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ESISTENZIALE

Pugni, cani e palafitte

di Marco De Gasperi

Pugni, cani e palafitte

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Pugni, cani e palafitte

di Marco De Gasperi

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Ahia! Mi faceva male il naso e mi faceva male la testa. L'aria pungeva, ma ero troppo accaldato per mettermi la giacca. Che gran cazzata la boxe: usare solo le mani quando si hanno pure gambe, ginocchia e gomiti! Mi sembra un po' come pulirsi il culo con le foglie di oleandro, quando di fianco si ha una pianta di vite. La sedia, comunque, fu la cosa più piacevole della giornata e per fortuna uno di quei suoi bracci telescopici mi allungò una lattina di birra invece che un pugno.
"Boh, sai Dezo, tutti sti militanti a me iniziano a stare un po' qui" gli dissi, dandomi qualche colpetto sul petto. "Quali militanti??" "Ma sì, sai, c'è sempre qualche militante che non ha abbastanza problemi di per sé e quindi pensa a quelli degli altri, o magari ce n'ha così tanti che li mette a tacere in questo modo: insomma, un motivo per battagliare lo trova sempre."
Dezo fece un "umh", io continuai nella mia filippica. "Ma secondo me, sarei più per la prima; un militante deve aver vinto tutte le sue battaglie, sì, quelle che ha dentro, altrimenti chi glielo fa fare di sobbarcarsi anche i problemi del mondo?" "Tutte fuorché una: quella per cui combatte" cavillò lui. "Voglio dire, hai mai visto militanti tristi? Rabbiosi, delusi, frustrati, esaltati sì, ma tristi?" "Se c'è tristezza, è rancorosa." "Sì, se c'è, è rancorosa" ripetei.
Dezo faceva economia di parole e non era molto sicuro di sé, ma era una delle menti più brillanti che conoscessi, tra tanti sapientoni e studiati, e quando diceva qualcosa, quel qualcosa ne dimostrava la saggezza.
"Come hai fatto a militare per tanti anni? Come hai fatto a mentire così bene a te stesso?" Mi guardò, poi continuai: "Ma sì, dico, come hai fatto a convincerti che esista qualcosa per cui veramente vale la pena combattere?" "Non lo so, sai, lo facevano gli altri... Ora le cose sono cambiate." "Cambiate?" "Sì, se uno è troppo di sinistra gli dico ancora che è dogmatico, quindi mi incazzo, ma se non lo è abbastanza gli do del centrista e mi incazzo lo stesso. Non so nemmeno io perché mi incazzi, sarà l'abitudine. Una volta avevo la forza dei militanti, ora sono troppo stanco per cambiare partito." "Tutta colpa di Nietzsche" gli risposi. "E Deleuze" ribatté. "Già, e Deleuze." "E sì che lui militava" aggiunse. "Fino a che non ha iniziato a bere pesante, sì. Poi si è suicidato. Lui sì che aveva capito come prendere la vita." "Noi finiremo come lui." "Sì, Dezo, noi finiremo come lui."
Si prese un momento per scolarsi quello che restava nella lattina, io continuai. La birra mi rende loquace. "Sai chi è un altro che capì come prendere la vita per non ammazzarsi? Bukowski! Il vecchio Hank la sapeva lunga, troppo lunga sulla vita, per quello doveva bere come una spugna e poi vomitare. Vomitava la vita. Non era colpa dell'alcol, ma colpa della vita, capisci? La vita. Lui ed io ci intendiamo." "Del tipo che chiameresti il tuo cane Bukowski?" "Esatto, lo chiamerò Buk, pronunciato con la 'a' però, così..." Lasciai cadere la frase nella luce elettrica del patio, che non attirava nessun insetto. Era troppo freddo per gli insetti. Poi ripresi: "Non lo castrerò, così che si monti tutte le cagne e tutte le gambe! Non vorrai mica castrare il cane che porta il nome di un vecchio sporcaccione!" Ridemmo entrambi.
"Pensa" fece lui, "quando si monterà le gambe di una di quelle donnette tutte fiocchi e profumo col naso all'insù!" "Oh, se godrei! Lo lascio fare finché gli sborra sulle calze. Ti immagini? Aiuto, aiuto, mi tenga lontano il suo maledetto cane. AIUTOOOO! Qualcuno chiami la polizia!" Una risata si sparse per il giardino e una signora sul terrazzo a fianco ci guardò. "Poi però" continuai asciugandomi le lacrime, "gli darei un calcio: brutto finocchio, le borghesi devi azzannarle alla giugulare, non scopartele! Al massimo stuprartele, ma così proprio non va bene. Cattivo Buk! Cattivo Buk!" "Secondo te un cane sarebbe capace di commettere uno stupro?" "Pallinov Pallinovic, sì" affermai. Come risposta ottenni uno di quei suoi soliti "uhm".
Ci fu un clic metallico, e della schiuma uscì da un'altra lattina. Restammo in silenzio per un po'. Contemplai la disposizione delle abitazioni, lo spessore dei muri antichi, l'impronta moderna qua e là del cemento tra le pietre a vista, un roseto stentato. Mi scolai la birra in un sorso e lanciai la lattina in un cumulo di macerie e legni in fondo al prato, ruttai, mi stiracchiai e le donne uscirono ad avvisarci che la cena era pronta.
Si alzò e fece per andare verso l'ingresso, ma lo bloccai. "Un'ultima cosa: ma tu da bravo ateo non senti mai l'esigenza di un dio?" Si mantenne in un ambiguo silenzio, quindi continuai. "Intendo, di un dio garante di verità, valori e promesse. Come fai a vivere con uno scopo, tu?" Nessuno disse niente, allora rincarai la mia solita dose di franchezza spietata: "E infatti, guardati, ora sei finito a bere birra e lavorare il legno, e di libri non ne apri più." "E parlare di cani che stuprano signorotte borghesi" aggiunse lui. Poi prese fiato e se ne uscì con una di quelle sue frasi, come spesso fa quando abbassa la guardia. La notte, nel mentre, si annidava quatta quatta tra le cose.
"Palafitte." "Palafitte?" chiesi stupito. "Sì, noi siamo come uno che vive su una palafitta e ogni volta che studiamo un libro togliamo un palo e..." "Patatrac! Ci troviamo col culo nell'acqua" completai la frase. "Bravo, patatrac. Ora andiamo a mangiare." "Sì, Dezo, ora andiamo a mangiare" ripetei.

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