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Un evento inaspettato

di Cristina Di Bartolomeo

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Un evento inaspettato

di Cristina Di Bartolomeo

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Oggi è il ventidue dicembre, inizio delle vacanze scolastiche di Natale. È il periodo dell’anno che preferisco: lunghe dormite, partite alla Playstation con gli amici, nuovi propositi e profumo di regali.
Mi chiamo Luca, ho nove anni, frequento la quarta elementare e pratico molto sport. Ho anche un sogno nel cassetto: diventare un famoso giornalista e fare reportage fotografici. Ieri pomeriggio giocavo a pallone con gli amici in un cortile poco distante da casa, dove di solito si riuniscono anche le mamme di alcuni di noi. Si siedono su una panchina non lontana e chiacchierano amabilmente.
All’improvviso è apparsa una donna sul balcone del terzo piano di una palazzina prospiciente il cortile ed ha esclamato con voce autorevole: «Smettete di fare chiasso! In questa casa una donna ha appena partorito e ha bisogno di tranquillità!»
A quelle parole Rosa, la mamma di Giulio, ha commentato ironica: «Ragazzi, gli squattrinati del numero nove hanno addirittura il personale di servizio?» Molti ragazzi hanno riso, ma la mamma di Rudy le ha replicato: «Rosa, non ti sembra di esagerare? È nato un bimbo!» «Rosa ha ragione!» ha aggiunto Matteo, un mio compagno. «Sono due ignoranti: quale donna partorirebbe in casa nel Duemila?»
Anna, un’amica, ha ribattuto: «Perché giudichi le persone senza conoscerle? Non mi pare di averti mai visto parlare con loro. Mia madre è ostetrica e so da lei che partorire in casa è una scelta coraggiosa, non un segno di povertà.» «Ecco un’altra Hermione Granger!» ha risposto Matteo con un sorrisetto ironico e cretino.
Io non m’interessavo a quelle chiacchiere inutili. Volevo solo conoscere il nuovo arrivato: ero curioso. «Chi viene con me a vedere il piccolo?» Alcuni ragazzi hanno detto che in quell’appartamento sporco e puzzolente non ci avrebbero mai messo piede; altri sarebbero venuti, ma le loro mamme li trattenevano.
Ero rimasto solo, finché Thomas — un ragazzo di diciotto anni che spesso vedevo con i suoi amici in un angolo del cortile — si è avvicinato dicendo: «Vengo io con te.»
Giunti al pianerottolo del terzo piano, non abbiamo avuto bisogno di suonare: la porta era socchiusa. Siamo entrati in silenzio e abbiamo visto nella piccola cucina due donne: una teneva fra le mani un catino d’acqua bollente, l’altra rimestava un pentolone. Sono certo che fosse brodo, ne riconoscevo l’odore: mia nonna cucina spesso i tortellini in brodo quando andiamo a pranzo da lei.
Il vapore offuscava le mura sgretolate e ne leniva la gelida umidità. Attraversato un corridoio stretto, siamo giunti in una stanza dove c’erano la mamma e il neonato a letto. Che tenerezza! La mamma, pur esausta, osservava il suo bambino e gli sorrideva. Thomas si è avvicinato a lei dicendo: «Congratulazioni, Teresa. Il bimbo è un fiore! C’è un ragazzo che vuole vederlo: lo faccio entrare o sei troppo stanca?»
Teresa mi ha fatto segno di avvicinarmi e mi ha ringraziato della visita. Guardandomi teneramente negli occhi, mi ha chiesto come mi chiamassi. «Luca» ho risposto. Poi si è rivolta a Thomas: «Per caso hai visto Jacopo?» «No, non l’ho visto… vuoi che lo cerchi?» A quella domanda Teresa ha sospirato profondamente.
Mi sorrideva, e io mi sono sentito autorizzato a sfiorare il bimbo: le sue manine rugose, i piedini morbidi. Dormendo, a tratti sorrideva e poi tornava serio. Che strano! Mi è tornata in mente la spiegazione di mia nonna: A volte i neonati sorridono agli angeli. Allora non le avevo creduto, ma ora sentivo che nonna Franca aveva ragione. Nel frattempo Thomas era andato a prendere una vecchia stufetta da un suo amico elettricista e l’aveva sistemata nella stanza per scaldarla un po’.
Mi domandavo perché il padre non fosse presente. Era morto? Chissà. Mentre facevo queste riflessioni, la voce di un uomo alle mie spalle mi ha richiamato: «Sta squillando il cellulare!» «Grazie!» ho detto.
Mentre rispondevo alla mamma, ho visto che quell’uomo alto aveva donato una rosa a Teresa. Lei, vedendolo, ha esclamato: «Caro, sei qui, grazie al cielo!» Mi sono avvicinato a Thomas chiedendogli chi fosse. «È il padre del bimbo, il signor Jacopo» mi ha rivelato. Allora ho pensato: È vivo, sono contento.
Jacopo, guardando il bambino, ha sospirato: «È bellissimo.» «Sai, tutto è successo all’improvviso» ha detto Teresa. «Stamattina stavo uscendo per comprare il pane, ma sono iniziati i dolori e si sono rotte le acque. Due signore sconosciute mi hanno assistita: davvero due angeli!» «Io avrei dovuto essere qui con te» ha risposto Jacopo. «Invece ero seduto al bar a fissare la mia disperazione per il lavoro perduto, per la mancanza di tutto... Ma come abbiamo potuto ridurci così? Io, un architetto, e tu una professoressa di filosofia! Tutti ci evitano come se la povertà fosse una colpa.»
Dopo quello sfogo, nella stanza regnò il silenzio. Poi Teresa, con coraggio, gli ha risposto: «Hai ragione, la vita ci sta mettendo a dura prova, ma sa anche offrirci meraviglie. Questo figlio è un dono, Jacopo, e abbiamo la gioia di amarlo a dispetto di tutto. Non dobbiamo sprofondare. Dobbiamo lottare per la nostra dignità. La disperazione ci sta, ma non deve diventare la scusa per arrenderci a un’esistenza a metà.»
A un tratto il bimbo si è svegliato e ha cominciato prima a lamentarsi, poi a piangere forte. Jacopo l’ha preso in braccio e, con voce risoluta, ha detto: «Basta. Non voglio più piangermi addosso. Nostro figlio è venuto al mondo con forza e coraggio. Il suo pianto è vita vera: quella che avevo dimenticato e che ora mi sta scuotendo. Teresa, sono ancora un architetto e voglio progettare con voi una nuova vita.» «Per prima cosa domattina chiamerò un amico medico perché visiti te e il bambino, poi mi metterò a cercare lavoro con tutte le mie forze.»
Il piccolo si era già riaddormentato, e i genitori lo incorniciavano in un tenero abbraccio. Thomas mi ha sorriso, sussurrando: «Luca, lasciamoli soli. Vieni, ti accompagno a casa.»
Sarei rimasto ancora con loro, ma era davvero tardi. Camminando per le vie addobbate di luci colorate, accanto a Thomas, ero felice. Non vedevo l’ora di raccontare a mamma e papà che quel pomeriggio avevo vissuto una gioia immensa.

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