosce che, nella fase di transizione, il rischio di una “fuga” delle imprese dall’Unione non è ancora completamente scongiurato. Per questo è stato proposto un fondo temporaneo per la decarbonizzazione, finanziato anche con i proventi del Cbam, destinato a sostenere gli investimenti verdi delle industrie più esposte. Il nuovo meccanismo ha già sollevato critiche a livello internazionale, con accuse di possibili effetti protezionistici. Bruxelles respinge queste contestazioni, sostenendo che il Cbam è compatibile con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, in quanto fondato su criteri ambientali e non discriminatori.

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