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Il ricordo
12 Aprile 2024 - 07:10
Quella fuga di massa dal Campo S
Quella dal campo di prigionia Sant’Andrea (tra il quartiere Paolo VI e Montemesola), conosciuto anche come “Campo S”, fu una spettacolare evasione di massa, con migliaia di internati che, stanchi della inumana prigionia, abbatterono a mani nude i reticolari e raggiunsero a piedi il centro abitato per riabbracciare i propri cari o cercare mezzi di fortuna per tornare alle loro città. In quell’occasione i tarantini dettero prova di grande solidarietà, nonostante la povertà dell’immediato dopoguerra.
Tanto accadde l’11 aprile del 1946. In occasione del 78.mo anniversario di quell’evento, l’Università della Terza età di Crispiano e il Comune di Montemesola organizzano un evento speciale intitolato “Sui passi della memoria” che si terrà oggi, venerdì 12 aprile a Montemesola; all’ingresso del Comune si potrà visitare una mostra storico-fotografica in tema. Il programma prevede alle ore 17 nella chiesa di Santa Maria della Croce la celebrazione della santa messa presieduta dal parroco don Andrea Casarano. Seguirà alle ore 17.45 la deposizione di una corona d’alloro al monumento ai Caduti, in piazza Roma. Infine alle ore 18 nella sala consiliare avrà luogo il convegno sul tema della giornata con gli interventi del dott. Ignazio Punzi (sindaco di Montemesola), di don Andrea Casarano (parroco e direttore dell’Archivio storico diocesano), di Dina Turco (giornalista, scrittrice e responsabile scientifico del comitato “Campo S” di Taranto), dell’avv. Michele Zuppardi (rettore dell’Università della Terza età di Crispiano) e della dott.ssa Tiziana Mappa, responsabile area umanistica dell’Università della terza età di Crispiano.

Quella fuga di massa dal Campo S
I lavori saranno moderati da Andrea Chioppa, segretario dell’Università della Terza età di Crispiano e coordinatore del comitato “Campo S” di Taranto, che così lo descrive: “Costruito nel ’44, svolse principalmente la funzione di campo di transito e di prigionia per soldati tedeschi, russi e greci. Nell’ottobre del 1945 ad essere trasferiti a Taranto furono migliaia di soldati dell’esercito italiano catturati sui campi di battaglia e tra loro anche soldati della X Mas e criminali comuni. Il campo si componeva di almeno quattro forse cinque sotto-campi: “T” per i reduci di Russia; “D”, “A” e “R”, per i recalcitranti – soldati delle SS e italiani che aderirono alla repubblica di Salò – Ogni sotto-campo era a sua volta frazionato in settori numerati, chiamati “pens” (pollai). All’incirca ventimila furono quanti transitarono dal campo, la metà di essi trascorse un periodo di diversi mesi in prigionia, diverse centinaia furono i morti, forse qualche migliaio.
Spaventose le condizioni igieniche in cui i prigionieri erano costretti a vivere, rinchiusi in delle baracche di legno o in tende militari senza un letto, privi di servizi igienici, esposti a epidemie, al freddo e con scarsissime razioni di cibo. Ben presto, il campo fu soprannominato ‘campo della fame’”. Ma perché tutto ciò, nonostante la guerra fosse ormai conclusa? Secondo la dott.ssa Dina Turco, responsabile scientifico del comitato Campo S, “… la principale ragione per cui questi ex combattenti restarono reclusi fu l’avvicinarsi del referendum del 2 giugno del 1946 e, dunque, la volontà del governo italiano di non rimettere in libertà, prima di quella data, quella massa di uomini determinati, per non compromettere il risultato del referendum”. Molte furono le sollecitazioni alle autorità competenti, senza esito, per alle viare le condizioni quell’inumana detenzione; inascoltati furono anche gli appelli rivolti al prefetto dal cappellano del campo don Ambrogio Nebiolo. Grazie all’arcivescovo mons. Ferdinando Bernardi e al suo vicario mons. Guglielmo Motolese le parrocchie furono invitate alla raccolta di pacchi di viveri ed indumenti per i detenuti, con la generosa adesione dei tarantini.
Nel febbraio del 1946 la Curia Arcivescovile, grazie alla Pontificia Commissione di Assistenza, si prodigò nel far arrivare dal Vaticano vestiario, viveri e beni di prima necessità, occupandosi anche della corrispondenza privata dei prigionieri con le famiglie. Ma tutto ciò non poteva durare e così fu. Il 9 aprile un’anziana madre si avvicinò al recinto del campo di prigionia e chiamò a gran voce il figlio per lanciargli un involto con misere vettovaglie. Il pacco, però, finì in cima al reticolato. Il prigioniero tentò il recupero, ma la sentinella, temendo un tentativo di evasione, esplose alcuni colpi di fucile che ferirono il ragazzo all’addome e a un braccio, fra le urla terrorizzate della mamma. Mentre giungevano i soccorsi, nel campo scoppiò la rivolta. Un uomo, soprannominato “Rasputin”, impugnò un megafono (usato dalle guardie per chiamare a raduno i prigionieri) e avvisò dell’accaduto incitando all’evasione.
I reclusi riuscirono ad aprirsi un varco nella recinzione più esterna, ma la fuga non andò oltre i cinquanta metri; sotto la minaccia delle mitragliatrici, tutti furono riportati nel campo. Una delegazione di internati, guidata dal maggiore della Regia Aeronautica, Marino Marini, volle subito incontrare il comandante del campo, un colonnello inglese, per concordare migliori condizioni di detenzione. Ma mentre si svolgevano i colloqui avvenne la fuga di massa, con migliaia di detenuti diretti verso la città. Solo alcuni raggiunsero le caserme per conoscere le decisioni delle commissioni di inchiesta istituite dal Ministero della Guerra ai fini dell’accertamento delle singole responsabilità.
Per detenuti della sezione “R” (i cosiddetti recalcitranti) fu invece disposto un successivo internamento nel campo di Laterina (Arezzo) per ulteriori accertamenti. Nella vicenda si registrò anche l’intervento della confraternita del Carmine che (racconta Nicola Caputo nel suo libro “Settimana Santa nascosta”) propose ai confratelli, riuniti in assemblea straordinaria, di devolvere le 80mila lire, invece che per l’ingaggio della banda Paisiello, che avrebbe suonato ai Misteri, ai reduci e agli ex internati del Campo Sant’Andrea. La somma fu consegnata alla Commissione Pontificia attiva in Arcivescovado per la successiva distribuzione, con la raccomandazione di tener presente nella ripartizione quei reduci che facessero parte di quel complesso bandistico.
Nei primi giorni di maggio, la conclusione delle inchieste e la fine del “Campo Sant’Andrea”. Così commentò Aldo De Florio in un suo articolo: “Nello stesso periodo la città era in preda a manifestazioni politiche preparatorie al Referendum di giugno e al comizio di maggio, previsto per i primi giorni di maggio. Eventi straordinari che, nel mettere a dura prova le forze destinate all’ordine pubblico e al controllo degli eccessi politici, affidate al funzionario prefettizio, fece passare in secondo ordine le vicende del ‘Campo S’ che, soverchiate dal susseguirsi del nuovo verso sociale e politico della nazione, furono dimenticate dalla storia”. Del “Campo Sant’Andrea” oggi rimane ben poco: i basamenti delle baracche, l’impianto stradale e fognario, davanti ai quali i clienti del vicino ipermercato passano velocemente con le loro auto ignari di così tanta dolorosa storia.
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