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MEMORIALISTICO

Le castagne di Martorana

di Vincenzo Savoca

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Le castagne di Martorana

di Angela Resta

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Ogni anno a giugno lasciavamo la nostra casa di via Etnea a Catania per andare a Pedara in villeggiatura, subito dopo la chiusura delle scuole. La sera prima della partenza venivano amici e parenti a farci visita. Un rito che si ripeteva ogni anno e a cui mia madre si preparava scrupolosamente per giorni, costringendo Marta, la nostra cameriera, a un duro lavoro malgrado la casa fosse sempre in ordine. Stavano tutti nel salotto, le donne a sventagliarsi sedute nei divani, gli uomini innanzi alle porte aperte dei balconi a fumare, con gli occhi in strada, alla via Etnea, a quell'ora affollata di gente, così bella al tramonto d'inizio estate.
«La marchesa De Vingolis!» diceva qualcuno, attento alle donne che passeggiavano con grazia sulla strada del più bel barocco catanese. Bella coi suoi trent'anni, la lunga chioma intrecciata sulla nuca, lo stretto vestito d'organza che la stringeva di voluttà, il passo d'ancheggio e le mani bianche e lunghe. L'accompagnava il marito, quel tale lungo e allampanato, marchese di feudi nella piana di Catania, frequentatore di teatri, del Bellini, ma soprattutto del Sangiorgi, rinomato per l'esibizione di soubrette e sciantose. Sparì tra la folla, lasciandogli addosso un vuoto incolmabile.
Marta veniva col vassoio pieno di paste di mandorla, fatte venire appositamente dalla pasticceria Savia, all'angolo con via Umberto. La magrezza di Marta era un cruccio per mia madre. «E ingrassa!» le ripeteva, «Qualcuno potrebbe pensare che non ti faccio mangiare a sufficienza!» Lei chinava la testa mortificata. «Sì, signora» poi diceva con nella voce un grumo di vergogna.
Io passavo tutto il tempo nel balcone per il timore dei baci e degli abbracci delle signore che nella foga mi stringevano, facendomi sentire l'umido sudore delle ascelle. «Che bel bambino ti sei fatto!» mi dicevano con la voce stridula. Marta mi guardava da lontano con gli occhi lucidi e la bocca socchiusa in un timido sorriso.
D'improvviso imbruniva. L'aria si faceva più fresca quando i tetti dei palazzi dirimpetto si tingevano d'ultima luce. Anche il parlare nel salotto diveniva minuto e soffice, un bisbigliare sommesso, e le più anziane si chinavano ora da una parte, ora dall'altra, per non perdere nulla dei pettegolezzi che tanto animavano le serate catanesi. «Cosa aspetti ad accendere la luce?» Un rimprovero che a Marta arrivava come un segnale. Sapeva che bisognava accenderla solo all'imbrunire, quando era lei a dare l'ordine. Silenziosa andava verso gli interruttori con quelle gambe così striminzite che mia madre avrebbe voluto restasse al buio. Com'era magra Marta! E queste invece coi seni traboccanti, larghe di petto e di fianchi, una carnalità che suscitava desiderio in alcuni degli uomini che mai posavano gli occhi sulla cameriera.
Piano e in silenzio lasciava il salotto per raggiungere la cucina. Si sedeva davanti alla vetrata con le mani sul grembo, a guardare il vicoletto dove non passava mai nessuno. Non c'era niente da vedere. Lentamente si addormentava con la testa poggiata al muro. Mi piaceva stare con Marta, sentivo per lei lo stesso amore che lega un figlio alla madre, una quiete che mi addolciva la malinconia. Mi sentivo uguale a lei: l'uguale tristezza, l'uguale insofferenza a stare con gli altri, l'uguale piacere per la solitudine. «Che fai qui tutta sola al buio?» le domandai quando lasciai gli altri per raggiungerla. «Guardo giù nel vicoletto…» mi disse, sorpresa che avessi pensato a lei. «Ma non c'è nessuno!» Mi fece pena quel tentativo di nascondermi la sua solitudine. «Ci sono i gatti» aggiunse poi. Anche i gatti dunque meritavano di essere guardati. Ma era vero? «Ce l'hai il fidanzato?» le domandai ingenuamente una volta.
Lei aveva sorriso nascondendo la vergogna per quella domanda troppo impertinente. «Perché nessuno viene a trovarti?» le domandavo qualche volta. La cucina era in penombra, soltanto il riflesso delle luci della strada veniva a posarsi sui muri. Vista così, Marta mi sembrava ancora più magra. Ma era bella la sua voce, un mormorio ogni parola. Si sforzava di non parlarmi in siciliano, ma poi se ne dimenticava, e subito le sue storie s'accendevano di magia. Quanto m'hanno fatto sognare! Mia madre la sgridava per questo. «Le tue storie tienile per te!» le diceva. Passò così il resto della serata, a guardare i gatti giù nel vicoletto, con le mani sul grembo e la testa poggiata al muro. «Ecco, è per lei…» mi disse una volta, porgendomi una castagna. «Una castagna?» domandai sorpreso. «È di Martorana, è buona, non lo sa?» disse ancora. Quella sera Marta sembrava ancora più triste. Non riuscivo a immaginare come fosse stata da bambina. Ma era stata mai una bambina? «Ora vada, signorino! In salotto ci sono tante belle signore!» La lasciai sola davanti alla vetrata a guardare la solitudine del vicoletto. Me ne andai dritto sul balcone a guardare via Etnea, piena e affollata. Ma pensavo a lei nel buio della cucina, sempre sola, senza nessuno che venisse a trovarla, con mia madre che aveva sempre qualcosa da rimproverarle.
Mio padre ci raggiungeva a Pedara il venerdì sera con l'ultima corriera. A quell'ora ero già a letto. Mi alzavo quando lo sentivo arrivare, ma appena raggiungevo il giardino non trovavo più nessuno. Però che incanto le case lontane, le luci delle strade, le voci smozzicate dalla lontananza, i latrati dei cani, il profumo dei pini, la magia della tarda sera d'estate! Dalla sua finestra Marta mi guardava senza perdermi di vista. Nei pomeriggi d'ozio mi raccontava altre storie che io mutavo in poesie su fogli di quaderni. Le mie prime poesie, andate perdute come tanti altri sogni. Ma tanto devo a lei, alla sua vena malinconica che accendeva i miei sogni di bimbo. D'improvviso se ne andava lasciandomi in mezzo al fragore delle emozioni, quando sentiva mia madre chiamarla. Mia madre era gelosa di Marta!
Ai primi di ottobre il ritorno a Catania, alla vita consueta. Cominciava la scuola con l'incontro coi compagni di classe. Una gioia per alcuni, per me solo un fastidio. I professori mi guardavano in silenzio, dicevano che avevo la vena letteraria, si aspettavano da me grandi cose, versi e poesie! Ne ho pena per averli delusi. La mattina del giorno dei morti Marta venne a svegliarmi dicendomi che i parenti defunti nella notte erano venuti a trovarci. Era l'antica tradizione siciliana che manteneva vivo nel cuore dei bimbi l'amore per i defunti. Mio padre mi aspettava davanti alla porta del salotto, con le mani nei taschini del panciotto e con la soddisfazione di avere continuato l'usanza. «Anche quest'anno i nonni si sono ricordati di te» mi diceva ogni volta. Sul tavolo, in bella mostra, il carrettino di legno con il cavallo di cartapesta, pieno di dolci e di castagne bollite, di mostarda e di ‘nzuddi, i biscotti catanesi per i morti, e più in là i quaderni e i pennini. «Prenda un dolce, nel carrettino» mi disse Marta arrossendo. C'era una castagna di Martorana fra quelle bollite. Mi girai a guardarla: aveva gli occhi umidi e le mani le tremavano. Avrei voluto abbracciarla! Invece mio padre la mandò in cucina a preparare il caffè.
«Marta se ne va, si sposa!» disse una sera mia madre. Non potevo crederci! Marta faceva parte della nostra famiglia, perché lasciava la nostra casa? Ora mi spiegavo la timida allegria degli ultimi tempi, una smorfia d'appannata gioia: era la contentezza di sposarsi! Se ne andò un mattino di fine inverno, portò via le sue poche cose, addosso aveva l'abito delle feste. Catania si era appena svegliata dal sonno d'inverno, Villa Bellini era un fiorire d'alberi e fiori, l'Etna d'azzurro senza più neve. «Oh! Dimenticavo il signorino!» la sentii dire a mia madre prima d'uscire. «Sta ancora dormendo. Lo saluterò io per te». La nuova cameriera arrivò presto, troppo presto, e subito prese possesso della cucina. Ma non restò mai a guardare dalla vetrata i gatti giù nel vicoletto e mai mi raccontò una storia, né io le recitai un solo verso delle mie poesie.
A metà giugno, come al solito, partimmo per la villeggiatura. La nuova cameriera passava i pomeriggi sotto il pergolato di glicine a cucire, qualche volta in compagnia di mia madre. Molte volte a sonnecchiare. Mai una parola verso di me, di tanto in tanto a malapena un'occhiata. Non esistevo per lei, né lei per me. Non mi ricordo una sua carezza, né una sola parola dettata dal cuore; semplicemente mi ignorava. Restò sempre "la nuova cameriera" anche se invecchiò a casa nostra. Tutto mi parlava di Marta, e se chiudevo gli occhi ne vedevo il viso, ne sentivo la voce. Non riuscivo a rassegnarmi, non c'era più nella mia vita. A ottobre tornammo a Catania. Ogni stanza, ogni angolo mi parlava di lei. Sperai di trovarla in cucina, seduta davanti alla vetrata, che mi sorridesse, che mi dicesse: «Bentornato, signorino!» Invece, era lei a non tornare! Se chiudevo gli occhi sentivo l'odore del giardino nella casa di Pedara, i lunghi pomeriggi passati con lei sotto al pergolato di glicine, in attesa vicina al cancello ch'io tornassi dalle brevi passeggiate. «È di Martorana». Ricordavo la sua voce commossa il giorno dei morti. Quel piccolo dolce tanto mi diceva del suo amore mai esibito, e di cui tanto avevo bisogno. E piangevo al ricordo di lei mentre metteva in ordine le stanze e poi nella tarda mattinata innanzi alla vetrata, baciata dal sole pallido d'inverno. «È una medicina il sole» mi diceva piano, con un velo di tristezza negli occhi. Non riuscivo a rassegnarmi alla sua partenza.
A novembre, nel giorno d'Ognissanti, il garzone della pasticceria Savia venne a consegnare un vassoietto di castagne di Martorana. Il giorno dopo, quello dei defunti, le trovai fra le altre bollite nel carrettino. Marta si era ricordata di me! E così fu l'anno dopo, e poi in quello appresso e anche negli altri anni. Marta si ricordava sempre di me con un regalo di poche pretese, ma prezioso e d'immenso valore. Quando fui giovanotto e studente liceale, ormai uscivo da solo e durante le belle giornate arrivavo fino a Porta Uzeda alla fine di via Etnea: che incanto Piazza Duomo e, più in là, in un angolo nascosto, la pescheria! Una volta chiesi a mia madre l'indirizzo di Marta. Avevo voglia di rivederla, di guardarla negli occhi, di abbracciarla, di sentirmi dire come stavo, se ancora scrivevo poesie, di stringere le sue mani e dirle che sì, mi mancava. Mia madre disse di non saperlo. «L'ingrata se n'è andata senza dire niente della sua nuova vita!»
Una vigilia d'Ognissanti aspettai di sentire il campanello, che il garzone della pasticceria Savia portasse quel vassoietto con le castagne di Martorana. Aspettai inutilmente fino a sera. Nessuno venne, nessuno portò le castagne di Martorana. Il giorno dopo non le trovai sulla mia scrivania di studente. Marta si era dimenticata di me! Com'era possibile? Furono giorni di malinconia. Cominciai a non andare al liceo, a vagabondare per le strade di Catania; dalla Marina arrivavo fino alla stazione, inebriato dall'odore del mare, dai fischi dei treni in partenza. Sognavo di partire anch'io. Il preside del liceo Cutelli convocò mio padre: le assenze erano troppe e rischiavo di perdere l'anno. «Anche la salute!» aggiunse guardando negli occhi mio padre. La sera stessa mi diede l'indirizzo di Marta. «Vai a trovarla» mi disse, «ma non dirlo alla mamma».
Marta abitava in via Belfiore, dopo il mercato ma prima del Traforo. Era una strada modesta, di case d'operai, venute su per necessità, senza bellezza e senza fronzoli, di gente che faticava per mettere a tavola pane e companatico. Trovai Marta coricata nel letto, al buio, come quando stava seduta in cucina a casa nostra, ma qui non c'era la vetrata, né gatti da guardare. Mi sorrise stanca e affaticata. «Il signorino s'è fatto un bel giovanotto!» mi disse con la voce roca. Le veniva difficile parlare. «Non dovevate incomodarvi per una povera vecchia come me! Alla vostra età dovreste andare dietro alle ragazze!» Ma io vedevo la felicità nei suoi occhi, nel viso consumato acceso di luce, nel respiro d'ansia che le opprimeva il petto.
«Sei così magra!» riuscii a dirle commosso. «Oh! Sono sempre stata magra. Ricordate i rimproveri di vostra madre? Ma che potevo farci!» Mi guardai d'intorno: la stanza era misera, tutto odorava di vecchio, d'abbandono. Marta non era mai stata felice. «Raccontatemi di voi, so così poco da quando ho lasciato la vostra casa molti anni fa. Avete finito gli studi? Andrete all'università? Mi fa piacere vedervi, ne sono contenta». Rimase a guardarmi in silenzio; aveva pena per me, l'avevo delusa. Ma questa era la mia Marta, era mia madre, la donna che non mi aveva fatto nascere, ma mi aveva fatto vivere! Guardavo le sue mani scarne e consumate, non stavano ferme, tremavano di continuo, e i suoi occhi ombrati di nero, la sua bocca appena una fessura da cui usciva uno spiro di morte.
«Non sono venuto a trovarti prima…» Non volle sentire altro. «Non è venuto mai nessuno a trovarmi, anche a casa vostra. Ve ne ricordate?» mi disse avvicinando le mani alle mie. Voleva che gliele stringessi. Continuò dicendo che non aveva avuto figli. «Forse solo uno, ma lui non se ne è mai accorto» disse con rammarico, ma io capii che parlava di me. «Il mio povero marito è venuto a mancare troppo presto» continuò, tenendomi strette le mani, «ho continuato a vivere come ho potuto…» Poi si scosse, presa da un fremito improvviso. «Là,» mi disse indicandomi il comò, «apritelo». Nel cassetto trovai il vassoietto con le castagne di Martorana; a stento riuscii a trattenere le lacrime. «Sarei venuta io stessa a portarlo, ma in queste condizioni…» mi stava dicendo. «Marta, per una volta chiamatemi come si chiama un figlio, per nome». Mi guardò contenta, ma intimidita dal pudore. Era stata la cameriera ed io il signorino. Sorrise, ma subito scosse la testa. «Non posso» disse, «non mi è concesso». E dopo un po': «Ma se è per farvi felice, Vincenzo!» mormorò appena, quasi a sé stessa. Stentai a sentirla, ma era stato il modo più bello di chiamarmi! E dopo un silenzio pieno di parole non dette: «Ora se ne vada, signorino, mi lasci sola…»
Uscii senza guardarla un'ultima volta, con le lacrime negli occhi: l'avevo vista per l'ultima volta. Il sole del tramonto chiudeva il giorno e tant'altro. C'è chi mi guarda con meraviglia quando il giorno dei defunti lascio una castagna di Martorana sopra una tomba. Ma io sono certo che Marta ne è felice.

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