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SENTIMENTALE
30 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Era un bottone. Un bottone minuscolo, lucido, di madreperla, cucito con filo azzurro su un cappotto da uomo. Sara lo trovò sotto il tavolo della cucina, mentre spazzava per l’ultima volta prima di consegnare le chiavi. La luce obliqua del mattino lo fece brillare sul pavimento di linoleum come una moneta sacra caduta da un altare.
Si chinò, lo raccolse con due dita. Era freddo, liscio, pesava quasi nulla. Eppure, in quel momento, sembrò racchiudere tutto il passato che cercava di dimenticare. Chiuse gli occhi. Respirò piano. Poi lo infilò in tasca e uscì.
Tre mesi prima, era arrivata in quel monolocale con una valigia, un contratto a termine e un vuoto. Era fuggita da una città dove le avevano tolto il lavoro, l’amore e la voce. A Bologna non conosceva nessuno, ma per la prima volta dopo tanto tempo sentiva il silenzio come promessa e non come condanna. Aveva trovato lavoro in una piccola libreria del centro. Ogni mattina, apriva le serrande con un sorriso incerto, sistemava i volumi di poesia che nessuno comprava e si faceva il caffè nel retro, accanto alla fotocopiatrice. Le piaceva toccare i libri, annusarli, ritrovare frammenti di sé nei versi degli altri.
Fu lì che lo vide per la prima volta. Entrò in punta di piedi, come se chiedesse il permesso all’aria. Aveva un cappotto grigio e lo sguardo di chi ascolta sempre qualcosa dentro, anche quando parla. Comprò un libro di Rilke e le disse grazie con una voce appena più bassa del necessario. Tornò due giorni dopo. Poi ancora. Finché divenne abitudine: ogni giovedì, ore 17:15, un nuovo libro di poesia. Non chiedeva consigli, non faceva domande. Pagava in contanti, metteva il volume nella borsa e usciva.
Un giorno pioveva. Lui arrivò in ritardo, con le spalle bagnate e le mani rosse. Lei gli offrì una tazza di tè caldo nel retrobottega. Rimasero seduti in silenzio, ascoltando l’acqua sulle finestre e il ronzio della stampante.
«Non so nemmeno il suo nome» disse lei, sorridendo. «Luca». «Sara».
Si strinsero la mano come se firmassero un patto invisibile. Iniziò così. Con una tazza di tè e poche parole. Poi vennero i sabati al parco, le passeggiate lente lungo i portici, i pranzi improvvisati nella cucina del monolocale. Luca non parlava mai di sé, ma ascoltava con una cura così piena da svuotarle il petto. Quando lui era lì, tutto sembrava meno pesante. Le notti non erano più una lotta con i ricordi.
Un pomeriggio, mentre piegava il suo cappotto sul divano, notò che mancava un bottone. Lui la rassicurò con una risata: «È sempre lo stesso, scappa ogni volta. Ma lo ritrovo sempre». Lo cercarono insieme, ridendo. Non lo trovarono.
Quella fu l’ultima volta che lo vide. Luca sparì, semplicemente. Nessun messaggio, nessuna spiegazione. Il suo numero risultava disattivo. Non tornò in libreria. Nessuno sapeva chi fosse. Lei chiese in giro, andò persino all’anagrafe. Nessuna traccia. Come se non fosse mai esistito. Sara si sentì tradita. Ma più ancora, si sentì sciocca. Aveva creduto a un’illusione, a una storia costruita sul vuoto. Il dolore non fu immediato: arrivò come un sussurro che si ripete ogni notte, fino a diventare urlo. Ricominciò a chiudersi, a parlare poco, a temere ogni sguardo che sembrasse gentile.
Finché decise di andarsene. Lasciò il lavoro. Impacchettò le sue cose. Prese in affitto un'altra stanza, più lontana, più piccola, più scura. Voleva cominciare di nuovo, da zero. Di nuovo.
E fu allora che trovò il bottone. Lo tenne in mano per ore. Aveva lo stesso riflesso azzurrino, lo stesso filo disfatto. Era il bottone del cappotto di Luca. L’unica cosa rimasta. E, in quell’unico dettaglio, tutto cambiò. Perché ricordò. Ricordò il giorno in cui lui aveva perso l’altro bottone. Si erano messi a cercarlo, ridendo, sotto al tavolo, tra i libri, dietro il termosifone. Poi lei aveva trovato una piccola busta bianca, scivolata fuori dalla tasca interna del cappotto. Dentro c’era una ricevuta dell’Ospedale Sant’Orsola, reparto neurologia. Data: tre giorni prima.
Lui le aveva strappato la busta di mano con una scusa: «Una cosa vecchia». Lei non aveva insistito. Ma ora, col bottone tra le dita, si ricordò dello sguardo che aveva lui in quel momento. Uno sguardo vuoto e pieno insieme. Come chi sa che il tempo è una corda tesa.
Aprì il computer. Cercò l’ospedale. Chiamò. Chiese. Inventò una bugia gentile: un parente, un fratello lontano. Trovò il nome: Luca De Feo. Tumore cerebrale. Ricoverato a marzo. Dimesso a aprile. Deceduto il 14 maggio. Lo stesso giorno in cui lui doveva essere tornato in libreria, ma non era arrivato.
Sara pianse per ore. Poi smise. Si sentì stupida per non aver capito, ma anche sollevata. Lui non era fuggito. Non l’aveva ingannata. Aveva semplicemente scelto di non farla soffrire. Aveva voluto che lo ricordasse vivo, lucido, sorridente. L’aveva protetta. E quel bottone, rimasto nascosto per settimane sotto il tavolo, era l’ultimo indizio. Il dettaglio che cambiava tutto.
Due settimane dopo, tornò alla libreria. Chiese di essere riassunta. Il proprietario acconsentì con un’alzata di spalle. Ricominciò da lì. Ma non era più la stessa. Ogni giovedì, alle 17:15, apriva un libro di Rilke e lo lasciava sul bancone. Lo vendeva a qualcuno o lo rimetteva a posto a fine giornata, ma era il suo modo per ricordarlo.
Scrisse una lettera ai genitori di Luca. Trovò l’indirizzo nel certificato di morte. Raccontò chi era stata per lui, cosa avevano condiviso, come aveva saputo. Ricevette una risposta. Mano tremolante, grafia minuta:
«Grazie. Non sapevamo che negli ultimi mesi Luca avesse avuto accanto qualcuno. Questo ci consola. Ha parlato poco, ma sorrideva spesso. Sapevamo che c’era una ragazza. Non voleva dirci il nome. Ora lo sappiamo. Sara».
Passarono gli anni. Un giorno, un ragazzo sulla trentina entrò nella libreria. Portava un cappotto grigio, simile a quello che aveva Luca. Comprò un libro di poesia. Pagò in contanti. Quando stava per uscire, si voltò e chiese: «È lei quella che ha lasciato un libro di Rilke ogni giovedì?». Sara annuì, sorpresa. «Era mio zio. Luca. Mia madre mi ha raccontato tutto. Mi ha detto che dovevo venire qui».
Le mani di Sara tremarono. Il ragazzo le sorrise. «Io scrivo poesie. Ma non ho mai avuto il coraggio di pubblicarle. Forse lei può aiutarmi». Lei lo guardò. Vide qualcosa di Luca nei suoi occhi, nel modo in cui piegava la testa, nel silenzio tra le parole. Poi sorrise, indicando la tazza di tè sul bancone. «Cominciamo da qui».
Il bottone era ancora nel cassetto. Ogni tanto lo prendeva tra le dita, come un rosario muto. Non per piangere, ma per ricordare che un dettaglio, anche il più piccolo, può cambiare tutto. Anche una vita. Anche la fine. Anche l’inizio.

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