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Al mio funerale

di Damiano Leo

Al mio funerale

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Al mio funerale

di Damiano Leo

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«Chiedete e vi sarà dato». Così ho chiesto a me stesso e, con mia grande sorpresa, ho ottenuto di partecipare al mio funerale. Sicuramente non è una cosa di questo mondo e, ne sono certo, non è mai stata concessa a nessuno. Forse perché a nessuno è venuto mai in mente di chiederlo. Io l’ho fatto, dopo che ci pensavo da tanti anni.
Ho rimuginato, pensato e ripensato, sognato più e più volte di accompagnare il mio feretro al cimitero, di vedere da vicino cosa mi succederà nel giorno della mia dipartita, finché qualcuno o qualcosa che regola questa nostra vita terrena si sarà seccato a tal punto da concedermelo. Nutrivo così tanta curiosità da smuovere le montagne. Dovevo necessariamente essere accontentato. Lo volevo con tutte le mie forze. Sono stato accontentato.
Provateci anche voi, non si sa mai. Se è successo a me, potrà succedere anche a voi e troverete lo sfizio di sapere cosa succederà nel giorno del vostro ultimo viaggio. Comunque a me è successo e ve lo posso e voglio raccontare. Voi, però, non andate a dirlo in giro. Non voglio passare per matto e non voglio che tutti insieme, contemporaneamente, chiedano a se stessi o a chi vogliono loro di vivere la mia stessa esperienza. So da me che non è possibile. Non sta né in cielo, né in terra. A nessuno, a parte me, è dato di accompagnarsi al camposanto.
Vi dico subito che ne sono uscito profondamente deluso. Nulla è andato come ho sempre immaginato.
Al primo segnale di mancamento, che avevo avuto dopo che mi ero sorbito un caffè doppio al bar del centro, avrebbero dovuto chiamare un medico o il 118, ma nessuno lo fece. Dissero che era stato solo un lieve calo di pressione. Bastava un bicchiere d’acqua ben zuccherata. Non bastò.
Giacché la stessa notte, anche se tra le mura domestiche, mi accasciai al suolo senza più rialzarmi. Anche questa occasione fu diversa da come l’avevo figurata: accasciarmi al suolo sì, ma mentre mi sbellicavo dal ridere in un teatro.
Mi ricomposero adagiandomi in una bara color marrone scuro. Io ne avevo desiderata una più chiara, molto più chiara. Il vestito nuovo, chiaramente di colore nero (e io lo desideravo bianco), me lo infilarono a forza due becchini, sebbene preferissi che a sistemarmelo fossero state le amorevoli mani di mia moglie. Lei subito urlò il suo dolore ai quattro venti, mentre io preferivo che il dolore se lo tenesse stretto nel suo cuore.
Sul manifesto scrissero prima il cognome e poi il nome. Io preferivo il contrario, poiché avevo sempre detto che l’individuo viene prima della famiglia. Spogliarono il salone per riempirlo di sedie, tutte intorno alla bara, mentre io mi ero immaginato in camera da letto, con tutto, ma proprio tutto, al proprio posto. Per me niente fiori, solo opere di bene. Invece mi affogarono la sala, il pianerottolo e anche le scale di garofani, rose e gigli da togliere il respiro a chiunque.
Volevo anche i bambini durante la veglia. Dovevano sapere da subito che nessuno è eterno su questa terra. «Nascendo, accettiamo la morte», avevo sempre detto. Di ragazzini, al mio funerale, neanche l’ombra.
In chiesa c’erano solo i parenti più stretti. E pensare che, per me, avevo sognato il tutto esaurito. Il prete, d’accordo con la povera vedova, aveva dispensato dalle condoglianze. Eppure, secondo me, quello era il momento migliore per far sentire la propria vicinanza ai miei parenti più prossimi. Anche il momento per far sapere loro chi c’era e chi non c’era. Invece niente. Tutti a casa, contrariamente a come avevo sperato io.
Non sopporto le bande di paese. Mi accompagnarono con la musica cittadina. Detesto le marce funebri. Come per dispetto, tanto non potevo né parlare né sentire, intonarono subito la più classica delle marce funebri. Per uscire dalla chiesa mi caricarono su un vecchio carrello a quattro ruote. Io avrei preferito essere accompagnato a spalle. Le campane suonarono a distesa, tristi. Io avrei preferito il silenzio. Massimo silenzio. Tanto tutti, prima o poi, sapranno che me ne sono andato anch’io.
Il corteo fece il giro della parrocchia. Io avrei preferito tirare dritto per la sepoltura, senza aspettare il giorno dopo, come fecero. Nulla, lo ribadisco, proprio nulla è andato come io volevo, al mio funerale.
Così ho deciso di non morire mai.

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