Cerca
DRAMMATICO
03 Aprile 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
k
Lo so, è stata una scelta difficile. Ho venduto il SUV e la casa. Non rimane nulla di quel profumo che mi tormentava; la sua fragranza, nonostante mi avesse lasciato, continuavo a sentirla. Come un tormento vedevo la sua immagine in ogni cosa che aveva toccato, accarezzavo quegli oggetti come se fossero il suo corpo. Questa sera, tra le foglie secche spazzate dal vento, cammino attraversando le vie deserte della città. Sono pigro persino nel pensare; stanco e vuoto lascio fluttuare i pensieri come il fumo della sigaretta di quella puttana vestita di nulla, appiccicata al muretto sul ponte del fiume, in attesa di soddisfare l’illusione del prossimo ingenuo che brucerà il suo fuoco in pochi secondi.
Pure io accendo una sigaretta. Guardando quel corpo perfetto, immagino quali sogni o quali delusioni l’abbiano portata qui. Il suo sguardo misterioso si perde nel nulla. Indifferenti, i suoi occhi scivolano lontano da me: non ha voglia di pensare né di guardare. Forse per lei sono uno dei mille volti maschili che, dietro a un compenso, possono soltanto annoiarla, e non ha nemmeno voglia di mandare un falso sorriso per attirarmi. Ecco che un’auto si avvicina: poche parole, ci sale e svanisce insieme al rombo che si allontana.
Ai margini dei giardini pubblici un chiosco è ancora aperto. La notte sta sfumando i colori come se volesse farli riposare; la città, lungo il viale al confine dei prati, si spegne. Tutto il mondo riposa, l’ultima persiana è scesa. Prendo un panino e una birra, poi pure il chiosco chiude. Resto solo io, sdraiato sulla panchina, a pensare al nulla. Ho deciso che questa diventerà la mia casa: fine dei sogni, fine dei colleghi, delle falsità spese per elemosinare uno stipendio. Solo il cielo, la terra, la pioggia saranno i miei compagni. Sarò folle e ramingo in un mondo falso, brutale e pieno di utilità inutili. Un cane si avvicina, gli do un pezzo del mio pasto, una carezza, e si sdraia sotto la panca. Credo di aver trovato un vero amico. Arrivederci al prossimo mattino, mondo.
Io e il cane, che ho chiamato Hairy (peloso), ci rechiamo spesso al solito bar dove ci prendiamo una bella colazione. Ascolto distrattamente le notizie dalla TV posta alta in un angolo. A un certo punto, però, non posso ignorare ciò che non mi sarei mai aspettato di sentire e vedere. Un omicidio: il solito uomo violento che uccide la compagna. L’immagine inaspettata mi fa inorridire e il cuore sembra pulsare nella gola. Il volto di Alida appare in tutta la sua bellezza: è lei, la donna che ho amato e che amo ancora. Non posso crederci: nome e cognome sono i suoi. Mi si appanna la vista e lo stomaco si ribalta, tremo. Non è un sogno.
Passo giorni di dolore e disperazione e, dopo l’autopsia, al suo funerale vedo la cassa scendere nell’umida fossa. Attraverso quel coperchio smaltato col pensiero è come se la vedessi. Con il suo vestito bianco che copre le sedici coltellate mi appare candida come l’alabastro, fredda come quel giorno che mi disse: «Basta, è finita, perdonami, ma amo un altro, non sento più nulla per te». Non fui capace nemmeno di incazzarmi e di fermarla, di dire una parola di disprezzo, mentre il dolore dentro afflosciava i battiti del cuore e l’anima sembrava andarsene come una piuma sollevata dal vento gelido degli inverni. Ho ancora nella testa i suoi passi che si allontanano per sempre e che ho sperato e implorato al Signore di sentire ancora.
Mentre la cassa viene coperta dalla terra, dai brusii del corteo emergono futili commenti. «In fondo se l’è cercata, quello era un pazzo violento, un pittore squattrinato e drogato», dice un uomo. Una signora col cappello nero aggiunge: «Sì, ha due figli con due donne diverse, chiede prestiti a tutti e beve dalla mattina alla sera. La picchiava e lei pareva sempre giustificarlo».
«Certo», replica una vecchia, «una settimana fa portava degli occhiali scuri, si vedeva bene che aveva un occhio gonfio».
È questo che voleva veramente? Un uomo duro, quello che si fa seguire, che si allontana dopo averti posseduto, non quello che ti guarda come fossi una dea e ti tiene stretta al calore del suo corpo per tutta la notte. Se avessi avuto solo una parte di quelle malefiche virtù e non avessi continuato a coprirla di fiori ogni fine settimana, avrei evitato di annoiarla? Forse diventa tediante un uomo che non esce mai di casa, che non vede l’ora di tornare dall’ufficio e fugge da quelle grigie scartoffie per guardarla negli occhi aspettando e supplicando un languido bacio. E ora i tuoi occhi appassiscono come una foglia disidratata: chi li guarderà più? Ma non temere, io li guarderò sempre nei miei sogni. Non sarò io quello che li dimenticherà.
I discorsi continuano; con questa barba e i vestiti laceri nessuno mi ha riconosciuto. La solita vecchia sussurra: «Sfortunata quella ragazza, il suo ex marito non è stato nemmeno capace di darle un figlio durante i cinque anni di matrimonio». Banalità delle supposizioni che diventano certezze senza conoscere la consistenza dei fatti. Il mondo è fatto così.
Ormai è sera e mi incammino verso la mia panchina. Hairy sembra capire il mio dolore e, piagnucolando, si pone davanti a me. Non voglio che soffra pure lui e lo accarezzo. Ora, attraversando il ponte, appoggiata al muretto vedo la solita puttana, sempre con quello sguardo perso nel nulla, mentre l’ennesima sigaretta svapora l’aroma tra le ombre del chiaro di luna. Mi assale un pensiero improvviso e mi avvicino a lei. La saluto.
«Ciao, vorrei stare con te stasera».
«Davvero? E tu vorresti venire con me così lercio? L’ultima volta che ti ho visto non eri così conciato. Sappi che io costo parecchio e dovrai almeno fare una doccia». Rimango sorpreso che abbia notato i miei passaggi. Senza che possa dire altro le faccio una proposta. Dopo averla accettata, carica me e il cane nella sua vettura e mi porta in uno di quei supermarket sempre aperti.
Acquista un profumo: Calvin Klein – Deep Euphoria, una parrucca bionda, intimo sexy e un paio di lenti a contatto colorate. Mi porta nel suo appartamento e vuole assicurarsi che io non la voglia imbrogliare. «Hai detto che mi darai tremila euro per ciò che faremo. Dove sono i soldi?» La tranquillizzo e in pochi secondi, con lo smartphone, carico il denaro sulla sua carta di credito. «Ora farai quello che ti ho chiesto?»
«Certo, il mio corpo è di chi paga».
Aspetto qualche minuto e lei si palesa completamente trasformata. Occhi chiari color smeraldo, bionda, con una vela trasparente che le copre l’intimo; la toglie con gran classe e mostra le sue forme perfette, ricche di golose sfumature erotiche. Seno e pube avvolti da una reticella nera. Mi avvicino e la strappo. Rimane solo con mutandine in pizzo nero e la scaravento con forza sul letto, come in vita mia mai feci con nessuna donna. Lei cerca di spogliarmi ma io non glielo permetto.
«Una puttana come te non può farlo, fermati!» Comincio a giocare con il suo corpo impudicamente, la insulto, la umilio. Questo è quello che avrei dovuto fare con lei, forse sarebbe ancora qui con me, viva. Mi escono sudice parole, e alludo al suo mestiere chiamandola spesso con quel sostantivo ingiurioso. Mentre affondo nella sua carne scorgo il mio volto allo specchio dell’armadio: ora è quello di un mostro assetato di sesso. Non c’è dolcezza, quella che avevo sempre con Alida per quella paura di offenderla e di violare la sua dignità. Quel profumo che per anni ho sentito è ancora qui. E ora altre lussuriose attenzioni e posizioni perverse sinché il mio corpo non cede al piacere, un piacere mai provato prima. Non ho posseduto quella puttana, ma Alida. L’ho fatta diventare la sua copia, e io in quello che forse lei avrebbe voluto che fossi.
Alla fine dell’amplesso la prostituta si accende una sigaretta. Penso imbarazzato a quanto ho fatto. Non riesco a capacitarmi di essere stato così diverso da quello che sono realmente.
«Scusami, non avevo mai fatto nulla di simile nella mia vita, non volevo offenderti con quegli insulti».
«Non ti preoccupare, hai pagato bene; sei solo un uomo».
Poche parole che mi fanno stare peggio di quanto mi sentissi prima di passare quel tempo effimero con lei. Le dico:
«Ascolta! Qui ci sono 300 mila euro sul mio conto. Sono tutti tuoi; tieni pure lo smartphone, ti lascio i pin, a me non serve più».
«Non posso accettare».
«No, devi! Non mi interessa più il denaro. Se non accetti, darò tutto alla prima persona che troverò fuori di qui. Con questi soldi non dovrai più essere costretta a prostituirti. Potrai cambiare vita».
Lei mi guarda incredula. Mentre Hairy mi aspetta seduto sulla stuoia all’ingresso, dice:
«Accetto solo a un patto: dovrai venire a trovarmi spesso. Potrai fare l’amore con me tutte le volte che vorrai, ne hai tutti i diritti». Rispettando quel patto, oppure semplicemente perché la solitudine riempie di freddo le mie vene, sovente vado da lei e il rituale è sempre uguale. Ma quanto più passo a trovarla, più mi rendo conto che dopo il piacere segue un vuoto immenso. Alida è solo una trovata teatrale, un’illusione, un videogame.
Il freddo è pungente e piove; da giorni non si può stare sulle panchine. La giornata è triste, i pensieri affondano nella mente come una vecchia barca dal fondo marcio. Sono due mesi che non passo più dalla prostituta. Oltre a Hairy ho un nuovo amico: l’alcol, e oggi a ogni pensiero malinconico segue un’abbondante sorsata di gin. Non ne posso più e ho deciso.
Vado verso quel maledetto ponte mentre la pioggia inzuppa quel che resta dei miei vestiti. Incontro la mia vecchia panchina, la saluto e ci lego il cane. Noto che in una fessura c’è una lettera. Non si riesce a leggere il mittente perché la pioggia ha deformato i caratteri, però il mio nome è chiaro. La infilo nella tasca della giacca, dove sporge abbondantemente. È notte. Sono sul ponte ferrato, guardo sotto e un lampione mostra il fiume in piena; onde spaventose colme di fango scorrono insieme a tronchi e rami. Sto scolando la bottiglia sino all’ultima goccia e sono pronto a smettere di lottare. Alida non scompare mai dai miei occhi e tutto diventa banale, inutile. Soprattutto io sono inutile. Sto cercando il momento giusto per saltare, quando sento una voce.
«No Alex, fermati! Ti prego!»
«Che ci fai qui, che vuoi! Non hai bisogno di me».
«Vedo che hai trovato la lettera, leggila!»
«Addio, Ester. Vattene!»
«Se non la leggi mi butterò io».
Non so come e da chi Hairy sia stato slegato, probabilmente è stata lei, e ora sta mordendo i pantaloni per trattenermi. Avevo dimenticato la lettera. Forse per quietare l’impeto di Ester oppure per curiosità, la sfilo dalla tasca macera di pioggia. Lentamente la apro sotto la tremula luce del lampione. L’inchiostro comincia a sciogliersi mentre lei mi sta guardando con il rimmel disfatto, senza quella sufficienza e distacco che l’ha sempre distinta. Con quello che ora sembra il suo vero volto, impaziente urla con tutto il fiato che ha:
«Leggi, Alex!»
Scosso da quell’urlo rivolgo l’attenzione al foglio. «Ciao Alex, sono mesi che non ti vedo, non so perché ma mi manchi. Non sono mai stata amata da nessuno. Mio padre non so chi sia e mia madre mi ha venduta a un bavoso vecchio quando avevo solo dodici anni. Da quel giorno non so quanti ne ho visti di quei vecchi, e lei contava il denaro dicendo che non mi impegnavo abbastanza. Non ho mai avuto un gioco, una bambola, una carezza. Nessuno mi ha mai chiesto scusa per quello che mi è stato fatto. L’unico che a suo modo mi ha rispettata sei stato tu. Ti sei scusato e mi hai dato la possibilità di smettere. Ora penso di amarti e non voglio tutto quel denaro, vorrei solo te. Ti ho cercato. Sapevo che vivevi sopra quella panchina, ma non ci sei più tornato; e allora ho infilato tra le assicelle questa lettera, sperando che un giorno potessi leggerla, per farti capire quanto mi senta legata a te».
Di nuovo, nel fragore della pioggia e del vento, risuona la sua voce: «Vieni con me Alex! Potrai chiamarmi Alida se vorrai. Vestirò come lei, camminerò come lei, sentirai il suo profumo giorno e notte, ti prego…» La pioggia non riesce a coprire le sue lacrime. Guardo il fiume sempre più mostruoso, la corrente risuona come un tornado. Hairy mi dà uno strattone e cado all’indietro battendo la testa. Osservo smarrito ciò che mi sta intorno. Metto le mani nei capelli. L’adrenalina sembra aver annullato l’effetto dell’alcol. Rifletto: un treno di ricordi investe i miei neuroni. Questi ultimi mesi sono stati un inferno: la solitudine, il caldo, il freddo delle notti sotto le stelle. Quanto le ho guardate! Ho pensato che in fondo sono solo un impasto di molecole in questo universo, ma allora perché qualcuno ha voluto che pure io dovessi vivere, gioire e soffrire proprio qui?
Già, la gioia: pochi i momenti che ti ha preso la testa, eppure quegli istanti valevano un’eternità, li hai scolpiti nel petto. È possibile che possano ritornare? Basta un balzo per affogare questi tormenti e risolvere tutto. Questa donna che sta urlando sembra l’ultima corda che il destino mi offre per tenermi separato dalla morte. Guardo quel volto piangente e inzuppato che è come una luce nelle cave di carbone, l’unico — a parte il cane — che si degni di me. Forse è un aiuto da parte del cielo. Campare significa lottare ogni giorno. Ogni essere lotta per vivere scappando dai predatori. Mi chiedo se provi la stessa sensazione anche contro il dolore dell’abbandono che la mente straziata ti può infondere; potrò avere ancora il desiderio di amare? Chissà, ci posso provare.
Osservo per l’ultima volta il fiume. Alzo lo sguardo. Dopo infiniti attimi di silenzio scendo dal parapetto e apro le braccia.
«Vieni qui, Ester, questo è il tuo vero nome; da oggi lo sarà sempre per me. Alida non c’è più e riposa in pace. Possiamo ricominciare insieme. Ester…»
Ci abbracciamo e Hairy, scodinzolando, s’impenna con le zampe sui miei pantaloni.
Nonostante ci avessi fatto l’amore, non l’avevo mai baciata prima; ma ora le nostre bocche si assaporano, si saldano come due ventose per istanti infiniti. Il fuoco della passione brucia il nostro passato e, sotto le ceneri, germogliano i semi del nostro futuro. Sono passati tre anni da quel giorno. Non ho ripreso il mio vecchio lavoro in banca e ho finito di scrivere questa incredibile storia, mentre il nostro piccolo Giò, seduto sulle mie ginocchia, si diverte a imbrattarla con i pastelli. Perché quello che lui vuole è questo: colorare le nostre vite.

I più letti
Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
Registrazione: n.7/2012 Tribunale di Taranto
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Piazza Giovanni XXIII 13 | 74123 | Taranto
Telefono: (+39)0996960416
Email: redazione.taranto@buonasera24.it
Pubblicità : pubblicita@buonasera24.it
Editore: SPARTA Società Cooperativa
Via Parini 51 | 74023 | Grottaglie (TA)
Iva: 03024870739
Presidente CdA Sparta: CLAUDIO SIGNORILE
Direttore responsabile: FRANCESCO ROSSI
Presidente Comitato Editoriale: DIEGO RANA