Questo titolo potrebbe sembrare anacronistico poiché sappiamo ormai tutti che il riscaldamento globale sta minacciando di estinzione molte specie. Tuttavia sappiamo anche che la natura è in grado di difendersi, grazie alla sua plasticità. Pertanto, se alcune specie rischiano di scomparire, altre compaiono. Nel 2010 la prestigiosa rivista “Nature” pubblicò 34 possibili specie future: ora esse sono divenute realtà.
Le specie animali, per non soccombere al cambiamento climatico e alla distruzione del loro habitat, hanno sviluppato la capacità di accoppiarsi tra loro, creando ibridi in grado di resistere alle nuove condizioni ambientali. Ma cosa si intende per ibridazione interspecifica? Si intende il processo per cui due animali di specie diverse si riproducono dando vita a una progenie con caratteristiche genetiche e spesso anche morfologiche intermedie rispetto alle specie parentali. Tale progenie può essere sterile o fertile. Ricordiamo, infatti, che il mulo, un ibrido che viene generato dall’accoppiamento tra una cavalla e un asino, è sterile. Per gli scienziati le ibridazioni sono dovute al riscaldamento globale che impone nuove rotte per il cibo il che fa spostare e incontrare specie che normalmente hanno areali di distribuzione diversi. E’ questo il caso dell’ “orso pizzly”, l’ibrido tra un maschio di orso polare e una femmina di orso grizzly, e dell’ “orso grolare”, l’ibrido tra un maschio di grizzly e una femmina di orso polare. Le testimonianze di una specie ibrida nata dall’incrocio tra orsi polari e orsi bruni sono state trovate negli Stati Uniti e in Canada per la prima volta in natura nel 2006, quando un cacciatore uccise un orso bianco con strane macchie marroni.
Il primo ibrido, noto anche come “brolar bear”, ha un manto prevalentemente bianco, con una sfumatura brunastra e un muso che é un incrocio tra quello di un orso polare e quello di un orso bruno o grizzly. Vive a Nord, ma in zone più miti rispetto a quelle popolate dall’orso bianco. Gli orsi brolari sono più adatti a temperature più alte rispetto ai loro parenti artici, poiché non fanno tanto affidamento sul ghiaccio marino per la caccia. Gli orsi polari sopravvivono con una dieta specifica di grasso e sfruttano il ghiaccio marino per cacciare le foche, quando emergono dall’acqua per respirare. Il ghiaccio artico si sta esaurendo, rendendo difficile per loro ottenere il nutrimento base della loro dieta: così si sono fatti strada nell’entroterra in cerca di maggiori quantità di cibo. Il riscaldamento ha anche fatto sì che gli orsi bruni siano in grado di avventurarsi più a nord per cacciare. Di conseguenza, le due specie hanno avuto l’opportunità di incontrar si e di accoppiarsi. Dagli incroci sono nati cuccioli ibridi.
Ibridi di balena: 1) tra la balena della Groenlandia (di cui si contano sempre meno esemplari) e la balena franca australe, più scura e maculata. 2) Tra la balenottera comune e balenottera azzurra; in questo caso, il primo esemplare ibrido è stato osservato in una baia dell’isola di Capri, dove si era arenata nel novembre del 2020, a causa di una parassitosi. La scoperta è il risultato di studi sul DNA; fu pubblicata nel 2022 sulla rivista “The European Zoological Journal” ed è frutto della collaborazione tra ricercatori dell’Università di Ancona, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Napoli Federico II, dell’Università degli Studi di Padova e del Museo di Storia Naturale di Milano. Ovviamente, non si sa se l’ibrido sarebbe stato in grado di riprodursi.
Il “narluga” deriva dall’incrocio tra un beluga maschio e un narvalo femmina, entrambi cetacei. La nascita avviene in natura, poiché entrambe le specie vivono nelle acque dell’artico e sono state viste spesso interagire o creare gruppi misti. Già nel 1990 fu ipotizzata l’esistenza del “narluga”, poiché fu trovato un cranio che aveva caratteristiche intermedie tra le due specie. La conferma scientifica si ebbe però solo nel 2019, quando sulla rivista “Scientific reports” furono pubblicati i risultati dello studio sul Dna, i quali mostrarono che l’animale è un ibrido per il 54% di beluga (dal padre) e per il 46% di narvalo (dalla madre). Sulla base della descrizione del cacciatore che aveva ucciso l’individuo, ne è stata fatta una ricostruzione.
Ibridi di due specie di focene, cetacei simili ai delfini. Una ricerca pubblicata su “Canadian Journal of Zoology” nel 2004 ha riportato casi frequenti di ibridazione naturale tra femmine della specie “focena di Dall” e maschi della specie “focena dei porti”. Questa direzionalità può riflettere la ricerca indiscriminata di femmine della specie “focena di Dall” da parte dei maschi della “focena di porti”. Ma si tratta solo di un’ipotesi che non sembra implicare l’intervento, anche indiretto, del cambiamento globale. E tuttavia questi ibridi che nuotano nelle acque al largo dell’isola di Vancouver (Canada) non sono rari e si distinguono dalle due specie per il loro colore atipico.
Ibridi di due specie di foca, la foca dal cappuccio e la foca dalla sella, che vivono nel Nord Atlantico (e nell’Artico in estate). Il primo ibrido è stato documentato già nel 1997.
La cetologa Barbara Mussi, presidente di Oceanomare Delphis, una onlus che monitora balene, capodogli e delfini nel golfo di Napoli, fa osservare che “Non sempre l’ibridazione è un buon segnale. Nel caso del delfino comune, per esempio, l’ibridazione con la stenella, documentata nel golfo di Corinto, sembra aver portato, purtroppo, al declino della specie, anche perché, in alcuni casi, gli ibridi dei mammiferi non sono fertili”. Nonostante l’ibridazione sia un meccanismo spontaneo, che avviene dalla notte dei tempi, alcuni la considerazione come un’erosione della biodiversità se essa è dovuta all’azione dell’uomo, che, modificando gli habitat con il suo impatto, favorisce il contatto tra traiettorie evolutive indipendenti, rimescolando le caratteristiche di specie che non hanno ancora affinato, in molti casi, le cosiddette barriere riproduttive.
Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Taranto
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