Felicità è una parola che in 8 lettere cela innumerevoli interpretazioni.
Oggetto di ricerca sin dalle correnti filosofiche più antiche, la felicità rappresenta il fondamento dell’esistenza umana.
Diversamente, in assenza di felicità, l’uomo cadrebbe in uno stato di depressione che potrebbe generare, talvolta, un effetto a catena negli individui la cui felicità dipende da quella della persona colpita da questo “vortice incalzante” della depressione.
Ma quali sono le condizioni che consentono all’uomo di raggiungere la felicità? A parlarne è Leopardi nello Zibaldone di Pensieri, che afferma: “Bisogna proporre un fine alla propria esistenza per vivere felice”.
Per quanto etichettato come pessimista, l’autore ha invece una visione realistica dell’esistenza e, seppur sventurato a causa delle sue condizioni fisiche e familiari, non perde il suo carattere titanistico e trova la felicità fissandosi degli obiettivi. Questo pensiero può rappresentare un punto d’incontro fra il passato e la realtà odierna che, per molti altri aspetti, risultano distanti anni luce. Il raggiungimento dell’obiettivo, però, non porta sempre al conseguimento della felicità. Per Leopardi “tali fini vaglion poco in sé, ma molto vogliono i mezzi”.
È proprio questa espressione che conferisce un carattere universale al suo pensiero, che può così adattarsi ad una società 2.0 in cui le esigenze dell’uomo sono cambiate.
Ció che realmente ci rende felici è il percorso che viviamo in funzione del raggiungimento dell’obiettivo.
Infatti, quando abbiamo fra le mani l’oggetto del nostro desiderio, dopo non molto scatta un meccanismo psicologico che ci induce a stancarci di questo e a non farne tesoro.
“L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” è un’espressione che sintetizza perfettamente questa concezione e che evidenzia la tensione bipolare fra la staticità del fine in sé e il dinamismo degli sforzi compiuti per conquistarlo.
C’è chi trova felicità in un oggetto materiale, chi magari in persone.
Ma analizzando entrambe le possibilità, quale felicità può derivare da un corpo inanimato che è soggetto allo scorrere del tempo ed al passaggio delle mode? Quale felicità può derivare da un’altra individualità in un mondo precario in cui un legame può facilmente venir meno? Sono le emozioni scaturite dal processo di raggiungimento a generare in noi quel concetto astratto di appagamento duraturo e non effimero. È il lavoro, il sudore che abbiamo espulso per guadagnare i soldi che ci hanno permesso di comprarci un televisore di ultima generazione o un semplice paio di scarpe. Sono i sentimenti che abbiamo provato durante la fase di approccio ad una persona. È questo il senso della vita. Il resto è abitudine. Un mio caro amico un giorno mi disse che “essere felici è diverso da essere sereni”.
Infatti per definizione la serenità è la condizione del cielo quand’è sgombro di nubi. In senso figurato essa rappresenta l’assenza di turbamento, che subentra nel momento in cui raggiungo il mio obiettivo. Ma è il turbamento stesso a dar forma ai nostri desideri. Se non fossimo scossi emotivamente, non cercheremmo disperatamente e incessantemente la felicità, e ci accontenteremmo di lasciarci trasportare in un’esistenza inerte fatta di beni materiali. A volte basta davveropoco per essere felici. Un abbraccio, uno sguardo, un sorriso, una parola di conforto. È nelle piccole cose che va cercata la felicità, perché a partire da queste si avviano quegli impulsi incontrollabili che sono in grado di farcela provare sulla nostra pelle. È forse la paura di essere travolti dalla passione a interporsi fra noi e il fine della nostra esistenza. Mi chiedo, allora, come sia possibile che, nell’era della tecnologia in cui tutto sembra poter esser controllato dall’uomo, questo si lasci portare fuori strada dai sentimenti.
Forse per il loro carattere imprevedibile, impetuoso ed incalzante. Ma non lasciamo che questa paura ci porti a condurre una vita superficiale: cerchiamo la felicità e troviamola nelle piccole cose.
Ludovica Maiuri
Progetto alternanza scuola-lavoro Liceo scientifico Battaglini
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