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CONTROVERSO
24 Aprile 2026 - 06:01
La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.
Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.
L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.
Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.
Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:
[IL MIO CUORE STANCO] di MARIANNA MAGNANI da Roma
Il mio cuore stanco
scalpita come scalpello che
spazio non ha,
incondizionatamente.
E divora le ore
come bocca di leone
sotto un cocente sole
senza voler mangiare.
E pigramente
vivo alla giornata
senza senso, senza leggi
ma sempre catturata
da una strana voglia
di respirare libera.
RECENSIONE
C'è una spinta interna che agita questi versi, descrivendo il conflitto tra la fatica di ogni giorno e un desiderio di fuga. Il testo racconta uno stallo emotivo, dove la voglia di vivere si scontra con una stanchezza che preme sul petto. L'atmosfera è quella di un tempo fermo, appesantito da un calore che toglie le forze ma non spegne del tutto la ribellione della mente.
Il ritmo procede a scatti, con frasi brevi che sembrano assecondare i battiti irregolari di un animo inquieto. Le immagini del sole e della fame trasmettono un senso di arsura, una mancanza che non si colma con i gesti soliti ma con il movimento. In questo scenario, il verso "Scalpita come scalpello che / Spazio non ha" restituisce l’idea di una prigionia invisibile ma dolorosa.
Marianna Magnani costruisce una voce che non ha paura di ammettere la propria stanchezza e la mancanza di una direzione. Lo stile è diretto e nudo, senza decorazioni che potrebbero distrarre dal centro del discorso. La sua scrittura trasforma il vuoto in qualcosa di concreto, rendendo reale la lotta tra la noia della routine e l'istinto di ritrovare finalmente la propria strada.
Il senso del testo sta nella ricerca di una libertà interiore, un respiro che non sia più soffocato da ore tutte uguali. Non c'è una soluzione pronta, ma la voglia di tenere accesa una scintilla nonostante la fatica del cuore. È il ritratto di un'attesa dove vivere alla giornata diventa l'unico modo per proteggere il bisogno di correre senza regole e senza pesi.
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CICLOVIA DEL SOLE di MICHELE SCIASCIA da Bologna
tediosi in questa tarda primavera,
dilungano vernali i toni bigi,
nel cielo ancor nostalgico di luce,
d'un perla avaro franto dalla bora.
con rami vuoti i frassini ingrigiti,
protesi dritti a unghiare arditi l'alto,
mostrano appena un qualche lividore,
scondendo in dubbio un pallido verdore.
tra d'essi a ciglio via raccolti radi,
s'un irto clivio cuna a magro rivo,
a quando a quando acuto oppure grave,
un vento crudo zufola le strofe.
d'odori e spoglie colme tien le fauci,
scerpate essenze lungi da radici,
viaggiano ubriache avverso l'orizzonte,
empiendo il fiato mio di cose morte.
si gode l'ombra la pervinca viola,
fuggito come un baro il vento tace,
speranza dona il fiore d'un ciliegio,
nel triste addio di ciò che più non torna.
RECENSIONE
Una sensazione di freddo fuori stagione attraversa questi versi, descrivendo una primavera che fatica a sbocciare davvero. Il testo si muove in un paesaggio dai colori spenti, dove il grigio domina il cielo e la natura sembra ancora ferma a un inverno che non vuole andare via. L’atmosfera è carica di una malinconia sottile, simile a quella di chi osserva un orizzonte che tarda a mostrare la luce promessa.
Il ritmo della scrittura imita il soffio di un vento che disturba la quiete, portando con sé odori di terra e foglie secche. Le immagini dei rami nudi che graffiano il cielo rendono bene l'idea di una natura nervosa e ancora priva di vita. Michele Sciascia usa una lingua precisa per dipingere questo scenario crudo, dove il vento "zufola le strofe" tra i fossi, trasformando un semplice viaggio in bicicletta in un momento di riflessione profonda.
La voce dell'autore emerge con uno stile attento ai dettagli, capace di cogliere il contrasto tra la durezza del clima e la fragilità dei fiori. La sua scrittura non cerca facili consolazioni, ma si sofferma sulla fatica del passaggio tra le stagioni e sulla tristezza delle cose che finiscono. È una poetica che osserva il mondo con occhi lucidi, trovando nel paesaggio intorno a Bologna lo specchio di uno stato d'animo inquieto.
Il senso complessivo del testo si trova nel finale, quando la comparsa di un fiore di ciliegio rompe la monotonia del grigio. Anche se il vento tace come un baro che scappa, quella piccola macchia di colore restituisce un briciolo di fiducia per il futuro. Resta l'immagine di un addio che non si può evitare, ma che viene addolcito dalla capacità di scorgere un segno di vita anche dentro un pomeriggio che sembrava morto.
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Testata: Buonasera
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