Una siviera riversa acciaio liquido nello stabilimento siderurgico di Taranto oggi Acciaierie d’Italia
“L’acciaio sarà al centro, ancora per anni, dell’economia e anche dell’ecologia in Italia, ma occorre avvicinarsi ai problemi di questa merce con coraggio, innovazioni e lungimiranza. E’ la condizione perché non vada disperso un patrimonio prezioso di esperienze e di lavoro”. Sono trascorsi oltre trent’anni da quando sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, il professor Giorgio Nebbia, concludeva con queste parole un suo intervento su “l’acciaio” La storia della siderurgia dall’Ottocento ha accompagnato la storia stessa dai paesi industriali: a mano a mano che l’acciaio diventava disponibile in quantità maggiori e di qualità migliore era possibile costruire sempre nuove macchine; all’inizio quelle a vapore, capaci di trasformare il carbone in energia meccanica.
Con l’aumento della disponibilità di energia è stato possibile meccanizzare le operazioni tessili e produrre maggiori quantità di filati e di tessuti a basso prezzo. Ha rappresentato il simbolo della potenza e dell’industrializzazione. Giuseppe Giugasvili scelse, come soprannome, Stalin, proprio il nome russo dell’acciaio (sta’l; steel in inglese; Stahl in tedesco). Per i primi due terzi del ventesimo secolo la produzione mondiale dell’acciaio è cresciuta senza sosta: l’acciaio è stato il materiale indispensabile per le due grandi guerre mondiali --- cannoni, carri armati, treni, veicoli, navi --- è stato il materiale da costruzione che ha consentito lo sviluppo dei nuovi mezzi di trasporto, di ardite costruzioni stradali, della nuova edilizia, prima col cemento armato e poi con le strutture interamente di acciaio degli edifici. La parola “acciaio” è entrata nelle case di milioni di italiani attraverso i giornali e la televisione per i problemi ambientali e le conseguenti inchieste della magistratura spesso sorvolando sul ruolo centrale nella storia industriale di ogni paese. L’acciaio è importante per la costruzione di macchine che producono altre merci, di autoveicoli, di edifici, di imballaggi; l’acciaieria ha rappresentato e rappresenta il lavoro e un salario per circa 25.000 lavoratori della fabbrica e delle attività portuali, che vivono sulla propria pelle una simile crisi ormai storica.
Gli impianti di Taranto, rischiano una situazione di non ritorno, la produzione è ai minimi storici, mancano le risorse finanziarie per la gestione ordinaria degli impianti, gli investimenti ambientali e tecnologici sono ridotti al lumicino e 3.000 lavoratori sono in cassa integrazione dall’inizio di marzo. A questi si aggiungono i 1.700 dell’amministrazione straordinaria in cassa integrazione da oltre 4 anni e l’indotto è quello più colpito. La guerra ha ulteriormente complicato un mercato che già soffriva per ragioni strutturali. Il conflitto in Ucraina ha aggravato la già complessa situazione della produzione di acciaio in Europa, con problemi alla filiera dovuti ai nuovi stop alle importazioni di materie prime di ghisa. Gli stop alla filiera stanno pesando sulle acciaierie, comprese quelle italiane, perché’ il livello delle scorte è molto basso e l’autonomia è ridotta. Le conseguenze si sentono anche in Italia, dove Acciaierie Italia ha bloccato le vendite, perché non sanno quando avranno materia prima per produrre nuovo acciaio.
Ora si sta cercando di ovviare al blocco dell’import di materie prime, andando su altri mercati, come il Brasile, ma un po’ come per quanto riguarda l’energia, pensare di poter fare a meno da domani dei Paesi coinvolti nel conflitto è velleitario. Questa situazione, che si va a sommare ad altri fattori storici di tensione, ripropone la necessità di tutelare la siderurgia italiana. I giudizi che circolano sul blocco dei fornitori e il rallentamento della produzione dovrebbero considerare che siamo in una economia di guerra. Il caro energia è un problema per tutti, incontestabile, lo è anche per la holding dell’acciaio tra Mittal e Invitalia. Se riavvolgiamo il nastro degli ultimi dieci anni forse ci renderemo conto che la situazione odierna dell’acciaio è migliore rispetto a dieci anni fa. Un periodo fatto di commissariamenti, sequestri e confische, il clamore sui reati ambientali, con la politica al traino della magistratura. La salute delle persone e della natura è un bene primario non negoziabile. Per dieci anni i governi che hanno guidato il Paese non hanno sciolto il nodo giudiziario gordiano tra inquinamento e produzione dell’acciaio. Bloccando investimenti, lavoro, crescita economica e sviluppo del mezzogiorno.
Per molti è stata, e continua ad essere vissuta come una battaglia terminale fino alla sentenza per disastro ambientale, quando a esprimersi sarà la cassazione. Tutto questo mentre si ribadisce, ma solo a parole, che la siderurgia per l’Italia è un settore irrinunciabile, Taranto resta il primo polo siderurgico europeo e uno dei nostri siti produttivi nazionali strategici. I filtri a manica dei camini, hanno determinato una “riduzione drastica” delle emissioni, come attesta l’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale. Le emissioni in atmosfera si sono ridotte del quaranta per cento. Rispettando il piano di riconversione ecologica prestabilito. Si tratta di un passo avanti notevole rispetto all’ultima valutazione di impatto ambientale che ancora parlava di rischi residui per la salute dei tarantini. Un traguardo utile per il dissequestro degli impianti visto che nella congiuntura internazionale sfavorevole in cui siamo piombati il problema è diventato il livello della produzione e la tenuta occupazionale. La cronaca di questi giorni ci riporta inesorabilmente la spada di Damocle dei risvolti giudiziari: la procura di Taranto indaga sui controlli ambientali per lo stabilimento ex Ilva, è stata notificata la proroga delle indagini con le ipotesi di reato di tentata concussione, falso e inquinamento ambientale.
L’indagine, avviata da tempo ma della quale si apprende solo ora, riguarda i lavori di adeguamento dello stabilimento tarantino a dieci anni di distanza dal sequestro dell’area a caldo firmato nel luglio del 2012. Senza revoca del provvedimento di sequestro, l’accordo tra Stato e il socio privato per l’acquisto del complesso aziendale ex Ilva, potrebbe non concludersi. L’accordo siglato dalle parti prevede un piano industriale con investimenti in tecnologie per la produzione di acciaio a basso tenore di carbonio, compresa la costruzione di un forno elettrico ad arco da 2,5 milioni di tonnellate. La confisca con facoltà d’uso consentirebbe, di fatto, all’impianto di marciare e produrre. È il rischio insito nell’attivismo giudiziario che si spinge verso un’ingiustificata estensione di principi, a discapito del riconoscimento di regole precise, con conseguente ribaltamento della gerarchia delle fonti nella ponderazione d’interessi costituzionali, e invasione di competenze di altri poteri. La gestione giudiziaria del caso Ilva, comunque la si valuti nel merito, si è fatta carico di una situazione grave e difficile, mediante l’esercizio di poteri previsti dal codice di procedura penale, muovendosi sul confine, spesso sconfinandolo, ed innescando un groviglio di incertezze che pregiudica piani industriali e ambientali. Il management non può operare efficacemente, in una situazione talmente delicata quanto intricata, avendo un braccio legato dietro la schiena. Se si vuole garantire un settore strategico per il paese e il processo di transizione tecnologica dell’acciaieria di Taranto, contenuto nel PNRR, è necessario che il Governo lo assuma con adeguata forza e chiarezza.
Gli impegni assunti si trasformino in atti compiuti; il supporto finanziario sia davvero accettabile, cioè raggiunga una quota di almeno 3,5 miliardi di euro; il sindacato istituisca un organo di controllo in stretta collaborazione con il Ministero dell’Economia delle Finanze che, disponendo di un nuovo strumento di controllo sull’avanzamento degli investimenti (il sistema ReGiS rivolto alla rilevazione e diffusione dei dati di monitoraggio del PNRR che mira a supportare gli adempimenti di rendicontazione e controllo previsti dalla normativa vigente) possa fornire i reali avanzamenti di quanto deciso programmaticamente. I problemi dello stabilimento siderurgico sono complessi. Per cambiare i processi produttivi bisogna sviluppare ingegneria, pareri ed autorizzazioni, gare per costruire gli impianti e metterli in marcia in sicurezza. Processi che richiedono tempi certi. Segnali sistematici di non immediata azione attuativa e attese messianiche rischiano di trasformarsi in una caratteristica strutturale irreversibile.
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